Testi sulla crisi dell’ordine internazionale

1. Stiamo attenti ai topi morti [M. MacMillan – Introduzione]
Il New York Times ha annunciato la pubblicazione di una nuova serie di interventi intitolata “Il nuovo disordine mondiale”, che si propone di analizzare la disgregazione del sistema internazionale del dopoguerra e come i paesi si stanno adattando al progressivo ritiro degli Stati Uniti. Il primo di questi interventi, affidato a una storica canadese (Margaret MacMillan), ha lo scopo evidente di sollecitare le coscienze di popoli e leader sui rischi che stiamo vivendo.
“Nella storia ci sono state tante pestilenze quante guerre, eppure pestilenze e guerre colgono sempre le persone ugualmente di sorpresa”. [Albert Camus]
All’inizio del romanzo di Albert Camus, “La peste”, per le strade della città algerina di Orano cominciano ad apparire topi morti un po’ ovunque. La gente inizia ad ammalarsi di una misteriosa malattia, il cui nome fatica a venire pronunciato. Il governo locale e la maggior parte dei cittadini ignorano i segnali e lo fanno finché non è troppo tardi. Orano verrà infine devastata dal flagello della peste. “Nella storia ci sono state tante pestilenze quante guerre”, dice il narratore di Camus, “eppure pestilenze e guerre colgono sempre le persone ugualmente di sorpresa”.
“Oggi, ci sono topi morti ovunque”, conclude icasticamente la MacMillan, che provvede a esemplificare, alludendo a fatti noti a tutti, senza però che gli si presti sufficiente attenzione.
Siamo giunti nelle fasi iniziali di quello che potrebbe rivelarsi un lungo periodo di disordine. L’ordine internazionale è sempre dipeso dal sostegno delle grandi potenze e dalla cooperazione e dall’adesione di un numero sufficiente di potenze minori. Tutto questo è venuto a mancare.
Snodi critici come questi si sono riproposti anche in passato. In alcuni casi i leader e i popoli si sono comportati come i cittadini di Orano, non hanno cioè voluto vedere e comprendere che la nuova situazione richiedeva un mutamento. Altre volte, però, le nazioni e i loro leader hanno dimostrato di saper leggere i segnali in tempo e adeguare le scelte.
Il primo passo è cominciare dall’essere onesti sulla gravità del momento che stiamo vivendo e dall’accettare che il nostro fragile sistema sta vacillando. È meglio evitare di volgere la testa dall’altra parte sperando che tutto ritorni come prima. Dobbiamo riconoscere la malattia.
Una guerra mondiale non è inevitabile, ma occorre riconoscere che la minaccia di un conflitto catastrofico tra grandi potenze ben armate è più vicina di quanto non lo sia stata per decenni.[1]
Viviamo in un mondo sempre più imprevedibile, in cui siamo lasciati, in misura molto maggiore di quanto ci aspettassimo, in balia dei capricci dei nostri leader, meno vincolati da strutture esterne e più liberi di improvvisare. Dovremmo scegliere chi prende le decisioni con maggiore attenzione che mai, proprio ora che gli elettori sembrano meno propensi a farlo. [Ndr. questo pare proprio essere un punto chiave]
[1] A questo proposto Il New York Times il 25 agosto ha pubblicato un preoccupato intervento di un suo opinionista – Bret Stephens, di orientamento conservatore – dal titolo “Has World War III Already Started?” [La terza guerra mondiale è già iniziata?], di cui si è occupata anche la stampa italiana.

2. Imparare a vivere in un periodo di assenza di un qualsiasi ordine mondiale [Mark Leonard – Sintesi]
Dopo decenni di espansione l’ordine internazionale basato su regole e guidato dagli Stati Uniti., viene abbandonato. Henry Kissinger sosteneva che l’ordine mondiale si fonda su due pilastri: un equilibrio di potere ragionevolmente stabile e un insieme di regole comunemente accettate su ciò che gli Stati possono o non possono fare. Oggi, entrambi i pilastri stanno crollando ed è improbabile che possano essere rafforzati o ricostruiti a breve.
Troppi leader continuano a comportarsi però come se il vecchio ordine potesse in qualche modo essere salvato. Gli alleati degli Stati Uniti, in particolare, non hanno ancora compreso che Washington ha ritirato il suo sostegno al vecchio ordine e a loro stessi.
È tempo di riconoscere invece che il vecchio ordine è davvero scomparso e di elaborare un nuovo approccio. Questo momento non rappresenta un breve interregno tra un ordine guidato dagli Stati Uniti e uno guidato dalla Cina. Per un certo periodo, il mondo sarà privo di qualsiasi ordine.
Già prima di Trump, il sistema di alleanze che aiutava gli Stati Uniti a far rispettare le regole si stava indebolendo; Cina, Russia e potenze emergenti che non le avevano stabilite stavano esercitando pressioni contrarie. Ed è altamente improbabile che, passato Trump, gli Usa riprendano il vecchio ruolo. Non ne sarebbero in grado. Nessuna grande potenza, d’altra parte, ha l’ambizione e la capacità di raccogliere il loro testimone.
Secondo Leonard, più che elaborare una “grande strategia”, gli Stati dovranno sviluppare risposte flessibili e mirate.
A dominare sarà l’incertezza. Leonard, sulla base di decine di conversazioni private avute con leder di tutto il mondo che lo chiamano per aver lumi, dice che l’unica cosa su cui essi concordano è che non sanno cosa succederà. E questo perché nel mondo di ieri gli attori potevano anche violare le regole, ma senza cessare di riconoscerne l’esistenza, mentre oggi agiscono senza alcun riferimento a una struttura comune.
L’incertezza che pervade quest’epoca di disordine è alimentata da tre forze che stanno sconvolgendo il sistema internazionale: frammentazione, contagio e strangolamento.
Frammentazione
Le alleanze si stanno sgretolando. Le restrizioni commerciali stanno disgregando i mercati mondiali. I problemi globali non attraggono più soluzioni globali, bensì un insieme di soluzioni tampone a breve termine.
Le divisioni sono così radicali che oggi non ci si divide più solo sulle interpretazioni, non si concorda più neanche sui fatti. Nel conflitto con l’Iran, per fare un esempio non c’è accordo nemmeno su chi ha vinto e chi ha perso.
L’aspirazione a instaurare un unico ordine globale sta cedendo il passo a una realtà in cui coesistono e competono numerosi sistemi organizzativi. Alcuni di questi sono strutturati su base regionale. Altri, cercano di governare settoricome la tecnologia, il commercio e la sicurezza.
L’idea che siano possibili accordi di pace globali è tramontata. Al posto di essi vediamo cessate il fuoco e tregue orientati a congelare i conflitti piuttosto che a risolverli [ndr. è la stessa tesi di Confort Ero – 4.].
È tramontata anche l’idea che l’economia globale debba essere governata da regole coerenti. Nazionalismo e protezionismo economico sono in ascesa.
Contagio
Un’altra grande sfida è il contagio. In quest’era di disinibizione rispetto ai limiti posti dal diritto internazionale, le crisi non rimangono più confinate nel loro ambito originario e gli attori non si sentono più vincolati dalle norme che regolano la condotta appropriata; anzi, molti degli attori più potenti del mondo sembrano persino non essere più consapevoli di violare le regole.
Ed è meno probabile che le controversie rimangano compartimentate: le relazioni economiche e quelle di sicurezza non sono più separate. Il conflitto si estende a coinvolgere tutti i piani relazionali.
Questa stessa disinibizione influenza sempre più il modo in cui viene condotta la guerra. I tabù contro gli assassinii, gli attacchi contro i civili e le guerre di conquista territoriale stanno scomparendo. Questo tipo di escalation incontrollata con molte probabilità condurrà a una proliferazione di piccole guerre per il territorio.
Strangolamento
Nella geopolitica odierna, gli Stati stanno trasformando sempre più in armi i sistemi che un tempo li collegavano – rotte energetiche, catene di approvvigionamento, infrastrutture finanziarie, vie di navigazione. [vedi ad esempio: Terre Rare cinesi; Stretto di Hormuz]
Questo sfruttamento dei punti strategici sarà presto universalizzato. Le conseguenze potrebbero essere straordinarie, perché i potenziali colli di bottiglia sono innumerevoli: esistono non solo nelle vie navigabili, ma anche nelle catene di approvvigionamento di armi, cibo, assistenza sanitaria e tecnologie di base, ovvero tutti i beni essenziali per la vita quotidiana. Basti pensare a cosa succederebbe se gli Stati Uniti impedissero agli europei di utilizzare i propri modelli di intelligenza artificiale o bloccassero il loro accesso ai prodotti Microsoft.
Architetti e artigiani. Due strategie per fronteggiare il nuovo mondo
Secondo Leonard stanno emergendo due approcci principali a questo nuovo mondo: quello dell’architetto e quello dell’artigiano. Gli architetti elaborano progetti per l’ordine e cercano di plasmare il mondo secondo le proprie idee, sviluppando norme universali e ancorando la sicurezza a istituzioni multilaterali. Gli artigiani non presumono di avere il potere o le risorse per costruire grandi strutture dal nulla. Piuttosto, si affidano all’improvvisazione e alla flessibilità per affrontare un mondo che non si presta a piani di ampio respiro.
La Cina ad esempio, che pare aver capito meglio la situazione, si muove come un artigiano, riadattando le istituzioni esistenti e creandone di nuove (Brics e Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai). Queste istituzioni sono flessibili nella loro composizione e nei loro scopi e non sono concepite per stabilire regole globali.
In molte altre potenze di medio livello in Europa, nell’Indo-Pacifico e in Nord America, al contrario, il dolore per la fine dell’ordine basato sulle regole sta facendo emergere un istinto architettonico. Pur ammettendo l’incertezza, i leader di queste regioni non riescono a cogliere i cambiamenti che stanno affrontando e le loro strategie propongono troppo spesso di mantenere la forma del vecchio ordine senza la sua sostanza: la legittimità e la capacità di applicazione conferitegli dagli Stati Uniti.
La differenza fondamentale tra questi progetti e quelli più artigianali è che il loro scopo rimane principalmente legalistico, incentrato sul raggiungimento del cambiamento attraverso l’adesione a quadri normativi sempre più obsoleti.
Il vecchio ordine basato sulle regole non si è mai limitato, in realtà, solo alle regole. Proponeva regole sostenute da una potenza specifica disposta a sopportare costi sproporzionati per mantenerle. Gli Stati Uniti e i loro alleati europei sono stati gli artefici degli ordini del dopoguerra e della Guerra Fredda, ma non dispongono più delle risorse per mantenerli. E le potenze di medio livello non possono semplicemente mettere in comune le proprie risorse e replicare il passato.
Secondo Leonard gli ex alleati degli Stati Uniti devono invece pensare e agire come artigiani. Molti di questi paesi sono più preparati di quanto non credano a questo cambio di strategia. Mentre gli architetti cercano la stabilità, gli artigiani si preparano al caos e al cambiamento. Ad esempio, tentare di riformare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sarebbe solo una perdita di tempo. Meglio agire con più diplomazia, entrare ad esempio a far parte dei Brics; meglio cercare di contribuire agli sforzi meno convenzionali di mediazione dei conflitti, come quelli che alcuni paesi stanno cercando di porre in essere (cfr. vedi quanto dice Comfort Ero – 4).
Mentre gli architetti credono che possa esistere un unico regolamento valido per tutti, gli artigiani accettano la coesistenza di molteplici insiemi di linee guida. Raggruppamenti come l’UE dovrebbero concentrare sempre più i propri sforzi sulla creazione di ordinamenti basati su regole nei propri territori, piuttosto che perseguire un irraggiungibile ordine globale. Lo stesso vale per i quadri normativi globali volti a risolvere problemi come il cambiamento climatico. La competizione per il dominio delle tecnologie rinnovabili – dice Leonard – ha probabilmente contribuito maggiormente alla lotta contro l’aumento delle emissioni rispetto a tutte le riunioni della Conferenza delle Parti (COP) messe insieme.
Gli europei dovrebbero impegnarsi a fondo per comprendere come brasiliani, indiani, indonesiani, russi e sudafricani percepiscono questo momento. Se vogliono tutelarsi dai rischi in modo più efficiente, devono comprendere meglio gli altri attori.
Mentre gli architetti vedono la globalizzazione come un mezzo per trasformare gli altri, gli artigiani si preoccupano delle vulnerabilità che l’interconnessione crea. L’Europa e i suoi alleati hanno più strumenti per sviluppare l’autosufficienza e stringere accordi con altre potenze di quanto credano. [seguono esempi – a pag. 7 – di come l’Europa potrebbe proteggersi dal ricatto altrui]
Se infine i Paesi vogliono prosperare, devono rafforzare la propria sicurezza, la competitività industriale, la leadership nel settore delle energie pulite e l’influenza globale. Un elemento fondamentale in questo senso è il perseguimento della sovranità tecnologica [vedi quanto sostiene da tempo Mario Draghi].

3. Guerre inutili [M. Walt sintesi]
Il buon senso indurrebbe a pensare che i costi crescenti delle guerre, la loro pericolosità e il contrasto evidente conl’interdipendenza che caratterizza oggi le relazioni tra i popoli avrebbero dovuto portare a una loro scomparsa o, quantomeno, a una loro rarefazione.
Queste previsioni erano state avanzate anche da pensatori che scrivevano nella seconda metà dell’800 e all’inizio del ‘900, ma evidentemente si sono rivelate false. Le guerre sono rimaste e oggi paiono intenzionate a diffondersi.
Stephen Walt, titolare della cattedra di relazioni internazionali a Harvard, non si fa illusioni a questo riguardo. Ma invita a riflettere chi comanda sulla loro crescente inutilità.
Una ricostruzione delle guerre condotte dagli USA successivamente alla seconda guerra mondiale, tutte condotte – si noti – contro concorrenti decisamente più deboli, evidenzia che, lungi dal rendere quel Paese più sicuro e prospero, in quasi tutti i casi lo hanno lasciato in una condizione peggiore di quella in cui si sarebbe trovato se non le avesse mai combattute. Ciò vale anche per la Russia, per Israele, il Sudan, la Libia, lo Yemen, ecc.
Walt si chiede allora che cosa sia successo; perché le guerre non soddisfano più il criterio di von Clausewitz e cioè quello di sensatezza politica a costi ragionevoli? [cfr. C. V. Clausewitz: “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”]
A suo avviso le ragioni di ciò sono quattro:
1. Le armi nucleari. Il loro possesso pone un limite chiaro a ciò che qualsiasi altro paese può fare nei tuoi confronti, se le possiedi. Esse non sono molto utili per combattere le guerre, ma sono molto efficaci nel dissuadere altri stati dal tentare di conquistarti. L’epoca delle armi nucleari esclude la possibilità di vittorie decisive e gli obiettivi politici della guerra devono perciò essere limitati.
2. La difficoltà di raggiungere obiettivi politici decisivi è amplificata dalla forza del nazionalismo moderno, che incoraggia le società a combattere duramente contro un aggressore straniero (cfr. Vietnam e, oggi, Ucraina).
3. La guerra è sempre più inutile perché la globalizzazione e l’interdipendenza consentono agli stati di arricchirsi senza espandersi. Conquistare la Groenlandia può essere costoso, mentre si può beneficare delle risorse in essa presenti per altra via. Inoltre la capacità di altri Stati di “strumentalizzare l’interdipendenza” può aumentare i costi del conflitto e rendere più difficile raggiungere ambiziosi obiettivi politici (cfr. Stretto di Hormuz; Terre rare in Cina, ecc.).
4. La tecnologia e il suo impatto sul moderno campo di battaglia. La guerra si sta lentamente spostando a favore dei difensori locali, anche di fronte a nemici apparentemente superiori sul piano tecnologico militare. Oggi è diventato più difficile conquistare e mantenere il controllo di territori ostili. Siamo entrati in una nuova era di “dominio difensivo”
Questo quarto punto merita un approfondimento che lo stesso Walt ha fatto in un articolo successivo apparso sempre su Foreign Policy del 1/09/2026, dal titolo “Benvenuti nel nuovo mondo dominato dalla difesa”, ispirato alla “teoria dell’equilibrio tra attacco e difesa”. Una serie di innovazioni (il caso più noto sono i droni) ha reso più facile anche per avversari relativamente deboli organizzare una difesa efficace del proprio territorio e persino imporre costi a distanza, il che a sua volta rende più difficile per le potenze oggettivamente più forti costringerli alla resa. Oggi ci si interroga se ciò sia destinato a modificare aspetti sostanziali del potere militare e delle relazioni internazionali. Perché se la conquista è facile allora tutti gli stati sono per definizione meno sicuri, mentre se difendersi è più facile che attaccare gli stati potrebbero fidarsi l’uno dell’altro più facilmente.
Naturalmente questa teoria è stata sottoposta a molte critiche. Ma per Walt, nonostante queste critiche, gli Stati si trovano attualmente ad affrontare una situazione in cui conquistare territori stranieri o tentare di sottomettere gli avversari con la forza è sempre più difficile e arduo da realizzare a un costo accettabile.
[ndr. È una considerazione molto simile a quella fatta recentemente dal Segretario generale dell’ONU, António Guterres, il quale in una intervista a GzeroWorld ha affermato che Stati Uniti e Russia si trovano di fronte ai limiti del loro potere in questi conflitti. «Il potere in sé non risolve il problema, nemmeno il loro». Un esempio: Trump ha bombardato gli Houthi per lungo tempo, fallendo sostanzialmente nel tentativo di riaprire il Mar Rosso, e alla fine ha detto: ” Il mio lavoro qui è finito, me ne vado, grazie a tutti”. Gli si è osservato che il Presidente non aveva in realtà fatto un bel niente niente e che gli Houthi avevano nella sostanza vinto. Ma lui ha risposto testualmente: ” Non posso costringerli alla resa con la forza”.]
In un mondo più saggio, osserva Walt, questa situazione porterebbe a una riduzione del revanscismo ambizioso, a una maggiore fiducia nella diplomazia e a sforzi più seri per risolvere i conflitti esistenti attraverso il compromesso e l’adattamento reciproco. Ma forse non viviamo in un mondo saggio.
Qual è la conclusione?
La permanenza delle guerre si fa sempre più insensata, e si può sperare che ciò alla lunga produca degli effetti. Ma nella situazione attuale delle relazioni internazionali sarebbe ingenuo aspettarsi che ciò avvenga a breve per tre motivi: (1) perché la competizione tra gli Stati non cesserà e quindi si andrà alla ricerca di soluzioni miracolose in grado di ripristinare la capacità di condurre azioni “decisive”. (2) Perché gli stati potenti non smetteranno di prevaricare quelli più deboli. Il fatto che gli attacchi spesso falliscono non significa che non verranno tentati. (3) esistono ancora aree scarsamente protette, prive di vantaggi difensivi che costerebbe poco attaccare (cfr. Groenlandia)
Walt si affretta a precisare quindi, per non essere frainteso, che gli Stati non possono smettere di preoccuparsi della propria sicurezza e iniziare a trasformare le spade in aratri. Sono stati proprio i preparativi che alcuni hanno fatto per difendersi a rendere più difficile per altri ottenere vantaggi commisurati ai costi. Mantenere un equilibrio di potere favorevole e una deterrenza credibile è dunque ancora importante.
Ma dovremmo riconoscere cosa questo significa: l’autodifesa sta diventando più facile e le guerre di aggressione sono sempre meno utili. Se questa consapevolezza prendesse piede sarebbe una cosa di non piccolo conto. Certo spiegarlo a Trump, a Putin o a Netanyahu appare perora difficile.

4. Un aspetto trascurato del nuovo quadro internazionale. Nuovi attori si sforzano di contenere i conflitti, se non di risolverli [Comfort Ero – Sintesi].
Viviamo in un’epoca caratterizzata dalla forza bruta. Il numero di conflitti tra Stati ha raggiunto lo scorso anno il record di 65, il più alto dal 1945. La spesa militare globale è cresciuta del 41% nell’ultimo decennio. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non è riuscito ad affrontare efficacemente nessuna crisi (L’ultimo accordo di pace – Colombia – risale al 2016).
Stiamo entrando in un mondo in cui i cambiamenti geopolitici rendono impossibili sforzi di pace cooperativi e istituzionalizzati come quelli che si facevano negli anni ’90 e nei primi anni 2000.
La disperazione, tuttavia, non è una strategia. È necessario individuare fattori e attori sulla scena internazionale che possano contribuire a prevenire e contenere i conflitti.
L’attuale momento di incertezza ha spinto i governi di tutto il mondo a cercare nuove strategie per massimizzare la propria sicurezza. Per molti, la risposta risiede nella pace attraverso la forza e la deterrenza. Ma non è da trascurare il fatto che un numero significativo di stati ha volutamente integrato i processi di pace nella propria strategia complessiva. Gli attori principali di questo processo sono potenze regionali che si sono fatte avanti a colmare il vuoto lasciato dal ridimensionamento del ruolo di soggetti come le Nazioni Unite. Si tratta, prevedibilmente, di attori spinti ad agire in ordine a conflitti che potrebbero avere effetti negativi sui loro interessi.
L’ascesa di questi soggetti che l’autrice, forse troppo generosamente, chiama “operatori di pace” è stata complicata, ma a volte accelerata, dall’approccio imprevedibile dell’amministrazione Trump.
In non pochi casi, questi attori orientati a sedare i conflitti hanno constatato che è possibile raggiungere solo accordi limitati e di breve durata. In un periodo di competizione e incertezza, è difficile strutturare accordi di pace globali e duraturi. I mediatori di oggi tendono perciò a perseguire obiettivi limitati come cessate il fuoco e scambi di prigionieri. Nel breve termine, gran parte degli sforzi di questi attori sono volti a creare delle zone cuscinetto per evitare ulteriori escalation.
Quando puntano a una stabilità a lungo termine, a volte devono rivolgersi a organizzazioni come le Nazioni Unite per ottenere aiuto, poiché queste possiedono competenze specifiche su questioni come la gestione del cessate il fuoco e gli aiuti postbellici.
Il semplice fatto che esistano operatori di pace non è, in fin dei conti, sufficiente a persuadere i rivali ad abbandonare la guerra. Ma, per quanto possa essere difficile da percepire sul momento, potrebbero esserci forze sottostanti che favoriscono una riduzione della violenza. La più semplice è che persino le grandi potenze stanno imparando che la forza ha i suoi svantaggi. E tuttavia, anche se la fondamentale lezione sui limiti della forza dovesse essere appresa Comfort Ero ritiene improbabile un ritorno a un’era di pacificazione più sistematica.
Un numero crescente di attori impegnati nella pacificazione si occuperà dei singoli conflitti e potrebbe trovare nuove modalità di collaborazione. Tuttavia, è probabile che rimarranno concentrati sul contenimento dei conflitti piuttosto che sulla loro risoluzione.

5. Contro gli imperi: quale ordine internazionale dopo l’America di Trump?
Vittorio E. Parsi “Contro gli imperi. Il futuro dell’ordine internazionale, Bompiani, 2026. [sintesi del libro]
Nel suo ultimo libro, scritto per un pubblico allargato di non addetti ai lavori, Vittorio Emanuele Parsi affronta una delle questioni decisive del nostro tempo: che cosa accade all’ordine internazionale quando la principale potenza che per decenni ne ha garantito l’equilibrio sembra non voler più svolgere quel ruolo?
È questa la domanda che attraversa il libro e che permette a Parsi di collegare fenomeni apparentemente diversi: il ritorno della politica di potenza, l’aggressione russa all’Ucraina, l’ascesa della Cina, la trasformazione della politica americana sotto Donald Trump e, soprattutto, la difficoltà dell’Europa a definire un proprio ruolo nel nuovo scenario mondiale.
La tesi di fondo è che il sistema internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale stia attraversando una trasformazione profonda. A essere messa in discussione non è soltanto una determinata politica estera, ma l’idea stessa che le relazioni internazionali possano essere governate, almeno in parte, da regole, istituzioni, alleanze e principi condivisi. Al loro posto rischia di tornare una logica più antica, fondata sulle sfere d’influenza e sui rapporti di forza tra grandi potenze.
Per descrivere questa situazione Parsi riprende una metafora tratta dal politologo Randall Schweller: quella della foresta abitata da leoni, lupi, sciacalli e agnelli. Il leone è la grande potenza che garantisce l’ordine; i lupi sono le potenze che perseguono direttamente i propri interessi e cercano di ampliare la propria influenza; gli sciacalli approfittano delle debolezze altrui; gli agnelli sono gli Stati più deboli, la cui sicurezza dipende dalla presenza di un ordine capace di proteggerli.
Per gran parte del secondo dopoguerra, gli Stati Uniti hanno svolto, secondo Parsi, il ruolo del leone. Non si tratta di presentarli come una potenza disinteressata o altruista: anche Washington ha sempre perseguito propri interessi. Il punto è un altro. La potenza americana aveva interesse a mantenere un sistema internazionale nel quale le proprie alleanze, le istituzioni multilaterali e alcune regole comuni costituissero una cornice relativamente stabile per la competizione internazionale.
La seconda presidenza Trump introduce, nella lettura di Parsi, un elemento di discontinuità. La questione non riguarda soltanto singole decisioni dell’amministrazione americana, ma la possibile ridefinizione del ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Trump appare meno disposto a considerare le alleanze come impegni permanenti e più orientato a valutare i rapporti internazionali sulla base dell’interesse immediato degli Stati Uniti. Da qui la domanda che Parsi pone al lettore: Trump è un “tornado”, una perturbazione destinata prima o poi a esaurirsi, oppure un “meteorite”, capace di modificare stabilmente il paesaggio internazionale?
L’autore propende per la seconda ipotesi. È uno dei passaggi più interpretativi del libro e, proprio per questo, anche uno dei più discutibili. La trasformazione della politica americana viene infatti letta come possibile sintomo di un mutamento strutturale e non soltanto come una fase contingente. Se questa interpretazione fosse corretta, le conseguenze sarebbero profonde: l’Europa non potrebbe più considerare la protezione americana come una certezza acquisita.
Qui si inserisce il secondo grande tema del libro: il ritorno degli imperi. Parsi contesta l’idea che un mondo organizzato intorno a poche grandi potenze, ciascuna libera di esercitare una propria influenza su una determinata area geografica, sia necessariamente più stabile. La storia europea del Novecento dimostrerebbe piuttosto il contrario. La competizione tra grandi potenze e la ricerca di sfere d’influenza possono produrre una situazione nella quale ogni crisi locale diventa potenzialmente un confronto più ampio.
Il problema, dunque, non è soltanto quello della giustizia o del diritto internazionale. È anche un problema di stabilità. Un sistema fondato esclusivamente sulla forza può apparire più semplice, perché riconosce apertamente la gerarchia tra le potenze; ma proprio questa logica può diventare pericolosa quando gli interessi delle grandi potenze entrano in conflitto.
È in questo quadro che Parsi difende il valore dell’ordine internazionale liberale, pur senza idealizzarlo. L’autore ne riconosce le contraddizioni, gli errori e i limiti. Non nasconde, per esempio, l’illusione secondo cui l’interdipendenza economica avrebbe progressivamente reso la guerra troppo costosa e quindi improbabile. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto fosse fragile questa convinzione.
Ciò non significa, però, che la risposta debba essere l’abbandono delle regole internazionali. Al contrario, secondo Parsi, proprio la crisi attuale rende evidente il valore di un sistema nel quale la forza sia almeno parzialmente sottoposta a norme, istituzioni e alleanze. La questione non è scegliere tra un ordine perfetto e un mondo senza regole, ma capire come preservare e riformare ciò che dell’ordine esistente può ancora contribuire a limitare la politica di potenza.
Da questa prospettiva anche la guerra in Ucraina assume un significato più ampio. L’aggressione russa mostra, nella lettura di Parsi, il rischio insito nell’idea che una grande potenza possa modificare con la forza i confini e imporre la propria volontà a uno Stato vicino. Se questa logica diventasse una modalità ordinaria della politica internazionale, la sicurezza dei Paesi più piccoli dipenderebbe sempre più dalla loro capacità di trovare protezione presso una potenza maggiore.
E l’Europa? È probabilmente questa la domanda più concreta che emerge dal libro. Se gli Stati Uniti riducono il proprio impegno nella sicurezza europea, l’Europa non può continuare a essere contemporaneamente dipendente dalla protezione americana e incapace di assumersi una parte maggiore della responsabilità della propria sicurezza [ndr. Solo della sicurezza?].
Da qui la formula che sintetizza la proposta di Parsi: essere “pacifici, ma non imbelli”. Rafforzare la capacità europea di difesa non significa necessariamente trasformarsi in una nuova potenza imperiale. Significa piuttosto creare le condizioni per poter difendere la propria libertà, i propri interessi e il proprio modello politico senza dipendere interamente dalle scelte di altri.
Il problema è che l’Europa non è ancora uno Stato federale e rimane caratterizzata da interessi nazionali differenti, divisioni politiche e una capacità decisionale spesso insufficiente. La maggiore autonomia strategica europea, quindi, non può essere ottenuta semplicemente aumentando le spese militari. Richiede anche una maggiore integrazione politica, una più efficace cooperazione nella difesa e una definizione più chiara degli interessi comuni. [ndr. Non diventare uno stato imperiale implica però anche immaginare politiche verso il Sud del mondo diverse e sopportarne i costi a breve]
Ed è qui che emerge un aspetto importante del ragionamento di Parsi: l’obiettivo non dovrebbe essere la nascita di un nuovo “impero europeo” [ndr. qui ci si potrebbe chiedere: ma corriamo davvero questo rischio?]. L’Europa dovrebbe acquisire maggiore capacità di potenza senza adottare la logica imperiale che il libro critica. La sua forza dovrebbe essere al servizio della libertà e della sovranità condivisa, non della subordinazione degli altri.
Il libro presenta naturalmente anche alcuni punti problematici. La categoria di “impero” è efficace sul piano interpretativo, ma rischia talvolta di mettere sotto la stessa etichetta realtà profondamente diverse, come Russia, Cina e Stati Uniti o più ristrette aree di influenza imperiale. Differenze storiche, istituzionali e strategiche importanti possono infatti perdersi dentro una metafora necessariamente semplificante. Anche la proposta europea appare più definita negli obiettivi che negli strumenti: è relativamente chiaro che cosa l’Europa dovrebbe diventare, meno come possa concretamente arrivarci. Ma va detto, come più volte dichiarato dall’autore, che questo libro non è un saggio approfondito, quanto piuttosto un pamphlet per smuovere al pensiero e azione le coscienze di tutti dinanzi ad un possibile scenario autoritario e liberticida. Parsi, infatti, non si limita a registrare la crisi dell’ordine internazionale, ma costringe a interrogarsi su ciò che potrebbe sostituirlo. La questione non è semplicemente se il mondo stia tornando a essere più conflittuale. È quale tipo di ordine internazionale vogliamo costruire in una fase nella quale le vecchie garanzie sembrano meno solide.
E non riguarda solo il futuro politico dell’Europa, ma l’idea stessa di convivenza internazionale che intendiamo difendere. Insomma Parsi invita a non dare per acquisito ciò che per decenni è sembrato normale: un ordine nel quale la forza non fosse l’unico criterio per decidere chi ha ragione, chi comanda e chi deve obbedire.

6. Quale Europa [N. Tocci – Sintesi]
Quando si parla dell’Europa nel mondo la prima parola che viene in mente di solito è divisione. E la divisione europea è un fatto reale. Ma secondo Tocci non è il problema principale. Il problema più profondo è l’identità.
Il progetto europeo era eccezionale perché non si definiva in contrapposizione a un altro esterno, bensì in contrapposizione al proprio passato. L’Europa del futuro non sarebbe stata l’Europa del nazionalismo, del colonialismo, del fascismo, del nazismo e della guerra. Sarebbe stata un’Europa di diritto, norme, istituzioni, democrazia liberale e regole. Era un potente messaggio politico: l’Europa avrebbe voltato pagina rispetto a se stessa, un messaggio che per una fase la pose come modello di riferimento per l’integrazione regionale.
Mano a mano che ci si allontanava temporalmente da questa originaria contrapposizione con il passato il problema dell’identità è riemerso. [ndr. Forse perché la dimensione giuridico regolativa da sola non basta? È una domanda che Tocci non si pone. Viene in mente qui quanto sostenuto da Eric Hobsbawm, lo storico britannico, il quale ha spiegato il rifiuto degli immigrati in Europa non come il risultato di un genuino orgoglio nazionale, ma come uno strumento per colmare un vuoto di identità collettiva e compensare il senso di declino socio-economico].
Finita la Guerra Fredda, perciò, le identità iniziarono a mutare. Tornarono in auge modi più tradizionali di definire il sé in contrapposizione a un altro esterno. Questo cambiamento ha avuto ripercussioni sull’allargamento dell’UE, sulla politica migratoria, sugli atteggiamenti nei confronti del mondo musulmano e del Medio Oriente.
Allo stesso tempo, con l’inasprirsi delle tensioni globali, gli europei hanno iniziato a sostenere di dover inasprire anche le proprie posizioni. Dovevano diventare strategici, pragmatici e orientati alla transazione, abbassando di fatto i propri standard rispetto a quanto previsto, nel definire la propria politica internazionale.
La Tocci vede in ciò un pericolo, quello di perdere la propria identità. Per l’Europa le regole e le istituzioni sono condizioni di sopravvivenza. Se l’Europa impara il linguaggio del potere dimenticando quello delle regole, avrà perso proprio ciò che la rende degna di essere difesa.
A suo avviso il futuro si divide ora in due possibili tipologie.
Il primo scenario è quello di un mondo di imperi. È il mondo immaginato da Trump e Putin, e forse anche da Xi Jinping. È un mondo in cui i fondamentali – sovranità e integrità territoriale – vengono accantonati. Gli imperi possono competere, ma possono anche colludere (cfr USA di Trump e Russia). In quel mondo un’Europa divisa in nazioni, che ritorna ai fantasmi del suo passato, sarebbe facile da colonizzare ed essa finirebbe nel menù coloniale.
Il secondo modello è il mondo descritto dal Presidente canadese Carney a Davos: una coalizione di potenze medie e piccole che cercano di ricostruire un mondo ancora basato su norme, regole e istituzioni. [ndr. non è chiaro il ruolo giocato in questo quadro dalle potenze grandi, che ovviamente non scompariranno e resterebbero influenti; difficile anche immaginare una grande coalizione di potenze medie e piccole, un mondo che potrebbe suddividersi invece in aggregazioni regionali, come sostiene Kupchan)

7. Come sopravvivere in un mondo senza regole [C. A. Kupchan – sintesi]
“L’ordine internazionale liberale, per quanto imperfetto e iniquo, non esiste più. Personalmente, mi sono stancato di disperarmi per ciò che non c’è più. Ora mi concentro su ciò che potrebbe venire dopo e su come possiamo plasmarlo affinché sia pacifico ed equo”. Ravi Agrawal, caporedattore di Foreign Policy, in un’intervista a Kupchan
“Hei gente! Siamo a una svolta storica. Dobbiamo riflettere su come affrontare questo momento per passare pacificamente alla prossima era. Perché non se ne discute per niente?” C.A. Kupchan, politologo
C’è un fatto interessante: tra gli studiosi di relazioni internazionali americani qualcuno sta tentando di aprire una discussione su quello che si potrebbe fare per “Sopravvivere in un mondo senza regole”, sapendo che un nuovo ordine non è dietro l’angolo.
Con l’intento di aprire un dibattito in questo senso, l’8 settembre la rivista Foreign Policy ha pubblicato il saggio di un noto studioso di relazioni internazionali, C. A. Kupchan.
Egli muove dall’osservazione che i momenti di svolta storica tendono a seguire le grandi guerre. Queste sono campanelli d’allarme che incoraggiano l’umanità a cercare di porre fine ai cicli di spargimento di sangue che le hanno precedute. Non c’è dubbio che oggi il mondo ha bisogno di un nuovo momento di riordino, ma prima, non dopo, un’altra guerra tra grandi potenze. Purtroppo, un dialogo costruttivo per costruire un ordine adatto a un’era di multipolarità globalizzata finora non si è avviato.
Nel suo saggio Kupchan si chiede esplicitamente che tipo di ordine dovremmo perseguire in futuro. Viviamo in un mondo interconnesso, che tale rimarrà, siamo cioè tutti “sulla stessa barca” e lo resteremo. Ci sarebbe bisogno di molta collaborazione, ma ci troviamo in un mondo frammentato, in cui la competizione geopolitica ha ripreso vigore. La domanda di governance globale sta aumentando mentre la sua offerta sta scomparendo. Come possiamo ridurre questo divario?
Secondo Kupchan noi oggi assistiamo a una diffusione del potere che non vedevamo da centinaia d’anni. [ndr. non dunque una concentrazione in grandi imperi come alcuni sostengono, ma qui si potrebbe obiettare che esistono ancora stati di gran lunga più influenti, e pur se in declino, capaci ancora di “battere un colpo” e forse non solo uno]. Il potere si sta spostando da Ovest a Est e da Nord a Sud. Stiamo andando verso un sistema internazionale decentrato, senza capitano (V. E. Parsi direbbe “senza il leone”). Nessun singolo Paese o coalizione di Paesi sarà in grado di dominare. Mancherà dunque uno degli aspetti che caratterizzavano il vecchio ordine, almeno per una certa fase, e cioè la supremazia indiscussa di un Paese. Si va verso un nuovo mondo multipolare.
La costruzione dell’ordine nel mondo a venire dovrebbe iniziare con il riconoscimento che il nuovo mondo sarà regionale. In esso i raggruppamenti di Paesi, come L’UE, la Comunità degli Stati Indipendenti, l’ASEAN, la Lega Araba, l’Unione Africana, l’Organizzazione degli Stati Americani, ecc. conteranno di più. Già oggi si vedono nuovi attori che si muovono su base regionale nel tentativo di sedare le crisi e di tutelare interessi [cfr. su questo Comfort Ero – 4].
La rinnovata importanza delle regioni, secondo Kupchan ha qualcosa di “naturale”:
– La geografia, la prossimità e le somiglianze culturali contano ancora.
– I paesi più vicini a una minaccia hanno solitamente il maggiore interesse a contrastarla
– Le priorità regionali non sono le stesse (in America Latina la lotta alla criminalità ha un peso maggiore…)
– Anche in un mondo globalizzato la maggioranza degli scambi avveniva su base regionale (solo per l’Africa ciò non vale ancora). Circa due terzi del commercio dell’Unione Europea, per fare un esempio, si svolge all’interno del blocco.
E in ogni caso non ci si dovrebbe opporre a questa tendenza, semmai trarne vantaggio. L’ordine dovrà nascere in primo luogo dal basso, attingendo a raggruppamenti regionali che sfruttino gli effetti naturali di creazione dell’ordine derivanti dalla prossimità geografica, dai legami commerciali e dalle culture comuni.
La regionalizzazione della governance pone le basi per un sistema internazionale policentrico: un mondo multi-ordine caratterizzato da una notevole diversità ideologica e politica.
Il futuro sistema internazionale non sarà solo decentrato, ma anche politicamente e culturalmente eterogeneo. Ogni centro di potere e di governo agirà secondo le proprie norme e rifletterà i propri attributi civili e culturali. Kupchan ritiene in questo senso che gli Usa abbiano esagerato nella “promozione” della democrazia (o “esportazione”). Si dovrebbe tollerare maggiormente le differenze e far perno sull’esempio e sull’emulazione. “Oggi non siamo in grado di fare nemmeno questo”, dice (pensando a Trump).
Per chiarire uno dei presupposti di questa idea, Kupchan non crede che si possa semplicemente tornare a uno stato simile a quello precedente. “Partiamo dal fatto che il sistema ideale – un’Onu pienamente funzionante – non è disponibile. Un governo mondiale non funzionerà. Cose come la Società delle Nazioni/Onu e il multilateralismo giuridico non funzionano”. Nessuno riuscirà mai a far accettare a Paesi come la Russia o gli Stati Uniti di sottoscrivere accordi in base a cui un ente superiore potrà sanzionarli. Da ciò l’attuale paralisi del Consiglio di Sicurezza.
Non resta che pensare a raggruppamenti ad hoc, coalizioni dei disponibili. Attuare quanto più possibile pratiche che prevedono di mettere attorno al tavolo le forze e/o i Paesi, che devono essere presenti per gestire le crisi o affrontare le grandi questioni che riguardano il mondo nel suo insieme.
Un approccio di questo genere sfrutterebbe la capacità di ordinamento derivante dal fatto che in ogni regione vi sono Paesi di diverso peso. Alcuni assumeranno un ruolo di guida. L’adesione all’UE, per esemplificare, può esporre gli Stati membri meno potenti all’influenza sproporzionata di Germania e Francia, ma questi Paesi più piccoli hanno anche un interesse preminente a entrare in un patto che limiti e diluisca l’influenza dei loro vicini più grandi.
Incoraggiando le potenze più grandi a esercitare la propria influenza nelle rispettive aree geografiche, la regionalizzazione della governance riporterebbe in qualche misura in auge e legittimerebbe le sfere d’influenza [ndr. regionali, più che imperiali, ma questo è uno degli aspetti della proposta che susciterà più resistenze, perché rappresenta in qualche modo un ritorno indietro]. Tuttavia, tale esito – secondo Kupchan – è inevitabile in un mondo in cui il potere si sta diffondendo. Si dovrà operare allora perché le sfere d’influenza del futuro siano meno coercitive di quelle del passato e ciò sarà favorito dalla delegittimazione globale del dominio imperiale oggi impostasi nel mondo.
Eppure, proprio perché il mondo multipolare emergente è destinato a rimanere globalizzato e interdipendente, la forza centrifuga della regionalizzazione deve essere bilanciata da un ordine che provenga dall’alto. Si dovrà ragionare perciò su come garantire la cooperazione tra i raggruppamenti regionali. La presenza di molteplici ordini regionali richiederà una supervisione collettiva. In altre parole, sebbene una parte significativa dell’ordine mondiale derivi dal basso, il mondo ha bisogno di un’architettura globale che garantisca la governance dall’alto verso il basso, attenuando la rivalità tra le grandi potenze, affrontando le crisi man mano che si presentano e coordinando l’azione collettiva nelle diverse regioni del mondo.
Un sistema di concerto – una rete di consigli di coordinamento di alto livello – offre, a suo avviso, l’opzione più realistica e praticabile per la supervisione della governance globale. Kupchan ha in mente il “Concerto d’Europa del XIX secolo”, che a suo dire preservò la pace per decenni dopo le guerre napoleoniche. [Ndr. si tratta dello stesso Concerto studiato da Henry Kissinger nella sua tesi di dottorato (Harvard University nel 1954) dal titolo A World Restored: Metternich, Castlereagh and the Problems of Peace 1812-1822 – Un mondo ricostruito: Metternich, Castlereagh e i problemi della pace 1812-1822)]
Era un sistema informale e flessibile, che rifuggiva statuti e regole fisse, preferendo che il consenso “emergesse dalle circostanze del momento e del caso”.
I concerti riuniscono al tavolo solo le parti influenti più adatte ad affrontare il compito in questione. Non troppi dunque, ma quelli necessari perché contano. Oggi come allora si dovrebbe deliberatamente mettere tra parentesi le differenze di regime, contribuendo a colmare le profonde divisioni emerse di recente tra democrazie e autocrazie. Gli Stati membri metterebbero consapevolmente da parte le divergenze in materia di governance interna e diritti politici per garantire che tali questioni non ostacolino la cooperazione internazionale. [ndr. Di nuovo la questione dei diritti viene delegata all’esempio e all’emulazione]
I concerti funzionano anche perché evitano l’istituzionalizzazione, la legalizzazione e le procedure vincolanti. Certo, idealmente la governance internazionale dovrebbe essere formalizzata e legalizzata, supportata da norme e impegni applicabili. Ma la maggior parte degli Stati, soprattutto le grandi potenze, non sono disposti a compromettere la propria sovranità sottomettendosi alla volontà degli organismi internazionali.
Questi ostacoli alla cooperazione istituzionalizzata non faranno che acuirsi negli anni a venire con la diffusione del potere che intensifica le rivalità geopolitiche, in un contesto caratterizzato da una diffusa ondata di nazionalismo populista, per cui il multilateralismo istituzionalizzato diventerà sempre più irraggiungibile.
Un sistema concertato completerebbe, non sostituirebbe, le Nazioni Unite. L’ONU sarebbe sostenuta dall’alto da questa rete di gruppi direttivi e dal basso da organismi regionali. [n.d.r.: Se si legge il testo non appare moto chiaro quale sia il tasso di istituzionalizzazione minimo delle regole a cui lui pensa quando parla di un ordine che proviene “anche dall’alto”]
Per concludere: l’idea di Kupchan è più “morbida” e flessibile di quello cui pensiamo quando alludiamo all’ordine mondiale post bellico. Essa conta molto sugli esiti positivi che il contatto faccia a faccia semipermanente tra gli attori del sistema internazionale potrebbe conseguire in termini di riduzione della conflittualità e di maggiore corresponsabilità. Ha bisogno di una condizione preliminare che è difficile dire come potrebbe darsi e cioè un mutamento di fondo degli atteggiamenti oggi prevalenti tra gli attori principali della politica internazionale. E si può immaginare che verrà tacciata di ingenuità. Essa ha però dalla sua il merito di poter essere costruita un passo alla volta e senza aver bisogno di dotarsi di grandi apparati burocratici e normativi.
Altre obiezioni che si possono fare a Kupchan sono le seguenti:
– quella di non aver affrontato il problema dei rischi che si corrono nella fase di transizione in cui le aree regionali non sono definite in termini di chi sta dento e chi sta fuori (cfr. quello che è avvenuto con l’Ucraina proprio su questo punto) e in cui attori come la Russia e gli Usa, pur in declino, esercitano una influenza ben maggiore di quella che potrebbero dimostrare dei raggruppamenti regionali. È probabile perciò che i processi di assestamento dei rapporti di forza durino ancora a lungo;
– quella di non aver tenuto conto nella sua proposta dell’emergere sempre più evidente di attori non statuali come imprese, reti criminali, organizzazioni religiose e anche di movimenti in cui le persone giocano un ruolo (basti pensare a quello che hanno significato le rivoluzioni colorate nell’Est Europeo, le primavere arabe e, su un piano diverso gli Houthi). Il ruolo crescente di questi attori aumenta la complessità del sistema e potrebbe rendere più difficile muoversi in una logica “di concerto”.
Nel contempo la proposta potrebbe indicare una prospettiva non del tutto irrealistica per l’Europa, al di fuori del titanismo di quanti immaginano che un nuovo ordine possa partire e fondarsi sull’Europa e sottovalutano le permanenti divisioni e le gracilità che attraversano il nostro continente.

8. Il “Realismo basato sui valori”* di Carney. Discorso del Presidente canadese a Davos, 21 gennaio 2026 [sintesi]
*Carney mutua questa espressione da Alexander Stubb, già Presidente finlandese e vicepresidente della Banca Europea degli Investimenti (cfr. A. Stubb, Il triangolo del potere, Marsilio, 2026)
Il testo sostiene che l’ordine internazionale basato sulle regole è entrato in una fase di rottura. Siamo oggi di fronte a una realtà brutale in cui l’azione delle grandi potenze non è soggetta a vincoli. Esse sembrano intenzionate a perseguire i propri interessi facendo leva sulla loro forza. In questo scenario, però, le potenze medie [ndr. sono questi gli attori a cui Carney intende rivolgersi] non sono impotenti. Il primo passo che esse devono compiere è smettere di fingere che il sistema attuale funzioni come promesso.
La dipendenza economica, considerata a lungo una fonte di vantaggi reciproci, si è trasformata in uno strumento di coercizione. Tariffe, infrastrutture finanziarie e catene di approvvigionamento vengono usate per fare pressione o rendere vulnerabili altri Paesi.
Per questo è comprensibile che gli Stati cerchino maggiore autonomia nei settori essenziali. Tuttavia, costruire «fortezze» separate non è una soluzione: aumenterebbe i costi, indebolirebbe la cooperazione e renderebbe il mondo più fragile. È preferibile condividere gli investimenti nella resilienza e diversificare le relazioni, riducendo le dipendenze più rischiose.
Le potenze medie devono quindi adattarsi alla nuova realtà, ma possono scegliere come farlo: limitarsi a costruire muri più alti oppure perseguire un progetto più ambizioso. La proposta di Carney è creare una terza via attraverso coalizioni flessibili, formate su questioni specifiche e basate su interessi e valori condivisi. Non si tratta di affidarsi ingenuamente a istituzioni indebolite, ma di costruire accordi e collaborazioni capaci di funzionare nella pratica. [ndr. L’idea dunque non è quella di una alleanza tra potenze medie che agiscono insieme a tutto campo, magari sulla base della contiguità geografica, ma di alleanze funzionali da mettere in gioco quando si deve interloquire con le grandi potenze, coalizioni a geometria variabile, diverse per diverse questioni, basate su valori e interessi condivisi].
Agire insieme è essenziale perché, nei rapporti bilaterali con una grande potenza, un Paese più piccolo rischia di negoziare da una posizione di debolezza e di accettare condizioni imposte da altri. La collaborazione, invece, può dare maggiore peso alle potenze medie e aiutarle a difendere la propria sovranità. Viceversa, competere per il favore dei più forti [una implicazione delle logiche nazionaliste] significherebbe accettare una subordinazione mascherata.
Nel loro agire le potenze medie dovrebbero conformarsi a “un realismo basato sui valori”: essere insieme guidate dai principi ed essere pragmatici, non affidarsi “più solo alla forza dei nostri valori, ma anche al valore della nostra forza”. Carney non pensa a un multilateralismo ingenuo, ma a coalizioni che funzionano. Egli preciserà meglio l’idea nel suo discorso al Parlamento Europeo di Strasburgo del 17/09/2026: “non sto proponendo la creazione di un terzo blocco che aspiri a diventare una nuova grande potenza rivale, soltanto con modi più garbati. Non cerchiamo il potere per dominare gli altri. Al contrario perseguiamo la resilienza affinché nessuno possa controllare i nostri mercati aperti, limitare la nostra sovranità, minacciare la nostra integrità territoriale o indebolire le nostre democrazie”. In questo incontro, successivo alla ripresa di aggressività nei confronti del Canada da parte del Presidente USA Carney pensa però a un avvicinamento più strutturato con l’UE. Canada ed Europa dovrebbero garantire la propria autonomia strategica attraverso una cooperazione profonda “sull’intero ventaglio delle capacità strategiche”.
Infine, il discorso invita a essere coerenti: gli stessi principi devono valere per alleati e rivali, senza condannare le pressioni economiche in un caso e ignorarle in un altro. Occorre costruire concretamente ciò in cui si dice di credere, invece che aspettare il ritorno del vecchio ordine; creare istituzioni e accordi che funzionino e permettano di ridurre le leve che consentono la coercizione.
Il vecchio ordine non tornerà – conclude Carney – ma la sua crisi può diventare l’occasione per edificare un sistema più forte e giusto. La nostalgia non è una strategia: servono onestà, capacità di reagire alle pressioni e una cooperazione autentica.
In realtà non è molto chiaro quanto questa “missione” delle potenze medie possa contribuire a fondare un nuovo ordine e quanto invece non rappresenti semplicemente un modo per difendersi dal potere altrui. In ogni caso il discorso di Carney ha entusiasmato dapprima l’élite di Davos e successivamente il parlamento Europeo.
Viceversa la stampa americana è rimasta piuttosto fredda. Essa ritiene trattarsi di una proposta velleitaria, considerata la distanza geografica del Canada dall’Europa e il peso dell’interscambio tra Canada e Usa.