Il cattolicesimo, le kermesse elettorali e il sale della terra.

In tempi di campagna elettorale e di secolarizzazione galoppante, è molto coraggioso domandarsi della rilevanza della cattolicità italiana. I cattolici contano ancora in questo Paese? Siamo ancora in un Paese Cattolico? La riflessione di Rocco D’Ambrosio

 

Porsi la domanda sulla rilevanza della cattolicità italiana, in tempi di campagna elettorale e di secolarizzazione galoppante, è molto coraggioso. Riccardo Cristiano ieri (qui) lo ha fatto con la garbata ironia che lo contraddistingue. Sappiamo tutti che la domanda presenta molte trappole: statistiche, culturali, sociali, ecclesiali, politiche. In una chiacchierata tra amici si direbbe: ma i cattolici contano ancora in questo Paese? Oppure: siamo ancora in un Paese Cattolico? Per non citare il “non possiamo non dirci cristiani”, di crociana memoria. Scelgo una, tra le tante vie, per offrire una risposta personalissima alla “disputata quaestio”.

L’Italia è un Paese con un forte processo di secolarizzazione in atto: le indagini statistiche e sociologiche (Franco Garelli, Roberto Cipriani) ne danno precisa lettura e interpretazione. La religione cattolica ha meno aderenti di decenni fa. Infatti in diversi Paesi di tradizione cattolica, la religione cattolica non è più né religione di Stato (grazie a Dio), né religione della maggioranza. È una realtà difficile da accettare, che può portare a rimpiangere i tempi passati, senza interrogarsi sufficientemente sulle responsabilità personali ed ecclesiali che hanno portato alla scristianizzazione, cioè sulle colpe e sulle mancate testimonianze della comunità cattolica. È una realtà, che letta con parametri politici, porta a illudersi che un nuovo partito cattolico possa portare più fedeli in parrocchie e gruppi: idea sterile e fuori del tempo. Se letta, invece, con ristretti e monolitici parametri culturali, porta a lanciare “progetti culturali”, che spesso sono solo il nuovo nome di un desiderio di egemonia culturale, ormai persa da anni per tanti motivi, interni alla Chiesa ed esterni ad essa.

La perdita di peso sociale, culturale e politico della cattolicità, è poi un segno così negativo? È interessante che Gesù parla della testimonianza cristiana come di “sale della terra – luce del mondo” (Mt 5), “lievito nella massa – il più piccolo dei semi” (Mt 13) e cosi via. Per quanto il Signore ci abbia inviato ad annunziare il Vangelo a tutte le persone e in tutti gli ambienti (Mc 16), non è scritto da nessuna parte che l’avvento e l’autenticità del Regno di Dio dipendano da un crescendo di numeri e presenze. Anzi, Gesù prepara i suoi discepoli alle stesse persecuzioni e sconfitte che Lui stava subendo (Gv 15). Quindi sembrerebbe che il Regno di Dio avanza – è rilevante, detto nei termini sociologici – se porta frutti, se i credenti sono coerenti con la fede che annunciano, se non dicono “Signore Signore” ma se “fanno la volontà del Padre mio” (Mt 7).

A questo proposito vale la pena ricordare la lezione sul “piccolo resto d’Israele” (Is 10): popolo che non cerca grandezza e potere, ma vive e cresce solo in Dio. Di un Dio, come scrive Italo Mancini, più “presente nell’invocazione che nella dimostrazione”. Ciò non significa confinarsi tra mura sicure – tentazione molto frequente – ma recuperare la memoria di una storia, che da sempre ha voluto che il popolo confidasse solo in Lui e non nei mezzi umani. E imparando, come cattolici, ad essere minoranza in un mondo secolarizzato, contraddittorio, che presenta segni positivi e negativi, ed anche ambigui, riprendiamo seriamente la lezione conciliare “delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, che diventano le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (GS, 4).

È innegabile che ci siano cattolici che non vogliono essere affatto minoranza, “piccolo gregge”; è innegabile che alcuni identificano la fede con lo spirito da crociata nell’imporre (più che proporre e testimoniare) la propria visione al parlamento come alla società italiana. È innegabile che ci siano cattolici che credono che, nella società e nella politica, ciò che valgono sono solo alcuni principi etici (su aborto, bioetica, eutanasia e famiglia) mentre, per loro, si può benissimo “dimenticare” temi come giustizia, pace, solidarietà, accoglienza dei migranti, lotta alla corruzione e all’illegalità, promozione dei diritti umani.

È innegabile che tutto questo sia uno dei maggiori terreni di tensione tra la parola e la testimonianza di papa Francesco e quelle di diversi preti e vescovi italiani. Orbene, in questo quadro serissimo ma anche di possibilità di crescita per la cattolicità italiana se accogliamo un po’ di più le indicazioni di papa Francesco, dedicare attenzione a chi strumentalizza madonne, crocifissi e Tau, a chi fa citazioni papali in salsa populista e demagogica, è una perdita di tempo. Certo preoccupano gli applausi di alcuni cattolici ai mestieranti della politica (di destra, sinistra e centro); ma che fare? Formare, formare tutti: pastori e fedeli laici.

“I valori – scriveva un cattolico autentico, Giuseppe Lazzati – della libertà, della giustizia, della pace, cercano delle guide. Purtroppo ne troviamo poche, ma questo dipende dal fatto che non abbiamo abituato i cattolici a pensare politicamente”.