Cattolici al bivio. Non si tace sul Vangelo

Lo storico Alberto Melloni rovescia una certa logica corrente: non è parlare di temi socialmente e politicamente rilevanti che porta la divisione nella Chiesa. Al contrario, sono soggetti politici esterni che, nel tentativo di impedire alla Chiesa di dire una parola di Vangelo su tali temi, operano per portare la divisione all’interno delle comunità cristiane. Si tratta di un’azione determinata e consapevole.

di Alberto Melloni

“La Repubblica”, 8 luglio 2019

Il format propagandistico salviniano continua a esercitare un effetto ipnotico sugli elettori, e dunque sull’elettorato cattolico: con strumenti, dimensioni e obiettivi specifici. La propaganda salviniana è infatti riuscita a prendere in ostaggio non solo il cattolicesimo tradizionalista integralista, che era già suo. Non solo lo ha messo in contatto, assorbendo il voto di Forza Nuova e di CasaPound, con pulsioni suprematiste e antisemite di cui si vedono oggi gli effetti in paesi come la Polonia. Ma poi è andata oltre.

Ha infatti saputo sedurre e sequestrare pezzi di devozionalismo conservatore cattolico: certamente per ovvi fini elettorali (obiettivo già raggiunto), e non di meno per dividere la chiesa, con effetti e mandanti che vanno cercati tra i grandi attori internazionali ostili a papa Francesco.
La propaganda degli spin doctor leghisti ha infatti irretito quella parte di cattolicesimo rivendicando la titolarità di una lista di valori non negoziabili da “destra cristiana” (no ad aborto, lgbt rights , libertà religiosa, migrazione), non sempre praticati. E vi ha opposto una lista di valori “cristiani papisti” adatti ai “comunisti” (soccorso ai naufraghi, cura del povero, fratellanza umana, dialogo interreligioso).

Ora il dilemma che oggi si pone alla coscienza dei fedeli e dei pastori cattolici non riguarda liste di valori, ma il rifiuto di antagonismi che dividono la chiesa. È su questo che la coscienza cristiana non può tacere: ridurre la chiesa a res inanimata, da dividere come è accaduto alla società e al discorso pubblico, a cui si impedisce di dire la parola del Vangelo.

Se reagirà la chiesa eviterà di essere vampirizzata, difenderà il Papa, renderà un servizio al Paese. È plausibile che la chiesa si desti dal torpore? Sì, ma solo se riconoscerà che la sua debolezza risale alle scelte degli anni Novanta. Quando sognando una nuova “rilevanza” pubblica nel meraviglioso mondo berlusconiano, anche la chiesa ha rottamato quelle che erano state le due leve con cui aveva meritato rispetto e dato al Paese uomini di valore: e cioè la costruzione delle competenze e la formazione delle coscienze.

Dismessa quella tensione accadde l’inevitabile: l’allineamento ideologico diventò una virtù e la pigrizia evangelica un merito.

La prova dell’estenuazione della chiesa italiana venne a Firenze nel novembre 2015: allora papa Francesco fece un discorso deflagrante sul piano spirituale, teologico, politico e la reazione della chiesa italiana fu lo zero, uno zero di cui Francesco si è lamentato in pubblico.

In questa condizione di anemia spirituale guadagnare consenso parrocchiale e diventare un “partito anticristiano” che fischia il Papa era un obiettivo plausibile: e la propaganda salviniana ci ha lavorato.

Tanto sa che il suo antagonista non è un partitino cattolico o qualche ideina cattolica: ma un atto sinodale che mostri l’unità della chiesa nell’obbedienza al vangelo. Ma i vescovi non lo vogliono fare finché il Papa non lo ordina e il Papa non lo ordina finché i vescovi non lo vogliono. E dunque il dilemma rimane dilemma delle coscienze. Il che non è una bella notizia.

Incoerenza tra vita di fede dei credenti e scelte politiche

Il teologo Severino Dianich ritiene che La Chiesa porti la responsabilità degli orientamenti politici se non altro di coloro che partecipano alla vita delle comunità cristiane. Essa non può non vedere che pochi oggi si preoccupano di confrontare i propri giudizi politici con il Vangelo e che ciò ha condotto a un radicale scollamento tra vita di fede e percezione delle proprie responsabilità politiche.

di Severino Dianich

in “Vita Pastorale” del luglio 2019

In questi ultimi anni la vita politica nel mondo, sta subendo mutazioni radicali fino a oggi imprevedibili. Dietro ai cambiamenti che avvengono nei Parlamenti stanno le convinzioni dei cittadini. Ed è a proposito della loro evoluzione che ci si deve interrogare sulla responsabilità della Chiesa. Non la si può caricare dell’onere di tutto ciò che avviene nel costume di un popolo. Oggi l’influenza che la predicazione cristiana esercita sugli orientamenti morali e politici della società non è più quella di altri tempi. Ma degli orientamenti politici di coloro che partecipano alla vita delle nostre comunità, l’azione pastorale della Chiesa porta la responsabilità.

L’attuale insignificanza dei cattolici in politica è il sintomo di un avvenuto scollamento della vita di fede del credente dalla percezione delle sue responsabilità politiche. Non pochi cattolici (preti e vescovi compresi), nella valutazione della situazione presente, sembrano poco preoccupati di confrontare il proprio giudizio politico con l’insegnamento del Vangelo. Appena lo si fa, risulta — a dir poco — molto arduo poter simpatizzare con l’attuale impressionante revival del “nazionalismo” e le sue politiche sulle migrazioni. Se si preferisce dire “sovranismo”, forse è per cancellare la memoria tragica dei nazionalismi del secolo scorso, che hanno dato all’umanità ben due guerre mondiali.

Il credente dovrà pur giudicare se sia un’operazione compatibile con il Vangelo sostituire il Prima di tutto noi al Prima i poveri, l’orgoglio nazionale alla fraternità universale, la difesa del proprio benessere alla solidarietà, la chiusura dei confini all’accoglienza dei poveri, il Basta stranieri in casa nostra all’Ero straniero e mi avete accolto di Matteo 25,35. Non si nega che l’applicazione degli imperativi evangelici in politica sia un’operazione complessa, nella quale si possono percorrere strade diverse. Un cristiano, però, qualunque sia la sua scelta, dovrà avanzare all’interno del suo schieramento le esigenze della fede.

Una buona parte di responsabilità dello scollamento tra la coscienza di fede e le scelte politiche va attribuita al fatto che, dopo una stagione in cui la Chiesa italiana s’era impegnata a fondo nella lotta contro il comunismo, nella vita delle comunità è prevalso un atteggiamento di disimpegno. Le migliori energie sociali dei cattolici si sono incanalate nel volontariato, disertando il campo della politica. Invece di favorire il dialogo tra i diversi orientamenti sui problemi emergenti, chiamando tutti a confrontarsi con il Vangelo, s’è preferito, per evitare spaccature nelle comunità, silenziare le questioni politiche.

Dagli anni Settanta in poi sono venuti alla ribalta soprattutto i problemi della famiglia e della bioetica. I risultati del referendum del 1974 sul divorzio e di quello sull’aborto del 1981 sono stati un duro colpo per il magistero cattolico, che ha visto la maggioranza della popolazione schierarsi su posizioni opposte. Nella predicazione e nella catechesi non è mai mancata un’insistita attenzione ai problemi dell’unità della famiglia e della difesa della vita. Del rispetto della legge naturale da parte della legislazione dello Stato, però, è stata la Cei, più che aggregazioni di fedeli laici, ad assumersi il compito di cercare una sponda là dove ci si proponeva a paladini della morale cattolica tradizionale.

Così, mentre la politica mondiale era dominata sempre più dall’insorgente neocapitalismo, la Chiesa s’è trovata di fronte, favorevole alle sue posizioni su famiglia e bioetica, i movimenti politici meno attenti alle questioni della giustizia sociale. Si preparava il terreno alla proposta di un’alleanza con le rispettive religioni da parte dei diversi sovranismi, dalla Russia, passando per gli Usa, l’Ungheria, la Polonia e l’Italia, fino all’India induista del presidente Modi. L’operazione fa presa sul cattolicesimo tradizionalista, la sua nostalgia dell’antica societas cristiana e il sogno di un’impossibile restaurazione dell’egemonia della Chiesa sulla società, sotto le ali degli Stati. Il gioco in Europa è ancor più facile, perché la chiusura ai migranti dei sovranisti si ammanta del sedicente nobile scopo della difesa della civiltà cristiana.

I pastori della Chiesa devono prendere atto che sono messi in discussione gli insegnamenti fondamentali del Vaticano II sulla libertà religiosa, il dialogo con le altre religioni, la difesa dei diritti umani. Senza dire del pericolo di ridurre il cristianesimo alla “civiltà cristiana” dell’Occidente. Non si dovrebbero dimenticare i trascorsi di tragiche alleanze, nella cui trappola sono caduti non pochi cattolici nel secolo scorso, né si può ignorare che la difesa della “civiltà cristiana” non coincide con la promozione della fede cristiana. La Chiesa, oggi, si trova a dover difendere la “fede cristiana” dal farsi catturare da chi, per interessi estranei alla fede, intende salvaguardare la “civiltà cristiana”. Sono i credenti fedeli al Vangelo che creano una civiltà, non una civiltà a creare i credenti.

Il confine violato

di Paolo Giordano

“Corriere della Sera”, 11 maggio 2020

Dopo essere stati per settimane in rispettoso ascolto degli esperti, dopo le abbuffate di virologia e immunologia ed epidemiologia, il nostro atteggiamento inizia a cambiare. Mentre noi andiamo avanti, gli scienziati restano indietro e continuano a ripeterci le stesse cose. Continuano, in sostanza, a dirci no no no.

Così la scienza si rivela una volta in più per quel che è: un’interdizione al nostro desiderio. L’insofferenza che ci suscita si traduce in una svalutazione sommaria: «e poi, parliamoci chiaro, neppure gli scienziati ci hanno capito granché».

È vero, gli scienziati non sanno. I fisici, esperti della materia, ammettono candidamente di non sapere di cosa è fatto il 95% dell’universo. I biotecnologi, esperti di Dna, non sanno a cosa serve più della metà del nostro genoma, o addirittura se serve. E i virologi, ora così in auge, sono messi ancora peggio, perché non sanno nemmeno la percentuale di quello che non conoscono: hanno censito qualche migliaio di virus, ma i virus sul pianeta potrebbero essere miliardi. Non solo è enorme ciò che non sappiamo: è enorme ciò che non sappiamo di non sapere. Ma quell’enormità è proprio la sorgente di vertigine che porta i giovani scienziati alla loro vocazione, e quella vocazione a non estinguersi.

Da quando la pandemia ci ha investito, l’umanità intera vive in un limbo della conoscenza, dove gli indizi non sono prove, dove le cure sono «promettenti» ma non adeguatamente sperimentate, dove gli articoli sul Covid sono pre-print ancora in attesa di validazione. È una condizione esistenziale tipica per gli scienziati, ma alla quale noi non siamo abituati. E non ci piace nemmeno un po’. Così come non ci piace che quegli scienziati farciscano tutte le loro risposte di prudenza: «è ancora presto per», «dobbiamo aspettare che», «ci vorrà tempo prima di», «non sappiamo, non sappiamo, non sappiamo».

Eppure, con un po’ di lucidità in più e un po’ di paura in meno, sapremmo riconoscere le loro schermaglie come l’elemento politico più nuovo e dirompente di questa crisi. In un’epoca dominata dall’assertività gli scienziati hanno riportato il dubbio al centro del discorso, hanno cercato di rispondere alle domande senza ricorrere a slogan, piuttosto con altre domande, e hanno riscoperto per noi la categoria proibita del non-sapere. Si parla tanto dei cambiamenti che saremo in grado o no di fare nel mondo post-Covid che verrà. Bene, eccone uno particolarmente importante: mantenere viva questa tensione verso ciò che non conosciamo. Esiste un modo di educare al nonsapere? D’insegnarlo già ai bambini, sovvertendo il principio dominante che la conoscenza sia un corpo statico di nozioni di cui appropriarsi pezzo a pezzo? Non ne ho idea, ma varrebbe la pena di rifletterci, anche in vista del rientro a scuola.

Se di qualcosa vanno rimproverati gli scienziati non è certo di non-sapere o di trovarsi in disaccordo, semmai del contrario: di non essere stati abbastanza inflessibili, a volte, nel difendere il confine tra sapere e non-sapere. Di essersi lasciati in parte infettare dal bisogno mediatico di «dare speranza». Stremati dalle richieste di rassicurazione, in molti hanno finito per dire quel che la gente voleva sentirsi dire: «sì, arriverà di sicuro il vaccino»; «sì, quella cura funziona alla grande»; «sì, il virus è più debole dell’inizio»; «sì, il caldo ci aiuterà». Sì, andrà tutto bene.

La compiacenza è la deriva peggiore della politica contemporanea, ma ognuno di noi comprende come sia, in una certa misura, ineliminabile dalla politica stessa. Per uno scienziato la compiacenza è invece un peccato capitale. Come lo è ostentare certezze di cui manca ancora la prova, per quanto si tratti di certezze «oneste», corroborate da osservazioni personali ed esperienza e istinto.

Il governo viene ora accusato da più parti di un atteggiamento paternalistico nei nostri confronti. Non saprei dirlo. Ma è indubbio che il paternalismo ha caratterizzato la comunicazione scientifica fin dall’inizio della pandemia. Il fatto stesso che l’esposizione dei dati sia stata affidata a un organo non scientifico come la Protezione civile dice molto. Così come dice molto l’impalpabilità del Comitato Tecnico Scientifico, mai portato a spiegare in maniera esaustiva e diretta ai cittadini la solidità delle ragioni dietro questa o quella norma, anche quando le norme — distanziare di tot i tavoli dei ristoranti, non aprire le scuole fino a settembre, sanificare i vestiti nei camerini — hanno ripercussioni gravissime sulle nostre vite.

Nei giorni peggiori ci veniva detto: «aumentano i ricoveri e i decessi, ma aumentano anche i guariti». Come se i guariti, per qualche strana inversione del principio di causalità, potessero anche diminuire. Come se il loro numero potesse smorzare la gravità degli altri dati. Non aveva senso, ma se faceva stare più tranquilla la gente, meglio dirlo.

Oppure il famigerato R0, il coefficiente che si è piantato di traverso fra noi e i nostri progetti. Ne parlano tutti. Ma nessuno si è preso la briga, per esempio, di spiegare che parlare di R0 non è più così corretto, che R0 descrive la propagazione del contagio in una popolazione inconsapevole, che non adotta misure, com’eravamo noi a metà febbraio, mentre adesso dovremmo parlare di Rt, di tasso di riproduzione «effettivo», o semplicemente di R. Perché non chiarirlo? E perché non chiarire che per calcolare decentemente R servono flussi di dati costanti e «puliti», cioè corretti dal punto di vista temporale, diversi da quelli della Protezione civile? Perché non spiegare che R è associato a un’incertezza tanto più grande quanti meno sono i casi? Ma no, quelli sono misteri per iniziati. Potrai spostarti di regione quando R sarà inferiore a 0,2. Tanto deve bastarti. (E intanto, ieri in Germania, R veniva stimato di nuovo sopra soglia, a 1,1).

La reticenza è stata una costante del nostro rapporto con gli organi decisionali nel corso dell’epidemia. E le mascherine sono state la foglia di fico per nascondere tutto quello che non veniva detto. Peggio: sono state il tessuto non tessuto per coprire tutto quello che non veniva fatto, o comunque non in tempo. Se consideriamo la frase sibillina che compare nel documento del Comitato Tecnico Scientifico che regola la fase 2: «ci sono però delle incertezze sul valore dell’efficacia dell’uso di mascherine per la popolazione generale dovute a una limitata evidenza scientifica, sebbene le stesse siano ampiamente consigliate»; se mettiamo questa frase in relazione alla quantità di parole spese proprio sulle mascherine, abbiamo forse la stima di quanto gran parte del dibattito sia stato divertito, se non sull’irrilevante, almeno sul non-proprio-rilevante.

Le «comprovate necessità» per affrontare la riapertura erano altre, ma hanno avuto molta meno attenzione: un esercito di tracciatori in carne e ossa, in grado di ricostruire i contatti dei nuovi positivi, nonché di garantire il follow-up dei soggetti in quarantena, la possibilità di isolare i casi in luoghi separati dal nucleo famigliare e di testare tempestivamente qualunque nuovo sospetto. Se n’è parlato, certo, se ne parla ancora, ma mai come delle mascherine. Delle mascherine parliamo molto più volentieri, perché sono più facili. E loro, gli organi decisionali, lasciano che ne parliamo, perché così diventa più facile anche per loro.

«No, aspetti ancora un momento, ascolti ancora solo questa preghiera: dovunque Lei vada, sia sempre consapevole di una cosa, e cioè che qui Lei è nell’ignoranza più totale, e sia prudente». È ciò che l’ostessa dice all’agrimensore K. nel Castello di Kafka, l’agrimensore K. che non capisce nulla di quel che deve fare o lo circonda, perché tutto quel che riguarda il Castello è concepito affinché lui non lo capisca. Sembra l’invito che viene fatto a tutti noi nella fase 2. Separa i tavoli, aspetta che R si abbassi, qualunque cosa sia, per il resto lascia fare a noi. Quando sarai grande capirai.

Ah, e se esci, non dimenticarti la mascherina.

“La Chiesa dà l’impressione che, se si vede privata dei rituali, non ha altri progetti

di Josè Mari Castillo

in “ Religión Digital” (www.religiondigital.com) del 15 maggio 2020

È un dato di fatto di cui nessuno dubita: la pandemia di coronavirus è l’evento universale più pericoloso e preoccupante che si è verificato sul nostro pianeta a partire dalla seconda guerra mondiale. E la cosa più grave è che non sappiamo quando o come questo finirà.

Ovviamente, in una questione così straordinaria si è sentita (e si sente) molto la presenza della medicina, dell’economia, della politica, del diritto, dei media e di tutte le scienze, dei saperi e delle tecnologie a cui si potuto ricorrere per rimediare o rallentare questa spaventosa sciagura in cui siamo coinvolti tutti noi esseri umani. Ed è per questo – a causa di questo coinvolgimento universale in un problema così grave che colpisce tutti noi – che sorge inevitabilmente la domanda: e la religione? In questa problematica di così grande gravità si sente la sua presenza?

E se si sente, come viene percepita la sua presenza? Mi pongo queste domande perché fin dalla mia lontana giovinezza mi sono dedicato completamente allo studio ed all’insegnamento della teologia. E, visto che stiamo sopportando il pericolo e le drammatiche conseguenze del coronavirus, per questo non ho smesso di pensare e di chiedermi: E in tutto questo che stiamo sopportando è presente o no la religione? E se lo è, la sua presenza è di qualche utilità? Onestamente in quest’ordine di cose non so cosa stia succedendo in altri continenti e in altri paesi. In Spagna – mi sembra – ci sono sicuramente molte persone che devono essere aiutate dalle convinzioni religiose a sopportare ed a migliorare di fronte alla malattia, alla perdita di persone care, alle privazioni imposte dall’isolamento che stiamo subendo, ai problemi economici che tutto ciò comporta, ecc. ecc.

Ma il problema che in tutta questa faccenda mi preoccupa di più – lo confesso sinceramente – è quello rappresentato dalla presenza (o assenza) della Chiesa in quanto tale. È vero che nei media, proprio quando si parla della pandemia, si menziona ciò che ha fatto o detto papa Francesco, un uomo di Dio che ammiro ogni giorno di più. Ma cosa dobbiamo dire dei vescovi e del clero in Spagna? Come è possibile che a questo punto la Conferenza episcopale spagnola non abbia presentato un documento ufficiale, serio, ben giustificato, sul problema che noi credenti in Gesù Cristo abbiamo a causa di questa pandemia così grave?

Certo, ci sono vescovi e preti di cui si parla nei media in occasione della pandemia. E non mancano casi esemplari, degni di lode e di imitazione. Ma è anche vero che si parla, forse più frequentemente, di eventi sorprendenti e scioccanti grazie ai quali siamo informati del fatto che le forze dell’ordine devono recarsi in chiese e cattedrali per prevenire la violazione delle norme che sono vincolanti per noi tutti.

In ogni caso, nulla di quanto ho detto è la cosa più seria. Ciò che mi fa pensare di più è che, se qualcosa sta emergendo con chiarezza, è evidente il fatto che la nostra Chiesa dà l’impressione che, vedendosi limitata o privata dei rituali, delle cerimonie o delle celebrazioni del «sacro», non ha altri progetti, altri orizzonti e, soprattutto, altre preoccupazioni. Se alla Chiesa chiudono i templi e resta senza messe, battesimi, comunioni, matrimoni, funerali, processioni e funzioni simili, che cosa fa? A chi si dedica? Cosa dice alla gente? Dà l’impressione di non sapere cosa fare e di non avere nulla da dire. Esattamente quello che sta accadendo nella situazione dolorosa che stiamo vivendo.

Tuttavia, questa società (e questo mondo) che sta soffrendo così tanto, ha proprio bisogno di ciò che la Chiesa non riesce a dire. Perché è qualcosa di così importante e decisivo che non si comunica con cerimonie, parole e discorsi. Si comunica con i fatti, con le nostre «opere». Le «opere» («érga») che faceva Gesù (Mt 11,2). Di quali «opere» sto parlando?

Nel Vangelo emerge con chiarezza il profondo interesse di Gesù verso due grandi problemi che preoccupano tutti noi. Mi riferisco alla «salute» e all’«economia».

Soprattutto la salute degli esseri umani, cosa che emerge nettamente nella serie di racconti di guarigioni di ogni tipo di malati. Tenendo conto del fatto che in questi racconti ciò che è importante non è la loro «storicità», ma il loro «significato». Nei quattro vangeli vengono raccolti 67 racconti di guarigioni di malati. Tutti questi racconti hanno lo stesso valore storico? No. Ma insisto: i vangeli non sono libri di storia. Sono una «teologia narrativa», in cui ci viene detto che la principale preoccupazione di Gesù è stata proprio quella che hanno gli uomini: la salute. Ciò che ci interessa di più in questo momento, quando la nostra salute si vede più minacciata.

E insieme alla salute, l’economia. Gesù non è stato un guaritore e attraverso i suoi miracoli non ha preteso di dimostrare che lui fosse Dio. In Gesù si è realizzato ciò che la Teologia cristiana riconosce come il Mistero dell’Incarnazione, che è esattamente l’evento dell’umanizzazione di Dio. Il vangelo di Giovanni lo dice con assoluta chiarezza: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18). E Gesù stesso ha detto a uno dei suoi discepoli nell’accomiatarsi da loro: «Filippo, chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9).

Bene, il «Dio umanizzato», che è Gesù, ha visto chiaramente che il problema della salute non si risolve se non si risolve prima il problema dell’economia. Ecco perché Gesù, che ha insistito tanto sulla guarigione dei malati, ha insistito molto di più sul tema evangelico fondamentale della «sequela». Un tema che è stato deformato nella tradizione cristiana, perché è stato interpretato come un problema di spiritualità. Quando in realtà il nucleo della «sequela» di Gesù non è la «spiritualità», ma l’«economia». Infatti seguire Gesù significa abbandonare tutto. In tutti i racconti evangelici di «sequela» la chiave sta nella totale spoliazione: nessuna casa, nessuna famiglia, nessuna fortuna, nessuna sicurezza (Mc 1, 16-21 par; Mt 8, 18-22 par; Mc 2, 14-17 par; Mt 16,24 ss e par; Mc 10, 17-31 par, ecc.). È evidente che chi «segue Gesù» non pensa al proprio interesse, ma alla salute e alla felicità degli altri.

Cosa c’è sullo sfondo di questa esigenza fondamentale? Legarci alla ricchezza, al denaro, alla famiglia e ad ogni sicurezza, qualunque essa sia, ci lega e ci rende incapaci di costituire, come elemento primario e centrale nella vita e nella società, un sistema sanitario uguale e sicuro per tutti. Ebbene, molte persone nella Chiesa non lo hanno capito. E per questo motivo questa nostra Chiesa ha preteso di fondere il Vangelo con la Religione. E alla fine è successo quello che doveva succedere: la Religione dà importanza, sicurezza e denaro, mentre il Vangelo ci crea molte difficoltà, come le ha create a Gesù. Stando così le cose, è vero che nella Chiesa ci sono molti credenti in Gesù che vivono eroicamente il Vangelo. Ma è anche vero che nella Chiesa ci sono persone importanti che hanno scelto la Religione, fino al punto da integrare il Vangelo nella Religione. Con questo hanno reso impossibile comprendere il Vangelo e più difficile viverlo.

Non è oramai arrivato il momento di prendere sul serio il Vangelo e viverlo con tutte le sue conseguenze? Se papa Francesco ha impresso una nuova e più evangelica svolta al papato nella Chiesa, perché l’intero episcopato e il clero nel suo insieme non seguono la stessa strada che il successore di Pietro traccia per noi? Se ciò dovesse accadere, la Chiesa nel suo insieme godrebbe certamente dell’attualità e della presenza che ha il p. Jorge Mario Bergoglio.

Articolo pubblicato il 14.05.2020 nel Blog dell’Autore in Religión Digital (www.religiondigital.com).

Traduzione a cura di Lorenzo TOMMASELLI

Dopo la pandemia: tendenze probabili e scelte necessarie

di G. Formigoni

https://www.c3dem.it/dopo-la-pandemia-tendenze-probabili-e-sceltenecessarie/ , 14 Aprile 2020

Dal punto di vista della coscienza storica, non è facile prospettarsi cosa cambierà nel mondo e in Italia dopo che – speriamo al più presto – questa drammatica emergenza sanitaria sarà finita. La storia non si ripete mai, infatti, e gli esseri umani reagiscono in modo straordinariamente creativo alle sfide del tempo che cambia. Hanno una capacità di adattamento agli eventi, che è sempre anche innovazione e originale ricerca. Una cosa a me sembra però piuttosto certa: già cogliere il senso della storia recente ci rende edotti del fatto che l’emergenza favorirà alcune tendenze prevalenti, ma non certo delle piste obbligate. Anzi, per dirla meglio, ogni linea di sviluppo dominante presenterà prima o poi delle opzioni tra cui scegliere.

Proviamo a raccontarla così. Ci sarà indubbiamente la tendenza a chiedere più intervento del pubblico potere. Qualcuno già prefigura un’epoca del ritorno dello Stato, dopo gli anni della crisi della politica e delle istituzioni, delegittimati a favore della spontaneità brillante dell’economia e della società. Vi ricordate il grande insistere sulla «governance» come processo semi-spontaneo di adeguamento progressivo dei modelli e delle regole sociali? Tornerà probabilmente il tempo del «government», con le sue precise attribuzioni di poteri e responsabilità. Sicuramente un bisogno di protezione rafforzerà questa logica, che non era peraltro assente almeno dai tempi della crisi finanziaria del 2008, in anni di tendenze economiche incerte e di instabilità dei mercati. Tornerà a essere quindi comprensibile l’impegno pubblico forte nella sanità – con le necessarie spese – in un paese come l’Italia, che per certi versi era all’avanguardia di un modello di sanità pubblica finanziata dal sistema fiscale, ma dove si era messa negli ultimi decenni a dura prova la tenuta del sistema, con limiti e tagli (a volte collegati a un curioso favore per un modello privato non privo di elementi speculativi). Ma è già da ora possibile identificare un’alternativa che si presenterà: da una parte, si enfatizzerà la difesa dell’identità statuale e nazionale come autosufficiente e totalizzante, nella logica ristretta e un po’ propagandistica dei sovranismi di turno. Dall’altra, ci dovrà essere un ripensamento della statualità come modello istituzionale necessario, capace però di tenere finalmente insieme e di combinare i livelli di gestione dei problemi comuni tra enti locali, stati nazionali e quell’indispensabile quanto fragile ambito di responsabilità comune che chiamiamo Unione Europea. Che a certe dimensioni del problema – di fronte ai giganti del mondo – sarebbe l’unica risposta davvero adeguata alle esigenze di governo.

Ci sarà altrettanto certamente la tendenza a ripensare la globalizzazione, come stagione di apertura e di integrazione del mondo, delle economie e delle società. Anche qui non è che tutto sia nuovo: la stagione della confidente fiducia che la spontanea dinamica dell’unificazione dei mercati mondiali risolvesse tutti i problemi è alle nostre spalle già da tempo: i fantasmi delle guerre commerciali erano iniziati a manifestarsi prima del Covid. È immaginabile un ulteriore colpo della crisi sanitaria nel mettere in discussione i movimenti delle persone, lo scambio generalizzato di beni, le catene di forniture estremamente spezzettate, le raffinate ma prolungate e complicate reti logistiche e di trasporto, le convenienze del vorticoso girar di denari. Tornerà forse di moda la produzione locale, la rete breve, il «piccolo è bello», il «km zero». Ma non è difficile vedere la sfida aperta dietro queste tendenze: se qualcuno intenderà la critica alla globalizzazione come chiusura nel proprio «piccolo mondo», con misure che tengano lontani i «nemici» e i pericoli e si ispirino alla logica del «prima noialtri», credo non abbia capito la lezione della pervasività del virus. Che passa bellamente le frontiere e quindi chiede invece un rafforzamento dei legami tra i diversi, una solidarietà attiva tra parti del mondo rispetto alle emergenze, una circolazione maggiore dei saperi e delle competenze nella comunità scientifica ma anche nella comunicazione pubblica, uno sviluppo del tessuto istituzionale di cooperazione tra le nazioni. Tutto il contrario di una de-globalizzazione grezza e semplicistica. Una globalizzazione 2.0, rivista e aggiornata, magari. Ci sarà poi con molta probabilità la tendenza a inventarsi e diffondere maggiori controlli sociali e tecnici. Stiamo sperimentando limitazioni fino a ieri impensabili del nostro individualistico modo di vivere, in nome della sicurezza e della salute, del corretto distanziamento sociale e della prevenzione del contagio. Non basta quello che già è in corso: ogni giorno appaiono ipotesi e notizie nuove. Braccialetti, app, tracciamenti di dati, controlli di connessioni internet, fino all’ipotesi di monitoraggi continui della salute di ciascuno di noi, centralizzati e gestiti dalle autorità. C’è già in atto uno scambio enorme tra privacy e sicurezza. Non del tutto nuovo nemmeno qui: prima lo scambio generalizzato era tra privacy e servizi tecnologici gratuiti o quasi. Già c’erano alcuni critici di questo meccanismo ineguale, mentre molti sottovalutavano il problema.

A me pare che le prospettive non possono che diventare più delicate, in questa materia. Eppure, non è difficile intravedere un bivio che si porrà anche su questo sfondo di problemi: da una parte si profila una società integrata sostanzialmente autoritaria e fondata sui controlli e la punizione della devianza. Dall’altra, un sovrappiù di responsabilità personale e collettiva, che permetta di coordinare la libertà delle persone con l’attenzione prudente ai comportamenti e alle pratiche di vita. Il confine è forse non chiaramente definito, ma mi pare degno di una riflessione collettiva.

Ci sarà infine la tendenza a ripensare i modelli di vita sulla base della coscienza nuova della propria vulnerabilità. Qui andiamo alle radici della vita e del significato simbolico di noi esseri umani. Forse la lezione più profonda di queste angosciose settimane è che ha dei limiti profondi il nostro universo mentale di uomini e donne moderni e quindi emancipati, che non pensano più a nessun condizionamento soprannaturale e nemmeno a nessuna dipendenza dall’ambiente esteriore. Il nostro stile di vita allegramente basato sulla pretesa di controllo degli avvenimenti, della natura, delle opportunità, si è scontrato con la durezza di un evento che ha mostrato quanto poco siamo padroni del nostro contesto e del nostro futuro. Di fronte a una perturbazione imprevista della natura, ci riscopriamo radicalmente vulnerabili. Qui sta però anche la scommessa e ancora una volta una divaricazione possibile. C’è un crinale sottile ma decisivo. Una modalità di reazione a questa nuova coscienza è il pessimismo antropologico, con la connessa caduta in una spirale di autocommiserazione e di passività, che favorirà magari il rivendicazionismo e il vittimismo. Temo che sarà possibile una situazione anche psicologicamente delicata per molte persone alla fine di questa emergenza. Dall’altra parte sta la risposta adulta e consapevole alla sfida: siamo tutte e tutti figlie e figli. Non ci siamo dati la vita da soli. Ma tale acuta coscienza del nostro limite è anche il luogo dove poter riscoprire la relazione tra sorelle e fratelli, per costruire nella comunità, in modo più umile e grato, un destino che resta per qualità e consistenza in gran parte affidato alle nostre pur fragili mani.

La scuola che verrà. Prospettive e desideri.

Giovedì 11 giugno, ore 18.00 – 19.30

con: Mariapia Veladiano e Michele Visentin

su piattaforma Zoom

La scuola è stato l’ambito sicuramente più colpito dalle misura di contrasto al virus; le scuole sono state le prime a chiudere e non hanno ancora riaperto. La chiusura ha evidenziato alcune criticità che dovranno essere superate nel momento del riavvio, ma ha anche mostrato alcune risorse che andranno valorizzate anche nel futuro.

Istruzione per la partecipazione:

Su ZOOM: per registrarsi è sufficiente cliccare su questo link e compilare il modulo: https://us02web.zoom.us/webinar/register/WN_IFamrtjwS1SV6Ik-zgIiIA.
Riceverete una mail di risposta all’atto dell’iscrizione, un’altra vi ricorderà l’evento il giorno prima dello stesso ed un’ultima un’ora prima. Per entrare nel meeting dovrete cliccare sul link “click here to join”, alle 18 del giorno 11 sarete ammessi “nella stanza” (chi arriva prima deve attendere).

Sulla pagina Facebook “Forum di Limena” potrete seguire l’evento in diretta; vi invitiamo a visitare la pagina e a cliccare su “Mi piace” o “Seguo” per rimanere sempre aggiornati sulle nostre attività. Sulla pagina sarà possibile rivedere l’evento anche nei giorni successivi.

Coloro che non hanno Facebook potranno collegarsi a:  https://www.facebook.com/forumlimena/live