Ormai da più di tre settimane è in corso una nuova guerra in Medio Oriente, iniziata con l’attacco israelo-americano alla Repubblica Iraniana e ai suoi capi del 28 febbraio scorso.
Subito a ridosso dell’attacco le principali testate internazionali hanno preso posizione. Riportiamo due editoriali tra i più significativi apparsi il giorno dopo, quello del The Gardian (1) e del New York Times (2), perplessi sulle motivazioni e preoccupati dell’incertezza sugli esiti dell’operazione.
Il 3 marzo Le Monde (3) ha pubblicato un editoriale a firma di uno storico delle relazioni internazionali – Clément Therme – utile a comprendere le ragioni per cui la teocrazia che ha governato l’Iran per lunghi decenni è giunta a quello che potrebbe essere il suo “redde rationem”, ma non è ancora detto.
Considerandosi una sorta di veicolo di una rivoluzione permanente, religiosamente fondata, la Repubblica Islamica è in buona sostanza entrata in crisi a causa della priorità attribuita alla lotta trans-nazionale rispetto agli interessi interni del Paese. In questo modo il regime iraniano si è rinchiuso in una fortezza assediata e ha contribuito a creare la stessa coalizione intenzionata a rovesciarlo.
Nello stesso giorno la rivista francese Le Grand Continent (4) ha pubblicato una lunga intervista a Farhad Khosrokhavar, sociologo specializzato in Iran e martirologia sciita.
L’intervista offre utili chiavi di lettura sulla società iraniana e avanza delle ipotesi su ciò che potrebbe succedere.
Secondo Khosrokhavar le nuove generazioni non condividono la visione che ha dato origine alla Rivoluzione Islamica in Iran. Essa aveva attribuito grande importanza al martirio e al sacrificio di sé fondando una sorta di escatologia rivoluzionaria sciita. Ma “le generazioni più giovani non vogliono assolutamente sentire parlare di martirio”. Le ripetute manifestazioni contro il regime cui abbiamo assistito non includevano alcun slogan religioso. Si concentravano piuttosto sulle libertà concrete, sulla vita quotidiana e sul senso di esclusione dal resto del mondo a causa delle politiche sostenute dal regime.
Cinquant’anni al potere hanno del resto screditato il Clero Sciita e le nuove generazioni hanno rotto con il potere non solo in termini politici, ma anche antropologici e culturali.
Ma ciò non significa che vi siano soggetti in grado di esprimere un potere e una prospettiva alternativa.
Secondo Khosrokhavar è molto difficile prevedere cosa accadrà, ma una cosa è certa: il regime non mostra segni di crollo e la riorganizzazione del Paese potrebbe essere violenta. Anche ipotizzando un crollo l’Iran dovrà affrontare diversi anni di turbolenze. Certo un nuovo regime non potrebbe non essere più laico dell’attuale, ma è probabile che il Paese scivoli verso una forma di dispotismo, pur se laico.
In un editoriale di Le Monde (5), del 4 marzo, i ricercatori Jean-Pierre Digard, Bernard Hourcade e Yann Richard, due geografi e un antropologo, ricostruiscono in forma sintetica la storia dei rapporti tra l’Iran, un Paese che non è mai stato colonizzato, e i Paesi Occidentali.
Due sole pagine, utili però nonostante la loro stringatezza, per capire quanto complessa sia questa storia, di quanti voltafaccia essa si sia nutrita (da una parte e dall’altra), oltre che permetterci di cogliere l’importanza assunta dal Clero Sciita in tutto ciò.
Venendo alla stampa più vicina a noi, sul Corriere della Sera (6) del 4 marzo Goffredo Buccini scrive un pezzo dal titolo che dice tutto: “Il doppiopesismo dell’Occidente”. Lo stesso si può dire dell’intervista di Tornielli al cardinale Parolin uscita sull’Osservatore Romano (7) dello stesso giorno: “Le guerre preventive rischiano di incendiare il mondo”.
Naturalmente è troppo presto per dire come andrà a finire il conflitto che USA e Israele hanno, non tanto inaspettatamente, aperto con l’Iran. Questo è il momento più delle preoccupazioni che delle previsioni. Nelle valutazioni è sempre necessario tener conto del fatto che le informazioni di cui disponiamo, noi ma anche i commentatori, sono molto limitate e deviate. Il quadro come appare a noi è sicuramente molto diverso da come lo vedono gli attori direttamente coinvolti, che dispongono di informazioni di prima mano. Gli stessi protagonisti del resto danno qualche volta l’idea di non avere nemmeno loro tutte le informazioni corrette. Sembra, per fare un esempio, che gli USA (più di Israele) avessero sottovalutato le capacità di risposta di Iran e Hezbollah, o così hanno ritenuto utile farci credere.
In ogni caso, se si guarda alle riviste specializzate, come per esempio Foreign Affairs, non si trova praticamente nessun commento che plaude alla decisione del Tycoon e non perché l’obiettivo di indebolire definitivamente l’Iran non fosse condiviso, tanto meno per ragioni etiche o derivanti dal diritto internazionale. Al contrario si trovano molti articoli che descrivono l’attacco all’Iran come un errore per i suoi probabili esiti negativi, perché la situazione era ben diversa da quella del Venezuela, gli obiettivi non erano chiari, si era sottovalutata la capacità di risposta e gli effetti globali sul piano energetico (oltre che sulle ormai prossime elezioni di mezzo termine), perché manca un piano B e, posto che pochi immaginano come possibile un crollo del regime, non è nemmeno chiaro in base a cosa gli USA in particolare potrebbero proclamare una vittoria. Tanto che Trump viene ormai descritto come intento a trovare una via di uscita pur che sia.
Non solo, ma la decisione di attaccare l’Iran pare essere stata presa senza alcuna considerazione per alcuni “effetti collaterali” che al presidente Trump interessano certamente poco, ma che invece interessano molto ai russi e, per motivi opposti, a ucraini e europei.
Chiudiamo perciò questa News Letter con un contributo più recente, che fa i conti con i problematici sviluppi della situazione. Si tratta di un articolo apparso su GZeroDaily (7) il 18 marzo scorso, firmato da Ian Bremmer, politologo, presidente di Eurasia Group ed estensore di un rapporto annuale sul rischio globale. Secondo lui “il vero vincitore geopolitico è a Mosca, e non ha dovuto fare altro che guardare”. Si consiglia di leggere in particolare le ultime 15 righe del testo nelle quali Bremmer tenta di delineare le implicazioni strategiche della nuova situazione che vede Putin in posizioni di forza