APPUNTI PER UN PROCESSO DI SINODO NELLA CHIESA ITALIANA

Alcune premesse

«Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla chiesa del terzo millen­nio». Questo è l’impegno proposto da papa Francesco nell’importante discorso in occasione della commemorazione del cinquantesimo anniversario dell’istituzione del sinodo dei vescovi (17 ottobre 2015). Nell’affermazione del pontefice traspare l’idea che quello che il Signore chiede oggi alla chiesa sia già tutto contenuto nella parola sinodo. E con questo evidenzia come la sinodalità sia dimensione fondamentale dell’edificazione e della vita della chiesa. Infatti in quanto evento di comunione che ha origine nel mistero del Dio uno e trino, la chiesa manifesta e realizza se stessa nel radunarsi come popolo di Dio che cammina insieme (sin-odos): potremmo così dire che la sinodalità è la forma in cui si storicizzano la sua originaria vocazione e la sua intrinseca missione: chiamare a raccolta tutti gli uomini della terra, di ogni tempo e luogo, per renderli partecipi della salvezza e della gioia di Cristo (Cfr. M CZERNY, Verso una chiesa sinodale).

Con ciò la sinodalità di cui parla Francesco indica – come evidenzia lo studio della Com­missione Teologica Internazionale su «La sinodalità nella vita della chiesa» (3 marzo 2018) – lo specifico modus vivendi et operandi della chiesa, popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunanrsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla missione evangelizzatrice che ai nostri giorni ha da essere capace di illuminare i nuovi modi di relazionarsi con Dio, con gli altri e con l’ambiente e di suscitare valori fondamentali arrivando laddove si formano i nuovi racconti e paradigmi di vita» (cfr. FRANCESCO, Veritatis gaudium 2). E chiarisce come tutto questo possa avvenire soltanto con un deciso e permanente processo di discernimento, purificazione, riforma che coinvolga, pur in diversi modi e tempi, tutta la comunità ecclesiale.

Il punto è, mi sembra, comprendere quali siano lo stile, i processi, le forme e le strutture effettive per realizzare tutto questo nella chiesa contemporanea. All’uopo, per dare slancio e concretezza al cammino della sinodalità ecclesiale attraverso un’adeguata riforma della nostra esistenza istituzionale di discepoli di Cristo riuniti nella chiesa il papa ha convocato per ottobre 2022 la XVI Assemblea Generale Ordinaria del sinodo dei vescovi sul tema «Per una chiesa sinodale. Comunione, partecipazione e missione» e ha affidato alla Segreteria generale del sinodo dei vescovi il compito di preparare la prossima assemblea e di accompagnare le chiese locali nel vivere la sinodalità sotto la guida dei loro pastori e in comunione col successore di Pietro. Questa assemblea sinodale, composta da vescovi che rappresenteranno le diverse chiese locali sparse nel mondo e da alcuni altri membri che potranno essere invitati dal papa in rappresentanza delle altre componenti del popolo di Dio, potrà dare stimoli e orientamenti importanti per la crescita di uno stile sinodale nel nostro essere chiesa.

L’attenzione al tema della sinodalità ha anche fatto riemergere qua e là il discorso circa un sinodo della chiesa italiana, provocando appassionati consensi, ma anche timori e riserve. La cosa è recentemente venuta alla ribalta nelle parole chiare e inequivocabili in merito (e forse inattese da parte di molti degli uditori presenti) che Francesco ha rivolto ai partecipanti all’incontro promosso dalla conferenza episcopale italiana in occasione dei

sessantesimo anniversario dell’Ufficio catechistico nazionale (30 gennaio 2021). Alla fine della sua allocuzione rancesco ha detto ai presenti: «Ho menzionato il Convegno di Firenze. Dopo cinque anni la chiesa italiana deve tornare al convegno di Firenze e deve cominciare un processo di sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare».

A Firenze, il 10 novembre 2015, avviandosi a concludere l’ampia riflessione – l’esposizione del suo sogno per la chiesa – proposta ai rappresentanti della chiesa italiana radunati in Santa Maria del Fiore, Francesco aveva infatti detto: «Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avete individuato in questo convegno. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio. Ne sono sicuro perché siete una chiesa adulta, antichissima nella fede, solida nelle radici e ampia nei frutti. Perciò siate creativi nell’esprimere quel genio che i vostri grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile. Credete nel genio del cristianesimo italiano, che non è patrimonio né di singoli, né di una elite, ma di tutta la comunità, del popolo di questo straordinario Paese». Va sottolineato come il riferimento a Evangelii gaudium dica il forte nesso tra sinodalità e missione.

La sinodalità nella tradizione ecclesiale

«Sinodo» è parola antica e veneranda nella tradizione della chiesa e le fonti normative della vita sinodale della chiesa nella Scrittura e nella Tradizione attestano che al cuore del disegno divino di salvezza risplende la vocazione all’unione con Dio è all’unità in Lui di tutto il genere umano che si compie in Gesù Cristo e risplende nel ministero della chiesa. Ne è un esempio il cosiddetto concilio di Gerusalemme (Atti 15) in cui la questione, sorta nella chiesa di Antiochia viene presentata a tutta la chiesa di Gerusalemme, cosicchè tutti divengono co-attori del processo di decisione, benchè con ruoli e contributi diversificati dimodochè sono interpellati in prima istanza gli apostoli e gli anziani che esercitano con autorità il loro ministero. L’iniziale diversità delle opinioni e la vivacità del dibattito sono indirizzati, attraverso l’ascolto comune dello Spirito Santo e lo scambio del proprio giudizio, al consenso e all’unanimità a servizio della missione evangelizzatrice della chiesa. E la perseveranza sulla via dell’unità attraverso la diversità dei luoghi e delle culture dove oramai il cristianesimo è disseminato e abita che caratterizza la vita del cristianesimo nel primo millennio.

Nei primi secoli del cristianesimo vi sono diverse testimonianze della coscienza sinodale delle diverse chiese locali (cfr. ignazio, Cipriano ecc.). A partire dal IV secolo si formano province ecclesiastiche e si manifesta la comunione tra le diverse chiese locali capeggiate da un metropolita. In vista di deliberazioni comuni si realizzano sinodi provinciali quali strumenti specifici dell’esercizio della sinodalità ecclesiale: ogni decisione che oltrepassa la competenze del vescovo locale deve essere presa sinodalmente, pur se ogni chiesa locale rimane espressione della chiesa una, santa, cattolica. Sono soprattutto i sinodi locali, diocesani (cui partecipa tutta la comunità) e provinciali (cui partecipano i vescovi delle diverse chiese e possono essere invitati presbiteri e monaci), a forgiare la prassi sinodale del primo millennio. Quanto al modo di procedere i sinodi locali del primo millennio si rifanno alla tradizione apostolica, ma anche, per le procedure concrete, al contesto culturale in cui si svolgono.

Con l’inizio del secondo millennio la prassi sinodale assume via via forme e procedure diverse in Occidente e in Oriente. Nelle chiese orientali prosegue la prassi sinodale secondo la tradizione apostolica; vengono celebrati anche sinodi straordinari con la partecipazione di patriarchi e metropoliti e a Costantinopoli si consolida l’attività di un sinodo permanente dei patriarchi e vescovi con assemblee regolari per affrontare questioni liturgiche, canoniche e pratiche. La prassi del sinodo permanente è viva fino ad oggi nelle chiese ortodosse, anche se recentemente ha incontrato varie difficoltà generata soprattutto dalla configurazione nazionale di quelle chiese (si pensi alla recente e sfortunata vicenda del sinodo pan-ortodosso). Nella chiesa cattolica la riforma gregoriana e la lotta per la libertà della chiesa hanno contribuito all’affermazione dell’autorità primaziale del papa la quale, se da un lato ha liberato i vescovi dalla supremazia dell’imperatore, dall’altro, se non ben intesa, rischia di indebolire la coscienza delle chiese locali. I concili del medioevo, sul modello del sinodo romano, divennero assemblee delle christianitas occidentale dove il papa (o i suoi legati), i vescovi, gli abati e i superiori di ordini religiosi siedono assieme alle autorità civili (rappresentanti dell’imperatore e del re o grandi dignitari) e periti teologi e canonisti. Nella prassi sinodale instaurata da Carlo Magno talvolta i sinodi sono presieduti dal re. Il concilio di Trento tolse alle autorità civili il diritto di voto nei sinodi e stabilì la celebrazione annuale dei sinodi diocesani e triennale per quelli provinciali. In linea con la visione del tempo questi sinodi postridentini non miravano al coinvolgimento attivo di tutto il popolo di Dio, ma al disciplinamento ec­clesiale attraverso la codificazione e trasmissione di norme e disposizioni atte a favorire la riforma nelle diocesi. In quest’epoca anche le comunità ecclesiali nate dalla riforma luterana promuovono forme specifiche di prassi sinodale: in esse un certo numero di battezzati, in forza del sacerdozio comune dei fedeli, partecipa al governo sinodale della comunità ecclesiale.

In campo cattolico nel XIX secolo la necessità di un consistente rilancio della prassi sinodale nella chiesa si è annunciata con Adam Möhler, Antonio Rosmini e John Henry Newman che si richiamano alle fonti della scrittura e delle tradizione preparando il terreno al movimento, liturgico, biblico e patristico. A ciò si deve aggiungere, ancora nell’Ottocento il cominciare a riunirsi di alcuni episcopati in conferenze episcopali e, in una chiesa che comincia a perdere il proprio carattere eurocentrico, la celebrazione di alcuni sinodi in America latina o a carattere provinciale. Ma è soprattutto il Vaticano secondo, con la sua rinnovata ecclesiologia del popolo di Dio e con la sottolineatura del sensus fidei fidelium a porre i presupposti teologici e pastorali per un rilancio della sinodalità. Nei documenti conciliari non troviamo di per sé traccia del termine «sinodalità» e tuttavia questa parola, frutto di riflessione susseguente, ben traduce e sintetizza l’ecclesiologia di comunione espressa dal concilio, specie della Lumen gentium. L’ultima assise ecumenica, inoltre, ha anche «inventato» il sinodo dei vescovi, dando così impulso ad alcuni momenti di prassi sinodale con un certo carattere di permanenza. Il Concilio Vaticano II, come è noto, sulla scia del Vaticano I che va ricordato anche per la sua precisa affermazione dell’infallibilità pontificia, ha approfondito la dottrina sull’ordine episcopale, concentrandosi in particolar modo sulla sua sacramentalità e sulla sua natura collegiale. È apparso così chiaro che ciascun vescovo porta simulaneamente e inseparabilmente la responsabilità per la chiesa particolare affidata alle sue cure pastorali e la sollecitudine per la chiesa universale. Questa sollecitudine che si esercita in modo solenne nei concili ecumenici, si esprime anche nell’azione congiunta dei vescovi sparsi nel mondo e liberamente recepita dal papa. Nel corso del dibattito conciliare emerse a più riprese la richiesta di associare alcuni vescovi al ministero universale del papa, nella forma di un organismo centrale permanente, esterno ai dicasteri della curia romana. Accogliendo queste sollecitazioni, con il motu proprio Apostolica sollecitudo (15 set­tembre 1965) istituì il sinodo dei vescovi, affermando che esso, «per il quale vescovi scelti nelle varie parti del mondo apportano al supremo pastore della chiesa un aiuto più efficace, viene costituito in maniera tale che sia. 1) una istituzione ecclesiastica centrale; 2) rappresentante di tutto l’episcopato cattolico; 3) perpetua per sua natura; 4) quanto alla sua struttura, svolgente i suoi compiti in modo temporaneo e occasionale». Così ogni vescovo è contemporaneamente maestro e discepolo.

La svolta di papa Francesco e il documento della CTI

La riflessione teologica sviluppatasi negli ultimi decenni sul tema della sinodalità ha ottenuto un’autorevole sanzione magisteriale nel citato discorso del 17 ottobre 2015 di papa Francesco che ha i suoi prodromi nella Evangelii gaudium (specie nel valore ivi attribuito al sensusfideifidelium e alla superiorità del tempo sullo spazio).

Un passo del discorso di Francesco mi sembra saliente e riassuntivo del suo punto di vista: «Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”[12]. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo «Spirito della verità» (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli “dice alle Chiese” (Ap 2,7). Il Sinodo dei Vescovi è il punto di convergenza di questo dinamismo di ascolto condotto a tutti i livelli della vita della Chiesa. Il cammino sinodale inizia ascoltando il Popolo, che “pure partecipa alla funzione profetica di Cristo”[13], secondo un principio caro alla Chiesa del primo millennio: “Quod omnes tangit ab omnibus tractari debet”».

Il tema della sinodalità riaffiora qua e là in molti altri momenti dell’insegnamento di Francesco. Egli in genere usa il termine sinodo-sinodalità in senso ampio, con l’intento di tradurre l’ortodossia teologica sul piano pastorale: in questo senso sinodo non esprime soltanto quella struttura ecclesiale che fa capo al governo collegiale, ma è la forma visibile della comunione nella comunità, il cammino della fraternità ecclesiale a cui tutti i battezzati partecipano e contribuiscono personalmente. Una chiesa che nella propria irrinunciabile tensione all’universalità intende tutelare le diversità culturali e sociali considerandole una ricchezza irrinunciabile non può che assumere la sinodalità quale trait d’union tra l’unità del corpo e la pluralità delle membra.

Tutto questo per Francesco e sulla scia del Vaticano II implica che sia ascoltato l’appello dello Spirito, soprattutto l’invito a prediligere i poveri. Il che favorisce sia la conversione delle strutture intraecclesiali, sia il modo di rapportarsi al vangelo. Accordare ai poveri un posto privilegiato nel popolo di Dio non vuol dire soltanto riconoscerli come destinatari privilegiati dell’evangelizzazione e della carità, ma considerarli come suoi soggetti, suoi membri attivi. Essi ci evangelizzano e contribuiscono al processo dell’evangelizzazione.

Per Francesco la sfida fondamentale che il processo sinodale pone alla vita della chiesa rimanda a una rinnovata comprensione della comunione ecclesiale intesa in modo inclusivo, coinvolgente tutti i membri del popolo di Dio, specie i poveri, sotto l’autorità di coloro che lo Spirito Santo pone come pastori della chiesa, in modo che tutti possano sentirsi corresponsabili della vita e della missione della chiesa. Ciò implica la formazione e un costante allenamento all’accoglienza reciproca che, sola, rende efficaci le strutture ecclesiali di partecipazione, discernimento comunitario e sinodalità.

Tre livelli di sinodalità

Alla luce delle fonti normative (Scrittura, Tradizione, Diritto canonico) e dei fondamenti teologici (comunione trinitaria, eucaristia, sensus fidei fidelium) la sinodalità come dimensione costitutiva della chiesa – come si evince dalla Costituzione apostolica Episco- palis communio sul sinodo dei vescovi (15 settembre 2018) – è sia una dimensione della chiesa, sia un insieme di pratiche e stili della vita ecclesialeè a servizio della missione evangelizzatrice. Si potrebbe sinteticamente descrivere in questo modo:

  1. La sinodalità designa innanzitutto lo stile peculiare che qualifica la vita e la missione della chiesa, esprimendone la natura del camminare insieme e del riunirsi insieme del Popolo di Dio radunato nella Trinità. Essa si esprime anzitutto nel modo ordinario di vivere le relazioni ecclesiali. Tale modo di vivere e operare si realizza nell’ascolto comunitario della Parola e nella celebrazione dell’Eucaristia, nella carità fraterna e reciproca e nella comunione-corresponsabilità di tutto il popolo di Dio ai suoi vari livelli nella distinzione e cooperazione dei diversi ministeri e ruoli che sono tali per la vita della comunità e la sua missione.
  2. La sinodalità designa inoltre, da un punto di vista più specifico e determinato dal punto di vista teologico e canonico, quelle strutture e quei processi ecclesiali in cui la natura sinodale della chiesa ordinariamente si esprime localmente, regionalmente, universalmente a livello istituzionale. Tali strutture e processi sono a servizio del discernimento comunitario e autorevole della chiesa, chiamata a individuare i passi del proprio cammino in ascolto dello Spirito Santo.
  3. La sinodalità designa infine l’accadere puntuale di quegli eventi sinodali in cui la chiesa è convocata dall’autorità competente e secondo specifiche procedure coinvolgendo tutto il popolo di Dio sotto la presidenza dei vescovi in comunione collegiale con il vescovo di Roma, per il discernimento del suo cammino e di particolare questioni e per l’assunzione di decisioni e orientamenti al fine di adempiere la propria missione evangelizzatrice. Nella prospettiva della comunione e della attuazione della sinodalità si possono segnalare alcune fondamentali linee di orientamento per l’azione pastorale: a) l’attivazione, a partire dalla chiesa particolare e a tutti i livelli, della circolarità tra il ministero dei pastori, la partecipazione e corresponsabilità dei laici e gli impulsi dello Spirito provenienti dai doni carismatici e da quanto lo Spirito può dire nella coscienza di ogni uomo; b) la comunione tra le chiese locali e la chiesa universale cui il ministero petrino presiede nella carità; c) la comunione tra le diverse diocesi della chiesa cattolica e l’apertura della chiesa cattolica verso le altre chiese e comunità ecclesiali con l’impegno a camminare insieme; d) la diaconia sociale e il dialogo costruttivo con gli uomini e le donne che abitano il nostro tempo.

Sinodo nazionale: la posta in gioco e i problemi aperti

L’intrapresa di un processo sinodale nazionale cui abbiamo accennato è un opportunità, un kairos per il nostro camminare insieme, la conversione pastorale e il rinnovamento delle nostre comunità ecclesiali.

La storia della chiesa mostra, con alterne vicende, l’importanza del processo consultivo per conoscere il parere dei pastori e dei fedeli in ciò che riguarda il bene della chiesa. In quest’ottica il sinodo sarà anzitutto un privilegiato momento di ascolto: «ascolto di Dio fino a sentire con Lui il grido del popolo, ascolto del popolo fino a respirarvi la volontà a cui Dio ci chiama» (Francesco, Episcopalis communio, 6). E insieme un momento di riflessione e discernimento comunitario e di decisione condivisa.

La riflessione teologica e la prassi ecclesiale permettono di comprendere come la sinodalità sia esercizio di chiesa. Infatti nel processo sinodale la chiesa attua se stessa, ovvero la missione che la definisce nella sequela del Signore Gesù in ascolto dello Spirito a servizio del Regno di Dio. Se non si coglie l’invito dello Spirito e non lo si accoglie in modo che scompigli per reimpaginarli il sentire, il pensare, l’agire ecclesiale non si va da nessuna parte. Tutto resta superficiale e artificioso, tutto alla fine scorre via senza incidere e senza lasciare tracce durature, senza smuovere i cuori e le menti, senza informare le coscienze e senza attivare veri ed efficaci processi di rinnovamento. In questo senso la sinodalità propizia la riforma permanente, in capite et in membris, tanto necessaria alla vita e alla vitalità della chiesa.

Ciò che è in gioco nel rilancio contemporaneo della sinodalità è il suo ineludibile nesso con l’evangelizzazione nel mondo di oggi, compito primario e ragion d’essere della chiesa, e la conseguente riforma della chiesa stessa, che è sempre chiesa-nel-mondo. Sotto questo profilo ciò che è urgente è trovare canali per amare ed evangelizzare il mondo di oggi, più che preoccuparci della nostra autopreservazione.

Oggi la celebrazione di un sinodo richiede l’invenzione e la sperimentazione di forme nuove di procedure sinodali che attualizzino quanto trasmessoci in proposito dalla tradizione ecclesiale, ovvero d’elaborazione e costruzione di prassi di ascolto e presa di decisione che, promuovendo la dignità battesimale e la corresponsabilità di tutti e valorizzando la presenza dei ministeri e carismi diffusi nel popolo di Dio senza sminuire

  • specifico ministero dei pastori, permettano di sviluppare processi di discernimento comunitario che alternano ed equilibrano i percorsi di consultazione di tutto il popolo di Dio attraverso un lavoro comune preparatorio di riflessione e cooperazione (decision- making, «consultazione»), la presa di decisione pastorale che compete di volta in volta all’assemblea sinodale, vescovo, al collegio episcopale, al papa (decision-taking, «decisione») e l’attuazione-verifica mediante l’avvio nelle comunità della governance- verifica delle conclusioni sinodali («recezione»), con attenzione alla diversità delle culture e delle situazioni.

Questo implica riflettere sui processi decisionali comunitari, imparando ad ascoltare tutte le voci e considerando il contesto socioculturale pluralistico in cui viviamo. In questo senso va tenuto presente che il dialogo sinodale si realizza grazie all’effettiva comunicazione di fede, di vita e di impegno missionario attivata tra tutti i membri della comunità ecclesiale e all’ascolto simpatetico di quanti, pur non riconoscendosi nell’appartenenza ecclesiale, vivono nel mondo in cui la chiesa abita.

Nel cammino sinodale l’ascolto e la comunicazione si esplicano mediante l’ascolto comunitario della Parola per conoscere ciò che lo Spirito dice alle chiese. In quest’ottica

  • dialogo sinodale chiede il coraggio tanto nel parlare quanto nell’ascoltare. E soprattutto il coraggio di cercare e costruire, per quanto possibile, un’intesa (che non coincide con la ricerca dell’unanimità, ma è capace di riconoscere le differenze) in vista di decisioni condivise. Non si tratta di imbarcarsi in una discussione in cui un interlocutore cerca di sopravanzare sugli altri o controbatte alle loro posizioni con argomenti contundenti, ma di esprimere con rispetto quanto in coscienza si avverte come suggerito dallo Spirito come utile al discernimento comunitario, aperti al tempo stesso a cogliere quanto nelle posizioni degli altri è suggerito dal medesimo Spirito per l’utilità comune. Il criterio suggerito da papa Francesco secondo cui l’unità prevale sul conflitto vale in forma specifica nell’esercizio di un vero dialogo sinodale e ha da essere di aiuto per gestire le diversità di opinioni ed esperienze e per imparare «uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita», rendendo possibile lo sviluppo di una comunione nelle differenze. L’esercizio di un siffatto dialogo rende possibile il discernimento comunitario che è al cuore dei processi e degli eventi sinodali. E favorisce l’incontrarsi effettivo delle persone e l’essere insieme come comunità di fratelli e sorelle che si amano. Va da sé che, per quanto riguarda i modi effettivi e le procedure di discernimento comunitario e presa di decisione condivisa, non si parte da zero e, pur se si devono trovare forme rispondenti alle esigenze attuali secondo lo spazio e il tempo, occorre in questo far tesoro di quanto in proposito è maturato nei secoli sia a livello di tradizione ecclesiale che culturale (penso, solo per fare alcuni esempi, alla prudentia tommasiana, ai temi ignaziani del discernimento e dell’indifferenza, ai suggerimenti dell’idea di opposizione polare guardiniana, alle norme e regolamenti ispirati all’ecclesiologia del Vaticano II o inscritti nel diritto canonico, alle riflessioni sul discernimento comunitario presenti nell’attuale teologia pastorale; o, in campo culturale, alla phronesis aristotelica, alla morale di Cartesio o De Montaigne, alle teorie di Habermas, alle teorie della complessità….). Nè va dimenticato il percorso condurra, eo ipso, a verificare il senso in cui vengono esercitati nella chiesa il servizio dell’autorità, esplicato in particolare dai pastori, e la rappresentanza, ovvero modo in cui coloro che siedono temporaneamente nei cosiddetti organismi di partecipazione si sanno mettere effettivamente in ascolto e a servizio delle persone e delle comunità che rappresentano facendosi portavoce delle istanze che vengono dal basso. Tutto questo comporta oggi, mi sembra, il superamento di un visione ingenua di sinodalità, che tenga in debito conto di come i processi decisionali coinvolgono dimensioni cognitive, emotive e relazionali che rendono le nostre scelte e le nostre prese di decisione mediamente molto meno lineari di quello che potrebbbe sembrare. Occorre cioè farci attenti alle dinamiche che, sotto traccia, operano mentre si compiono insieme le scelte. La prima cosa da fare in questa prospettiva è accettare che la dinamica costitutiva dell’apprendimento, anche dell’apprendimento in vista di decisioni raggiunte sinodalmente, è per sua natura problematica e chiede attenzione alla complessità. Ne viene che non è possibile imparare a decidere insieme se non si fa esperienza della deci­sione come problema, accettando di riflettere sulle nostre resistenze al cambiamento ed esponendoci anche al rischio che la decisione presa possa risultare imprevista e non corrisponda tanto al bene assoluto, ma alla migliore soluzione possibile qui e ora. Per essere capaci di questo è importante saper integrare il nostro approccio mono-oculare alla realtà e ai problemi con un approccio multidimensionale che, valorizzando il principio di razionalità insieme allo sguardo di fede suscitato dall’ascolto della Parola di Dio e dei fratelli e sorelle nella forza dello Spirito, sappia interpretare le situazioni all’interno di una più ampia configurazione. Cosa che richiede a tutti i partecipanti del processo di discernimento e decisione di ascoltare, confrontandovisi lealmente e con apertura di spirito, i punti di vista altri dal proprio perchè è nel darsi la parola e nell’ascoltarsi che la comunità genera e rigenera se stessa Così per le nostre comunità la capacità di assumere più prospettive – sapendo che le decisioni migliori sono quelle prese ascoltando la pluralità di voci che le abitano (con la preoccupazione che a parlare non siano sempre i soliti o i primi, ma anche coloro che sono spesso silenziosi o addirittura periferici) e dando la parola anche a chi all’interno della comunità si lamenta o si allontana, a chi è portatore di esigenze latenti, a coloro che non pensano in modo organico alla visione ufficiale, agli sperimentatori con legami deboli, ai precursori, sia a coloro che, rispettosi e intellettualmente onesti, stanno di fuori e non si riconoscono appartenenti alla chiesa, ma possono avere cose utili e importanti da dirci in cui pure lo Spirito parla – permette di ridurre il rischio che una sola visione possa distorcere l’interpretazione che serve per decidere insieme. Oggi non abbiamo bisogno di una visione monoculare, ma della capacità di saper integrare più visioni e sguardi, rendendoli per quanto possibili compatibili per riuscire a decidere.

Per quanto riguarda la chiesa in Italia il sinodo sarà un’opportunità per dare voce ai molti soggetti che, in diversità di modi e di intensità vi appartengono, anche di coloro che per lo più restano silenti o sono inascoltati e per prendere atto delle trasformazioni che attraversano la nostra società e la chiesa rinnovando a partire da esse e dalle conversioni che ci chiedono la nostra fedeltà al mandato del Signore. Non è, a mio avviso, solo una questione di metodo, o solo di contenuti, solo teorica o solo pratica, ma in questo metodo e contenuti, teorie e prassi procedono insieme e hanno da fecondarsi reciprocamente. Allo scopo, per individuare metodi e contenuti su cui concentrarsi, potrebbe essere utili porci alcune domande come le seguenti: qual’ è oggi (dopo la pandemia) la temperatura della fede e dell’appartenenza ecclesiale nelle nostre comunità? Quale lo stato della effettiva comunione fraterna e aperta in esse? Quali le voci, le visioni, le prospettive che abitano le nostre comunità e ne fanno la ricchezza e la fragilità? Come pensiamo l’oggi e il futuro in rapporto alle trasformazioni della società, della cultura e delle presenti contingenze ecclesiali? Quali le forme e le configurazioni concrete della chiesa, sia riguardo alla sua presenza nel territorio (parrocchie, unità pastorali, ministerialità ecc.) sia al suo rapporto dialogico con la società e la cultura di oggi? Il sinodo nazionale dovrebbe essere occasione per ascoltarci con ripetto, libertà, franchezza e stima, conoscerci meglio e confrontarci tra noi e con gli uomini e le donne che abitano con noi il mondo, per trovare nuove strade d’intesa e cooperazione. E per costruire dall’alto e dal basso una rinnovata comunione tra le chiese locali d’Italia e con la chiesa universale.

Per le nostre chiese del Triveneto in particolare un tema urgente da affrontare riguarda le forme e lo stile della presenza e della testimonianza della comunità cristiana nel territorio. È un tema che tocca la configurazione e l’organizzazione ministeriale della chiesa e che coinvolge una riflessione sulla situazione effettiva dei ministri ordinati e la forma del loro servizio e insieme il riconoscimento e l’invenzione di una ministerialità diffusa. In particolare ci si dovrebbe interrogare sull’apporto singolare dei laici (uomini e donne) all’attuazione di un chiesa sinodale e sul come il carisma dei ministri ordinati sa porsi a servizio della sinodalità di tutti i carismi e ministeri.

Tutto questo richiede di educarci ed educare alla cultura dell’incontro e al coraggio e al rischio dell’alterità, nonché all’esercizio inclusivo dell’autorità e al lavoro di equipe.

Considerazione finale

La considerazione ecclesiale e la riflessione teologica sulla sinodalità e il sinodo è attual­mente aperta e in movimento e probabilmente lo sarà sempre.

Le esperienze sinodali, che a vari livelli, verranno messe in atto ai diversi livelli della chiesa (ad esempio nella chiesa presente in Italia) saranno elemento importante per lo sviluppo ulteriore della prassi e della teoria sulla sinodalità. Essa ha da esprimere la figura di chiesa che scaturisce dal Vangelo di Gesù e che è chiamata a incarnare oggi nella storia in fedeltà creativa alla tradizione.

Va da se che – per evitare gattopardismi – un solo, isolato momento sinodale non potrà trattare tutti i temi o i problemi che sono sul tappeto, pena la superficialità e genericità che preludono a un nulla di fatto; esso dovrà concentrarsi e giungere a degli orientamenti su alcuni aspetti determinati e specifici che verranno individuati come più significativi e urgenti in questo momento, lasciando al restante percorso sinodale e a nuovi sinodi che potranno/dovrebbero essere convocati regolarmente in anni successivi lo sviluppo di altre analisi e la presa di ulteriori decisioni. In questo senso la sinodalità e i sinodi non do­vrebbero essere un che di straordinario, ma momenti che fanno parte del tessuto dell’ordinarietà di una chiesa comunione-missione in cammino.

Alla base di tutto ciò che siamo venuti dicendo vale che, come ha sottolineato Francesco, «soltanto nella misura in cui questi organismi rimangono connessi col “basso” e partono dalla gente, dai problemi di ogni giorno, può cominciare a prendere forma una chiesa sinodale» (Discorso per il 50° del sinodo dei vescovi).

Bibliografia di riferimento

FRANCESCO, Evangelii gaudium.

FRANCESCO, Discorso in occasione del cinquantesimo dell’istituzione del sinodo dei vescovi (17 ottobre 2015).

FRANCESCO, Discorso al convegno ecclesiale di Firenze (10 novembre 2015).

FRANCESCO, Episcopalis communio. Costituzione apostolica sul sinodo dei vescovi, 15 settembre 2018.

BATTOCCHIO – L. TONELLO (a cura), Sinodalità. Dimensione della Chiesa, pratiche nella Chiesa, Messaggero – Facoltà Teologica del Triveneto, Padova 2020 (con una aggiornata bibliografia sulla sinodalità).

CZERNY, Verso una chiesa sinodale, La Civiltà Cattolica 2021, I, 3-15.

M. SEMERARO, Sinodalità, in: Nuovo Dizionario Teologico Interdisciplinare, Dehoniane, Bologna 2020, 653-658.

C. THEOBALD, Ritrovare l’intesa, Dialogo e autorità tra società e chiesa, Messaggero, Padova 2019.

 

Sitweb della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi.

APPUNTI PER UN PROCESSO DI SINODO NELLA CHIESA ITALIANA in pdf