Dialogo sulla Chiesa che verrà

Giovedì 9 luglio ore 18, su piattaforma zoom o diretta sulla pagina di Facebook

con:
Andrea Grillo, teologo
mons. Renato Marangoni, vescovo di Belluno

introduce e coordina:
Alessandro Castegnaro (moderatore del Forum di Limena)

Si tratta di un dialogo sul futuro della Chiesa cattolica che intendiamo collocare nei tempi in cui siamo; riconoscendo cioè di vivere una fase straordinaria della nostra storia, caratterizzata da: una emergenza pandemica che anticipa simbolicamente le future crisi globali, diffuse paure e rabbie collettive che inducono atteggiamenti di chiusura, rischi non trascurabili per la democrazia, un Paese che appare bisognoso di ricostruzione, un’esigenza crescente di atteggiamenti responsabili, in politica e altrove. Tutto ciò mentre nel dibattito teologico interno alla Chiesa si manifestano opinioni fortemente contrastanti sulle questioni nodali poste dal Concilio, fino a indurre una situazione di stallo che potremmo così riassumere: “Indietro non si può tornare, ma nemmeno andare avanti”; una condizione in netto contrasto con l’accelerazione manifestata dai processi in atto.

Oggi, che il dopo-covid invita a nuove ripartenze, verso quali direzioni andare nella vita della Chiesa? Si tratta semplicemente di tornare a fare quello che si è sempre fatto? Come non sprecare l’attenzione per l’essenziale a cui la pandemia ci ha educati? In che cosa l’azione e l’essere stesso della Chiesa vanno ripensati e ricentrati?

L’evento potrà prevedere l’interlocuzione dei partecipanti con i relatori mediante domande o riflessione in forma scritta; queste potranno essere presentate durante la conversazione, secondo le modalità che verranno illustrate oppure, anticipatamente, scrivendo a forumdilimena@gmail.com (cosa che consigliamo di fare per rendere il confronto più rispondente alle nostre aspettative).

Istruzione per la partecipazione:

Su ZOOM: per registrarsi è sufficiente cliccare su questo link e compilare il modulo

https://us02web.zoom.us/webinar/register/WN_KMZtk9a7Qz2dhtJiGfDWGA

Sulla pagina Facebook “Forum di Limena” potrete seguire l’evento in diretta; vi invitiamo a visitare la pagina e a cliccare su “Mi piace” o “Seguo” per rimanere sempre aggiornati sulle nostre attività. Sulla pagina sarà possibile rivedere l’evento anche nei giorni successivi.

Coloro che non hanno Facebook potranno collegarsi a:

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Si ringrazia Goodnet per il supporto tecnico allo svolgimento del forum. 

Tempo di Sinodo per la Chiesa in Italia?

di E. Bianchi

“Vita Pastorale”, aprile 2019

È innegabile che negli ultimi decenni la presenza dei cattolici nella costruzione della polis in Italia non solo si sia affievolita ma sia diventata afona.

La stagione del partito cattolico è ormai lontana e in verità nessuno nutre nostalgia verso di essa. E se c’è qualche voce che in questi giorni l’ha invocata, va detto con chiarezza che tale invito non è stato raccolto da nessuno e anzi ha destato perplessità o addirittura chiare opposizioni da parte delle voci più autorevoli della chiesa e del laicato cattolico. Un “partito della chiesa” o un partito dei cattolici non raccoglierebbe il consenso necessario per nascere e darsi una forma.

Certo, il problema resta. Ci sono ancora molti cattolici che vivono l’impegno politico, molti di più sono impegnati nella società in diverse forme che assicurano un contributo non secondario alla costruzione di una convivenza umanizzata. La loro voce, però, non è percepita come cristiana, ispirata dal Vangelo, e neppure in sintonia con la voce del papa e di alcune altre voci dell’episcopato, che non sono solo in una “posizione critica” ma esprimono chiare indicazioni sulle vie verso le quali dovrebbe muoversi la politica.

Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, leggendo in diversi interventi la crisi della democrazia italiana, ha chiesto ai cattolici di riscoprire la politica come vocazione, impegno di umanità a servizio del proprio paese. Pur precisando sempre che da parte dei vescovi non c’è nessun disegno né progetto di entrare nell’agone politico, Bassetti continua a invitare con forza i cattolici a darsi una soggettività eloquente e ad assumere la politica come una “grande missione civile”.

Proprio in questo dibattito sul “che fare?” da parte dei cattolici in Italia, è apparso sulla rivista Civiltà cattolica (2 febbraio 2019) un articolo del direttore, p. Antonio Spadaro, il quale tenta di porre delle domande sul legame tra fede e politica oggi in Italia, nella convinzione che i cristiani sono cittadini a pieno titolo di questo paese, concittadini di altri che percorrono vie diverse, ma sempre tese alla costruzione di una polis più umana. Significativamente, Spadaro ricorda le parole di Francesco in occasione dell’ultimo Convegno della chiesa italiana (Firenze, novembre 2015): in quell’occasione il papa invitava la chiesa italiana a mettere in moto i suoi doni, le sue competenze e il suo impegno nella costruzione della società, senza cercare “forme superate, oggi neppure culturalmente significative”.

Spadaro, ricordando il mandato del papa a Firenze e le parole del cardinal Bassetti, indica con molta forza che solo la sinodalità esercitata all’interno della chiesa potrà aiutarci al discernimento, a leggere la storia e l’attuale situazione italiana e a tracciare le vie per uscire dalla crisi. È chiaro che, con questa applicazione pratica, sinodalità significa coinvolgimento di tutto il popolo di Dio, partecipazione di tutti i battezzati e le battezzate alla vita e alla missione della chiesa, significa fare un cammino insieme: ma verso dove? Con quale obiettivo? Sì, “compito della chiesa è dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico” (papa Francesco), ma l’elaborazione di un progetto è un lavoro e un impegno a lungo termine e richiede un mutamento di paradigma nel vivere la fede cristiana nella società odierna. Non può ridursi a creare cammini di formazione, scuole di politica o di impegno sociale.

Proprio per questo, Spadaro giunge a porsi la domanda: “Che dunque stia maturando il tempo per un sinodo della chiesa italiana?”. Tale interrogativo ha suscitato alcune risposte di vescovi e in verità poche reazioni da parte di uomini e donne che, a causa del loro impegno, sarebbero stati autorizzati a reagire. Il vescovo di Rieti Domenico Pompili accoglie la proposta di un sinodo per l’Italia, giudicandola un’opportunità che potrebbe mostrare come il popolo di Dio e i pastori sappiano interpretare il cambiamento, decidere insieme e così dare un contributo per uscire dalla crisi della nostra società sfilacciata, mancante di un orizzonte comune e invasa da logiche incapaci di una convergenza di progetti e speranze. È intervenuto anche il vescovo di Palermo Corrado Lorefice, con un testo meditato e di alta qualità teologica. Egli ricorda che la sinodalità esprime la natura stessa della chiesa e non può quindi essere ridotta a un evento o a modalità di esercizio del potere. La chiesa deve innanzitutto sentirsi sinodo, vivere la sinodalità come stile quotidiano di cammino nel mondo verso il Regno. Non può semplicemente pensare a un sinodo come forma rinnovata di un convegno ecclesiale da celebrarsi per alcuni giorni. Occorre che la sinodalità diventi un’acquisizione estesa e matura, prima di attendersela da un’adunanza nazionale, che rischia sempre di essere espressione di “quadri”, degli addetti ai lavori, dei soliti fedeli già impegnati in organismi ecclesiali. E soprattutto, le domande di questo eventuale sinodo dovrebbero riguardare la fede, il modo di viverla oggi nel mondo in compagnia degli uomini e delle donne, solidali con loro; domande elaborate a partire da una grammatica umana – come tante volte ho scritto – della quale tutti avvertiamo l’urgenza.

Ci sono domande che la chiesa italiana deve porsi e alle quali deve tentare una risposta, per poter operare un discernimento dell’attuale situazione: come è possibile che i cattolici italiani si siano divisi tra quanti accettano di ascoltare il messaggio del Vangelo dei poveri e quanti invece con molta tranquillità lo rifiutano? Com’è possibile che i “cattolici del campanile” difendano i simboli cristiani, trasformino in un presidio l’eredità culturale cattolica e si facciano paladini della tradizione fino a criticare, anzi a contraddire il messaggio di papa Francesco sui bisognosi, i poveri, i migranti? E perché nel paese sono cresciuti la rabbia e il rancore, i nemici più grandi della fraternità, valore essenzialmente cristiano? Le domande riguardano dunque le fondamenta della vita della chiesa in Italia, prima di essere ricerca di risposte a situazioni sociali e politiche.

In vista di un eventuale sinodo per l’Italia, che richiederebbe non una preparazione di testi e di programmi ma una prassi di vita ecclesiale sinodale, perché non pensare a costituire nelle chiese locali dei forum, cioè degli spazi in cui tutti i battezzati che si sentono parte del popolo di Dio possano esprimersi in merito a una lettura della vita dei cristiani nel nostro paese, a un discernimento della loro fede e del primato del Vangelo accolto nelle chiese e nelle comunità? Perché non pensare a un confronto che giunga a delineare convergenze pre-politiche e pre-economiche, ossia ispirazioni provenienti dal Vangelo che poi i cristiani, con la loro responsabilità, potranno esprimere e realizzare nella polis insieme agli altri concittadini? Penso a un forum come spazio pubblico reale in cui i pastori e il popolo di Dio insieme, in una vera sinodalità, ascoltino ciò che lo Spirito dice oggi alla chiesa e facciano discernimento per trovare indicazioni e vie di evangelizzazione e di testimonianza, vie di edificazione della polis insieme agli altri uomini e donne.

https://www.monasterodibose.it/fondatore/articoli/articoli-su-riviste/12934-tempo-di-sinodo-per-la-chiesa-in-italia

I Cristiani che fanno l’Italia

di A. Spadaro

“La Civiltà Cattolica”, 2 febbraio 2019

Che posto ha il discepolato cristiano nella moderna società democratica? Come possono i cristiani contribuire a una sana democrazia e a un governo vera­mente popolare della nostra Italia? Per affrontare queste domande si è sviluppato un interessante dibattito sull’eredità di don Sturzo in occasione dell’anni­versario del suo appello «a tutti gli uomini liberi e forti» (1919). Per proseguire la riflessione, pensiamo sia neces­sario tornare al V Convegno della Chiesa italiana, che si è svolto a Firenze nel 2015: un evento sinodale.

In quell’occasione papa Francesco ha pronunciato un discorso che potremmo definire «profetico» alla luce dell’oggi. Bisogna tirarlo fuori dai sussidi chiusi da tempo e tornare a meditare su quelle parole che pongono un legame forte tra fede e politica, perché «i credenti sono cittadini».

«La nazione non è un museo – affermava Francesco –, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose». Ma soprattutto aggiungeva che è inutile cercare soluzioni in «condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative». Ed eccoci all’attuale crisi della democrazia. In un tempo in cui il bisogno di partecipazione si sta esprimendo in forme e modi nuovi, non è possibile tornare all’«usato garantito» o alle retoriche già sentite. Tantomeno, quindi, possiamo immaginare di risolvere la questione mettendo i cattolici tutti da una «parte» (considerando tutti «gli altri» dall’altra). Non basta più neanche una sola tradizione politica a risolvere i problemi del Paese.

La forza propulsiva del cattolicesimo democratico ha bisogno di essere resistente in questi tempi confusi, ma anche di ascoltare e capire meglio, perfino coloro che oggi sono riusciti a intercettare umori e idee della gente. Agostino e Benedetto, davanti al crollo dell’Impero, hanno messo le basi del cristianesimo del Medioevo. Il cristianesimo non ha mai temuto i cambi di paradigma.

Che fare, dunque? La Chiesa italiana saprà farsi interpellare dal mutamento in corso senza limitarsi ad attendere tempi migliori? E come? Abbiamo compreso che è impossibile pensare il futuro dell’Italia senza una partecipazione attiva di tutti i cittadini. Per questo prendiamo spunto da un passaggio del discorso introduttivo del card. Gualtiero Bassetti alla sessione invernale del Consiglio permanente della Cei: «Ripartiamo, fratelli, da questo stile sinodale, viviamolo sul campo, tra la gente…».

Ecco il punto: soltanto un esercizio effettivo di sinodalità all’interno della Chiesa potrà aiutarci a leggere la nostra storia d’oggi e a fare discernimento. Che cos’è la sinodalità? Essa consiste nel coinvolgimento e nella partecipazione attiva di tutto il popolo di Dio alla vita e alla missione della Chiesa attraverso la discussione e il discernimento. Essa respinge ogni forma di clericalismo, incluso quello politico. La crisi della funzione storica delle élites – che fino a poco fa era riuscita a far dare alle democrazie occidentali il meglio di sé – deve aprirci gli occhi. La sinodalità è radicata nella natura popolare della Chiesa, «popolo di Dio».

Perché la sinodalità? Perché questo ampio coinvolgimento? Perché innanzitutto dobbiamo capire che cosa ci è accaduto. Dopo anni in cui forse abbiamo dato per scontato il rapporto tra Chiesa e popolo, e abbiamo immaginato che il Vangelo fosse penetrato nella gente d’Italia, constatiamo invece che il messaggio di Cristo resta, talvolta almeno, ancora uno scandalo. Sentimenti di paura, diffidenza e persino odio – del tutto alieni dalla coscienza cristiana – hanno preso forma tra la nostra gente e si sono espressi nei social networks, oltre che nel broadcasting personale di questo o di quel leader politico, finendo per inquinare il senso estetico ed etico del nostro popolo. Il fenomeno – sia chiaro – non riguarda solamente la nostra Italia.

A questo si aggiunga il fatto che il potere politico oggi ha anche ambizioni «teologiche». Pure il crocifisso è usato come segno dal valore politico, ma in maniera inversa rispetto a quello che eravamo abituati: se prima si dava a Dio quel che invece sarebbe stato bene restasse nelle mani di Cesare, adesso è Cesare a impugnare e brandire quello che è di Dio, a volte pure con la complicità dei chierici.

Il «nemico», dunque, non è più solamente la secolarizzazione, come spesso abbiamo detto, ma è la paura, l’ostilità, il sentirsi minacciati, la frattura dei legami sociali e la perdita del senso di fratellanza umana e di solidarietà. Nella società sta venendo meno la fiducia: nei medici, negli insegnanti, nei politici, negli intellettuali, nei giornalisti, negli uomini del sacro… Risuonano su questa situazione confusa le parole che il Papa a Firenze ha rivolto alla Chiesa italiana: «Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa». E aveva chiesto alla Chiesa: «discutere insieme, oserei dire arrabbiarsi insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti».

Francesco proseguiva raccoman­dando la ricostruzione dei legami per favorire «l’amicizia sociale». Quindi, compito della Chiesa italiana – diceva – è «dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune». È da fuggire, dunque, l’opzione tombale, cioè l’eresia che le nostre comunità non abbiano più nulla da dire nel fermento della nostra società.

Quale deve essere, allora, il senso di questa risposta? Possiamo riconoscerlo nel discorso di fine anno 2018 del presidente Mattarella, il quale ha affermato l’importanza dell’impegno «per riconoscersi come una comunità di vita» che ha un «comune destino». Sentirsi comunità significa «condividere valori, prospettive, diritti e doveri», «“pensarsi” dentro un futuro comune, da costrui­re insieme»». D’altronde, la forza della Chiesa cattolica in politica è la sua cattolicità, cioè la sua capacità di ricordare l’universalità e di tenere insieme i pezzi lì dove tutto sembra andare in frantumi. E ciò vale anche per la nostra Chiesa italiana.

A questo punto torniamo alla nostra domanda iniziale. Possiamo riconoscere il nostro compito oggi come discepoli di Cristo impegnati nelle tensioni della nostra moderna democrazia in due punti evidenziati dal Presidente: da una parte, contrastare le «tendenze alla regressione della storia»; dall’altra, fare la nostra parte per costruire il Pae­se come «comunità di vita», curando le ferite dei legami spezzati e della fiducia tradita. E questo potrà avvenire solamente grazie a un largo coinvolgimento del popolo di Dio, in un processo sinodale non ristretto né alle élites del pensiero cattolico né ai contesti (specifici e importanti) di formazione.

L’esercizio della sinodalità e quello della democrazia sono cose diverse come metodo. Ma si può facilmente cogliere quanto sia importante la sinodalità nella Chiesa per discernere le forme dell’impegno democratico dei cristiani affinché essi siano – come ci chiedeva Francesco alla fine del suo discorso di Firenze – «costruttori dell’Italia». Che dunque stia maturando il tempo per un sinodo della Chiesa italiana?

Il voto cattolico alle elezioni europee 2019

di A. Castegnaro

Il boom della Lega alle elezioni europee è stato sicuramente straordinario; non c’è bisogno di ricordarlo. Più ancora nelle regioni del Nord Est: il voto sovranista (Lega + Fratelli d’Italia) ha superato il 40% in Italia e ha toccato il 56,6% in Veneto (50,2% in Friuli V.G., 40,7% in Trentino).

Ovvio pensare che tra questi voti molti fossero di cattolici.

Ma è proprio vero che la maggioranza dei cattolici vota Lega, come molti commentatori hanno frettolosamente sostenuto? In realtà le cose stanno diversamente. Per capire come sono andate bisogna considerare l’insieme del comportamento elettorale dei cattolici e non solamente il voto espresso; non solo i votanti, ma anche gli astenuti.

In mancanza di alternative dobbiamo affidarci a un sondaggio. Prenderemo quello condotto dall’Ipsos di Pagnoncelli, che ha tutti i limiti di questo genere di indagini, ma che ha il merito di basarsi su un numero elevato di intervistati (8.840).

Elezioni Europee 2019. Il voto dei cattolici praticanti – Italia

  cattolici pratica settimanale tutti
Astenuti 51,9 45,9  
Lega Salvini 15,7 18,6  
Fratelli d’Italia 2,9 3,5  
Sovranisti (Lega + Fratelli d’I.) 18,7   22,1
Cinque Stelle 6,9 9,3  
Populisti (Lega+Fratelli d’I+5Stelle) 25,5   31,3
Forza Italia 4,8 4,8  
Partito Democratico 12,9 12,3  
Più Europa 1,1 1,7  
Europa Verde 1,2 1,2  
Altri 2,6 2,8  
Totale 100   100  

Fonte: ns. elaborazioni su dati Ipsos

Se si guarda ai cattolici che la domenica vanno assiduamente a messa il dato più rilevante è la loro bassa partecipazione al voto: più della metà non ha votato. Tanto più che essa appare in contrasto con le indicazioni ricevute dai vescovi. Quando la Chiesa cattolica italiana si è espressa lo ha fatto invitando ad andare a votare.

È perciò assai più interessante ragionare tenendo conto degli astenuti, e non solo dei voti espressi. Anche perché qui la domanda rilevante non è che preferenze hanno dato i cattolici che hanno votato, ma come i cattolici si sono posti di fronte al voto.

È sbagliato dire che la maggioranza dei cattolici ha votato Lega e sarebbe sbagliato anche sostenere che un cattolico su 3 ha votato per quel partito. In realtà solo il 15,7 dei praticanti

sembra aver espresso questa preferenza; anche aggiungendo coloro che praticano almeno una volta al mese il voto alla Lega rimane ben al di sotto del 20%, così che circa un cattolico praticante su 6 sembra aver dato il suo voto a questo partito.

Come hanno votato allora i cattolici praticanti assidui? In estrema sintesi possiamo dire che due su quattro non sono andati a votare, uno su quattro ha dato un voto caratterizzato in senso populista (Lega + Fratelli d’Italia + Cinque Stelle) e il restante uno su quattro ha votato per altre forze politiche (da Forza Italia al Pd).

Quindi i cattolici praticanti sembrano caratterizzati da:

– una più alta quota di non partecipazione al voto: – 6 rispetto al dato medio dell’elettorato

– un voto sovranista meno evidente: – 3,5

– una minor adesione ai cinque stelle: – 2,4

– una minore adesione al voto populista (Lega+F.d’I+5S): – 5,9

– una irrilevante differenza in favore del Pd: + 0,6

Si può forse suggerire che il minor voto populista dei praticanti se ne sia andato tutto o quasi in astensione.

Questo cambia il quadro che di solito viene proposto: le chiese non sono piene di leghisti che non hanno alcuna intenzione di ascoltare i messaggi di Papa Francesco sugli immigrati. Le chiese sono piene di astenuti. Cioè di persone che o non trovano alcun soggetto politico in cui riconoscersi o sono rifluite in atteggiamenti apolitici e antipolitici.

Forse però è ancora più interessante sottolineare un altro aspetto. Vi sono buone ragioni per ritenere che le differenze rilevate tra cattolici praticanti e popolazione si spieghino non con la religione, ma con l’età. I praticanti infatti sono nettamente più in là con gli anni. Ora, gli anziani votano meno, come i più giovani; votano meno spesso Cinque Stelle e alcuni di loro si rifugiano nell’astensione invece che votare Lega.

Ciò significa che dal punto di vista elettorale i cattolici praticanti sono molto simili agli altri, solo che sono più vecchi… Salvo forse per una leggera minor partecipazione al voto.

E se così è la conclusione dovrebbe essere la seguente: l’appartenenza religiosa cattolica non influisce per nulla sul comportamento di voto[1].

Nel giro di alcune decine d’anni siamo passati dal voto religiosamente orientato dalla subcultura bianca – il voto alla DC – alla separazione radicale tra comportamento di voto e religione cattolica. E questa è proprio l’essenza della secolarizzazione.

Il partito tedesco di estrema destra AfD, in aperta polemica con la chiesa cattolica e con quella evangelica ha adottato lo slogan: “La chiesa deve rimanere chiesa”, non deve cioè occuparsi di impegno sociale e politico. Sembra che in questa direzione se ne sia fatta di strada, anche da noi. Forse è questa la ragione per cui nelle nostre chiese la domenica certi discorsi non si sentono e se si ascoltano suscitano reazioni. Perché “la chiesa deve rimanere chiesa”.

(a cura di Alessandro Castegnaro per il Forum di Limena)


[1] Se ragionassimo sull’insieme costituito da praticanti su base settimanale e mensile dovremmo concludere che i cattolici così intesi conservano una bassa partecipazione al voto in termini comparativi, e sono molto simili quanto a espressione di voto ai valori medi della popolazione. La tesi di fondo dell’irrilevanza dell’appartenenza cattolica alle elezioni europee del 2019 ne risulterebbe ulteriormente rafforzata

Il cardinale Müller: «La Chiesa sbaglia, con Salvini bisogna dialogare»

intervista a Gerhard Müller a cura di Massimo Franco

“Corriere della Sera”, 28 maggio 2019

Evita di commentare Matteo Salvini che bacia il Crocifisso dopo la vittoria alle Europee. «Da teologo e vescovo, preferisco di no». Eppure parla, eccome, della linea espressa dalla Chiesa sulla Lega. E sono bordate: benché assicuri che non sarà «mai» contro Francesco. «Dire, come hanno fatto il direttore di Civiltà cattolica, padre Antonio Spadaro, e il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, che Salvini non è cristiano perché è contro l’immigrazione, è stato un errore. In questa fase la Chiesa fa troppa politica e si occupa troppo poco di fede…». Il cardinale tedesco Gerhard Müller, ex custode dell’ortodossia cattolica, considerato il capofila dei conservatori in Vaticano e un critico puntuto di Papa Francesco, si scaglia contro quello che definisce «il cerchio magico» di Jorge Mario Bergoglio.

Non condivide le critiche a Salvini di alcune persone vicine a Francesco. Perché?

«Un’autorità ecclesiastica non può parlare in modo dilettantesco di questioni teologiche. E soprattutto non deve immischiarsi nella politica, quando ci sono un Parlamento e un governo legittimati democraticamente, come in Italia. Meglio parlare con Salvini, discutere, o correggerlo quando è necessario».

Non le ha dato fastidio l’uso elettorale dei simboli religiosi?

«Non mi ha fatto piacere, si dovrebbe evitare. Ma credo sia peggio se i vescovi confondono le questioni di fede con quelle politiche. Puoi criticare chi non accetta dei principi, ma non chiudere le porte. E poi ci sono Paesi che vogliono scristianizzare l’Italia e l’Europa, mentre Salvini si è rifatto ai patroni dell’Unione Europea, alle sue radici cristiane. Preferisco chi parla di tradizione cristiana a quanti la rimuovono. È assurdo che collaboratori del Papa come Spadaro si ergano a giudici politici. Chi lo autorizza?».

Non crede di dare troppa importanza a Spadaro?

«Si pone come portavoce del Santo Padre, quindi… Ma teologicamente è una bestialità dire che una persona non è cristiana, se è stata battezzata e cresimata. È un giudizio politico». Quindi lei attacca il Papa. «Non attacco nessuno. L’immigrazione è un tema politico con motivazioni etiche profonde. Si può dire che un politico lo affronta da buon cattolico o da cattolico meno buono. Possiamo ammonire ma non ostracizzare».

Anni fa il Papa disse sul futuro presidente Usa, Donald Trump, che non era da cristiani costruire muri per respingere gli immigrati…

«Credo sia stato un errore. Come quello di alcuni vescovi tedeschi, che si occupano più di politica che di fede». Forse dipende anche dal fatto che è cambiato il ruolo della Chiesa. «Ma la Chiesa deve riconciliare, non dividere. Mentre oggi, chiunque la critichi, viene bollato come nemico del Papa. E i laici che dicono cose diverse sono definiti non cristiani. Il Concilio Vaticano II parla di neutralità della Chiesa cattolica rispetto alla politica e parla dell’autonomia della politica».

Difendendo Salvini non fa anche lei politica?

«Non difendo Salvini, ma il suo essere e definirsi cattolico. Cattolici ci sono anche nel M5S, in ogni partito. Difendo la loro fede, non la loro politica. Non si può negare la fede religiosa a chi milita in un partito e non in un altro». Sicuro che le sue critiche non nascano da un pregiudizio verso Francesco? «La mia visione è quella di un papato e di vescovi impegnati in una missione religiosa. Ma io non sono mai stato, né sono né sarò contro il Papa. Sono solo preoccupato dalla piega che la situazione ha preso, per responsabilità di alcuni suoi consiglieri».

Lei è ritenuto il capo dei conservatori in Vaticano.

«Il concetto di conservatore è politico, e per me da teologo è un’offesa. Semmai la divisione è tra ortodossia e eresia». Lei a capo degli ortodossi? «Non sono un capo ma sono ortodosso. E non si può dire che chi non condivide l’accoglienza degli immigrati non è cristiano. Chiaramente dobbiamo accogliere gli immigrati, ma non identificarci con una sola politica. La gente non capisce, è disorientata. Quando Salvini critica il Papa nel comizio a piazza Duomo, a Milano, e c’è l’applauso, dove siamo finiti?»

Forse Salvini l’ha «chiamato», quell’applauso.

«I politici tendono a usare tutto. Ma è singolare che il Papa riceva le persone più laiciste, e non Salvini. Dialoga col regime del Venezuela, o con la Cina che mette milioni di cristiani nei campi di rieducazione, distrugge le chiese, perseguita i cristiani. Ma qui in Italia non siamo in Cina. Devi parlare con tutti in uno spirito di fratellanza».

Pensa che possa servire?

«Certo. Queste specie di scomuniche non cambiano l’atteggiamento degli elettori verso la Lega, e dividono i cattolici: in basso e nelle gerarchie».

Una critica dell’ ”Instrumentum laboris” per il sinodo dell’Amazzonia [estratto]

di Walter Brandmüller

in http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/

Introduzione

Può davvero causare stupore che, all’opposto delle precedenti assemblee, questa volta il sinodo dei vescovi si occupi esclusivamente di una regione della terra la cui popolazione è solo la metà di quella di Città del Messico, vale a dire 4 milioni. Ciò è anche causa di sospetti riguardo alle vere intenzioni che si vorrebbero attuare in modo surrettizio. Ma bisogna soprattutto chiedersi quali siano i concetti di religione, di cristianesimo e di Chiesa che sono alla base dell’”Instrumentum laboris” recentemente pubblicato. Tutto ciò sarà esaminato con l’appoggio di singoli elementi del testo.

Perché un sinodo in questa regione?

Per cominciare, occorre chiedersi perché un sinodo dei vescovi dovrebbe trattare argomenti, che – come è il caso dei tre quarti dell’”Instrumentum laboris” – hanno solo marginalmente qualcosa a che fare con i Vangeli e la Chiesa. Ovviamente, da parte di questo sinodo dei vescovi viene compiuta anche un’aggressiva intrusione negli affari puramente mondani dello Stato e della società del Brasile. C’è da chiedersi: che cosa hanno a che fare l’ecologia, l’economia e la politica con il mandato e la missione della Chiesa?

E soprattutto: quale competenza professionale autorizza un sinodo ecclesiale dei vescovi a emettere dichiarazioni in questi campi?

Se il sinodo dei vescovi davvero lo facesse, ciò costituirebbe uno sconfinamento e una presunzione clericale, che le autorità statali avrebbero motivo di respingere.

Sulle religioni naturali e l’inculturazione

C’è un altro elemento da tenere presente, che si trova in tutto l’”Instrumentum laboris”: vale a dire la valutazione molto positiva delle religioni naturali, includendo pratiche di guarigione indigene e simili, come anche pratiche e forme di culto mitico-religiose. Nel contesto del richiamo all’armonia con la natura, si parla addirittura del dialogo con gli spiriti (n. 75).

Non è solo l’ideale del “buon selvaggio” tratteggiato da Rousseau e dall’Illuminismo che qui viene messo a confronto con il decadente uomo europeo. Questa linea di pensiero si spinge oltre, fino al XX secolo, quando culmina in un’idolatria panteistica della natura. Hermann Claudius (1913) creò l’inno del movimento operaio socialista “Quando camminiamo fianco a fianco…”, in una strofa del quale si legge: ”Verde delle betulle e verde dei semi, che la vecchia Madre Terra semina a piene mani, con un gesto di supplica affinché l’uomo diventi suo… “. Va notato che questo testo è stato successivamente copiato nel libro dei canti della Gioventù hitleriana, probabilmente perché corrispondeva al mito del “sangue e suolo” nazionalsocialista. Questa prossimità ideologica è da rimarcare. Questo rigetto anti-razionale della cultura “occidentale” che sottolinea l’importanza della ragione è tipico dell’”Instrumentum laboris, che parla rispettivamente di “Madre Terra” nel n. 44 e del “grido della terra e dei poveri” nel n.101.

Di conseguenza, il territorio – vale a dire le foreste della regione amazzonica – viene addirittura dichiarato essere un “locus theologicus”, una fonte speciale della divina rivelazione. In esso vi sarebbero i luoghi di un’epifania in cui si manifestano le riserve di vita e di saggezza del pianeta, e che parlano di Dio (n. 19). Inoltre, la conseguente regressione dal Logos al Mythos viene innalzata a criterio di ciò che l’”Instrumentum laboris” chiama l’inculturazione della Chiesa. Il risultato è una religione naturale con una maschera cristiana.

La nozione di inculturazione è qui virtualmente snaturata, dal momento che in realtà significa l’opposto di ciò che la commissione teologica internazionale aveva presentato nel 1988 e di quanto aveva precedentemente insegnato il decreto “Ad gentes” del Concilio Vaticano II sull’attività missionaria della Chiesa.

Germania: dagli al prete AfD, dopo i migranti la “crociata” anti-Chiesa

di Uski Audino

“Il Fatto Quotidiano”, 15 giugno 2019

Tra il partito di estrema destra Alternative für Deutschland e la chiesa tedesca, cattolica e protestante, non corre buon sangue. Da tempo. Già da quando il vescovo cattolico di Erfurt, Ulrich Neymeyr, nel febbraio 2016 decise di spegnere le luci del duomo per protesta mentre sfilava sotto la chiesa una manifestazione dell’AfD. Dal corteo allora si levarono slogan quali: “Appendi il prete per le palle alla Gloriosa”, intendendo la campana della torre medievale.

Pochi giorni fa il partito di destra è tornato all’attacco e ha preso di mira la chiesa evangelica con un documento lungo 49 pagine. L’accusa è semplice: “I funzionari della Chiesa evangelica vanno a letto con il potere” ha detto a chiare lettere Bjoern Hoecke, l’anima radicale dell’AfD, capogruppo del partito in Turingia. Il “dossier” è stato presentato l’11 giugno dai gruppi dei Lander del nord-est della Germania, dove il partito è più forte: Turingia, Meclemburgo-Pomerania, Sassonia, SassoniaAnhalt e Nord Reno-Vestafalia.

Nel documento la chiesa evangelica è accusata di collusione con il potere, dai tempi della monarchie fino ad Angela Merkel, passando per il nazionalsocialismo. Nella storia “ha sempre stretto una non santa alleanza” con i potenti, si dice nel documento.

Unica concessione: il ruolo determinante avuto nella caduta della DDR, riconosce Hoecke. Ma perché tanto odio? Il partito di destra non perdona alla chiesa evangelica, ma anche a quella cattolica come si è visto nell’esempio di Erfurt, di essersi schierata compatta in sostegno della politica della cancelliera Merkel sui migranti, in favore dell’apertura dei confini e in deroga agli accordi di Dublino. Non tollera, per esempio, che il presidente del consiglio delle chiese evangeliche, il vescovo Heinrich Bedford-Strom, sia sceso pochi giorni fa fino a Palermo per testimoniare il suo sostegno a favore della nave Sea-Watch e abbia chiesto di non criminalizzare chi salva le vite in mare nella sua predica di Pentecoste. In tutta la Germania le chiese, cattolica ed evangelica insieme, sono ancora oggi protagoniste di un movimento per l’asilo che prevede l’accoglienza nella comunità religiosa di migranti minacciati di espulsione e la domanda del permesso di soggiorno tramite la chiesa, il “Kirchenasyl”. Nel 2018 questo tipo di richieste d’asilo sono state 1325, ma è di pochi giorni fa la notizia che, delle 250 domande presentate all’Ufficio federale migranti (Bamf) nei primi mesi del 2019, solo due sono state accolte.

Il ministro degli Interni tedesco, il bavarese Horst Seehofer, ha voluto dare una stretta significativa, forse un segnale per rimarcare la sovranità dello Stato e ricondurre le chiese nell’alveo della più stretta legalità. Secondo l’AfD in particolare la chiesa evangelica si è lasciata corrompere “dallo spirito del tempo verde-di sinistra”. Riprovevole è “il credo eco-populista della chiesa”, una sorta di neo-paganesimo per cui “l’ecologia è la nuova professione di fede”, si legge nel documento. Dietro tutto ciò, secondo Hoecke, c’è l’avidità dei preti di campagna che affittano i terreni parrocchiali per lucrare dalle ricche rendite dei parchi eolici.

Esagerazioni a parte, al fondo c’è una concezione del compito della chiesa molto chiara, sintetizzata in una frase contenuta nel documento: “la chiesa deve rimanere chiesa”. Detto altrimenti la missione della chiesa è, o secondo l’AfD dovrebbe essere, diffondere il vangelo e non fare dichiarazioni sull’attualità. Precisamente il contrario di quello che è l’attitudine della comunità evangelica, improntata all’impegno e alla responsabilità nei confronti della società. Naturale che questo sia ‘fare politica’: lo era anche al tempo della caduta della DDR, del resto.

Ma qui viene il punto: la chiesa è per l’AfD un antagonista politico che preferirebbe non avere. Di più, un antagonista che non fa nulla per nascondere la sua opposizione, ma al contrario la diffonde. Non è insolito, infatti, vedere appesi alle mura delle chiese di Berlino striscioni con la scritta: “Il populismo di destra danneggia l’anima”.

Lo smacco che in questi giorni ha dato nuovo propellente ad antichi dissidi è il mancato invito al 37° convegno delle chiese evangeliche, il Kirchentag, che si terrà a Dortmund dal 19 al 23 giugno. Nessun rappresentante del partito di estrema destra è stato invitato, diversamente da quanto accadde due anni fa. L’AfD “si è ulteriormente radicalizzata” ha risposto il presidente del convegno Hans Leyendecker a chi gli domandava il perché. “Dobbiamo evitare che una manifestazione come il Kirchentag offra il podio a propaganda, razzismo, odio per gli stranieri o islamofobia” ha proseguito il presidente. In particolare Leyendecker ha precisato che “non invitiamo un rappresentante di ogni partito, invitiamo le persone che hanno qualcosa da dire”.

Il convegno fu fondato nel 1949 proprio per affrontare temi politici, tra cui il fallimento della chiesa nel confronto con il nazionalsocialismo. Un errore, forse, che oggi si vuole stare attenti a non ripetere.