La Chiesa e le donne, nella storia e oggi: ruoli e ministeri che attendono di essere riconosciuti

Sono tante le domande. Inizio con l’esperienza che mi è stato chiesto di raccontare, l’esperienza con il Papa e i Cardinali. Qui vado a braccio perché è un’esperienza personale diretta, che ho condiviso con altre due donne, suor Linda Pocher e Jo B-Wells, nel secondo di una serie di incontri proposti al Papa e ai Cardinali, voluti da Papa Francesco, sul tema delle donne, tra la prima e la seconda sessione del Sinodo. Una serie di quattro incontri che avevano come obiettivo quello di esporre al Papa e ai Cardinali la situazione delle donne nella Chiesa, per poter vivere un dialogo aperto e libero sulla questione.
Io mi sono chiesta: se ci sono delle donne nel sinodo, che senso ha di convocarne altre donne che parlino sulla questione femminile nella Chiesa, oggi? Però alla fine, col senno di poi, penso che probabilmente sia stato utile, perché è bello che ci si riunisca e si parli di donne che servono la chiesa e vivono per la chiesa, ma il Papa ha voluto ascoltare la voce delle donne direttamente e questo è un’altra cosa. Quindi in quella situazione si trattava di andare a fondo sul tema, con altre donne rispetto a quelle che erano nel sinodo, perché in realtà quello delle donne è un mondo complesso. Siamo presenti in tanti ambiti della chiesa: ci sono le donne in Vaticano, ma ci sono anche le catechiste nelle parrocchie, altre che svolgono incarichi pastorali nelle diocesi, insomma diverse figure. Quindi è stato importante che il Papa abbia voluto ascoltare altre voci di donne.
L’itinerario complessivo proposto con questi incontri partiva da un principio teologico, che nel primo incontro per la verità è stato scardinato, in un incontro nel quale erano presenti un teologo, Luca Castiglioni, e una teologa, Lucia Vantini, sul principio mariano-petrino nella chiesa, in modo da illustrare delle questioni relative a questo principio teologico. Il secondo incontro, in cui ero presente, illustrava come tema specifico la realtà ministeriale della chiesa in rapporto alle donne. Gli altri incontri formativi proposti ai cardinali e al papa avevano come tema la donna nella cultura e nelle culture, perché la questione va compresa all’interno della cultura attuale, con un approccio ampio, a livello mondiale. L’ultimo, incontro, il quarto, approfondiva la questione della gestione del potere femminile, non inteso come potere tout-court, ma come il “poter fare qualcosa”, il poter esercitare un servizio. La questione è interessante perché si tratta di comprendere cos’è il potere, capirlo bene, perché, anche se sappiamo tutti che non dovrebbe essere così, ma l’esercizio del ministero ha avuto a che fare, nella nostra storia occidentale ed europea, con la dimensione del potere. Quindi è importante rifletterci. In quattro incontri, quindi, si è cercato di toccare tutti i temi che fanno discutere sulla questione della donna nella chiesa.
Il secondo incontro, quello sul ministero, è stato quello che, a detta della teologa che ha pensato e coordinato questo itinerario, suor Linda Pocher, si presentava un po’ più spinoso, perché la questione del ministero e delle donne nel ministero è una specie di tabù, non se ne può parlare, perché è sempre, di per sé, una questione complicata. In realtà la tensione su questo incontro era comprensibile, perché è stato gestito un po’ con “il metodo d’urto”, infatti il mio intervento è seguito a quello di un vescova anglicana, la reverenda, teologa, Jo Baily-Wells. Quando mi è stato proposto di farlo, di parlare dopo una vescova anglicana sul ministero e le donne nella Chiesa Cattolica, mi sono chiesta di cosa parlare, dato che la Chiesa Anglicana ha già superato la questione e ha tentato l’esperienza, pur con tanti limiti, di un’apertura al ministero per le donne, mentre da noi tutto questo ancora non esiste.
Sono partita dalla categoria teologica della Chiesa considerata come Corpo di Cristo: siamo un corpo, secondo la categoria scritturistica, paolina, noi siamo il Corpo di Cristo. Per questo, se siamo qui – ho detto al Papa e ai Cardinali – per parlare delle donne, perché questo tema crea una certa difficoltà, se non, in certi contesti, una forte paura, significa che c’è un problema. Ma il problema non è delle donne: è della chiesa. Se siamo un corpo e un membro sta male, sta male tutto il corpo, almeno così dovrebbe essere.
Devo dire anzitutto che ho fatto la felice esperienza di conoscere una vescova, che mai ovviamente da cattolica mi era capitato di fare. Avevo tutti i miei pregiudizi, mi aspettavo una donna manager, una donna in carriera e invece mi sono trovata difronte a una donna di fede, veramente cristiana, oltretutto con un grande rispetto del Papa e dei Cardinali, e ho ammirato il modo con cui si è avvicinata alla questione, perché ha saputo gestire una discussione dopo la sua relazione che, come potete immaginare, è stata abbastanza accesa. Una discussione che, a mio parere, è stata la parte più bella, ma che purtroppo non è stata pubblicata interamente nei testi dell’incontro.
Questa donna era stata scelta per illustrare il percorso della Chiesa Anglicana sull’ordinazione delle donne e l’ha fatto in un modo semplice, diretto e rispettoso, consapevole della differenza che esiste tra la sua chiesa e la Chiesa Cattolica. Invece la polemica della stampa è stata immediata, soprattutto centrata sul fatto che Papa Francesco avesse ricevuto una vescova anglicana per parlare della situazione femminile nella chiesa, come se da allora in poi i cattolici avessero dovuto fare come gli anglicani, ma il desiderio del Papa era semplicemente quello di incontrarci come donne impegnate nella chiesa, per avviare un confronto alla presenza dei cardinali di tutto il mondo, per discutere e cercare di cogliere la voce dello Spirito su questa situazione. Il ministero ordinato per le donne esiste in altre chiese e istituzioni cristiane e su questo semplicemente ci si può confrontare per capire cosa ha comportato nella Chiesa Anglicana l’apertura del ministero presbiterale alle donne, ma si tratta di studiare i processi, non di imitare le situazioni.
Ecco, questa donna ha raccontato con semplicità i passi vissuti dalla sua chiesa e non ha nascosto nulla di quel che è successo realmente: in quegli anni una buona parte della Chiesa Anglicana è passata al Cattolicesimo, perché alcuni volevano solo uomini ordinati e c’è stato un grande esodo di preti, anche sposati, che il Papa Benedetto XVI ha inserito nella Chiesa Cattolica come uxorati. Jo Wells diceva, quindi, che certamente hanno perso tanti preti, ma hanno continuato ad andare avanti. E, ha aggiunto, non è caduto loro un fulmine in testa perché hanno aperto una strada nuova. È stata molto abile a gestire questo dibattito acceso. Un cardinale tra i presenti ha giustamente sostenuto che quella anglicana è comunque un’altra chiesa, un altro mondo, un’altra organizzazione, ma alla fine anche lui ha potuto considerare in comune accordo, anche con gli altri cardinali presenti, che non fa comunque male ascoltare quel che succede altrove.
La cosa interessante che lei ha sollevato è che tra vescovi si sono dati dei criteri per poter rispettare le differenze di orientamento, per cui esistono nella chiesa anglicana sia parrocchie guidate solo da preti uomini, sia parrocchie guidate anche da donne. Infine ha concluso il suo intervento affermando che loro, tra vescovi, hanno provato questa via, si sono dati questa possibilità, senza cercare di chiudersi a questa esigenza che emergeva dal basso. Si sono detti “proviamoci, poi vedremo come va”.
Certo, ci hanno rimesso per una parte, per questi preti che sono passati al cattolicesimo, che, detto per inciso, visto che i preti anglicani si sposano, sono passati al cattolicesimo con le loro mogli, come clero uxorato, e non gli è stato chiesto di entrarvi, ad esempio, allo stato diaconale, perché sposati. Chiaramente c’è stata una reazione dei preti cattolici che si chiedono come può funzionare: se si viene da un’altra chiesa si può fare, altrimenti no. Ma queste situazioni innescano altri tipi di interrogativi. Nella chiesa anglicana, quindi, sono andati avanti e lei, da vescova, è stata incaricata di gestire la situazione del clero, uomini e donne, in tutta la Comunione Anglicana.
“Comunione”, così si definiscono, proprio perché il mondo anglicano tiene dentro diverse tendenze, forse per questo è stato più facile per loro chiedersi perché non tenere insieme, nella comunione anglicana, sia quelli che vogliono solo gli uomini ordinati, sia quelli che si aprono anche alle donne. Lei gestisce diversi vescovi, tra i quali ci sono quelli disposti a sopra visionare le comunità gestite solo da uomini, perché alcune persone vogliono andare solo lì a messa, perché anche tra gli anglicani ci sono persone che non accettano che la messa sia celebrata da una donna, ma non per questo sono fuori dalla comunione anglicana.
Nella discussione con i cardinali è emerso che, in realtà, non solo per la questione delle donne, questa attenzione alla diversità è un principio che potremmo prendere in considerazione anche noi. Dice san Paolo: “prendete quel che c’è di buono”. Non è necessario fare come loro, ma quel che c’è di buono in questa esperienza è imparare a stare in una pluralità, anche con chi non è d’accordo con te, per cercare di farlo stare dentro rispettando il suo essere, il suo vivere, non sopprimendolo, non evitandolo.
Noi, ha detto Jo Wells, ci siamo dati questa possibilità, abbiamo aperto una via e oggi le ordinazioni sono a pari numero tra quelle maschili e quelle femminili, in un tempo relativamente breve, una ventina di anni. La chiesa anglicana viene gestita, così, in maniera varia, ma i sacramenti sono amministrati e la vita ecclesiale è custodita. Anche se la struttura è variegata e complessa, continua a vivere e a generare la fede in Cristo.
La conclusione dell’incontro con la vescova è stata questa.
Quando poi è toccato a me, giustamente ho pensato che sarebbe stato facile, essendo io cattolica. In effetti è stato così: ho avuto anzitutto l’attenzione dei Cardinali e il mio partire dalla categoria Chiesa-Corpo di Cristo è piaciuta molto al Papa, che ha detto: “È vero!  Dobbiamo pensarci di più come un corpo, perché, se la dimensione della donna rappresenta una sofferenza, ci dobbiamo pensare, dobbiamo occuparci di questo, dobbiamo farci attenzione.”
Poi, avendo fatto una ricerca storica approfondita sul tema del ministero femminile nel cristianesimo antico, l’ho illustrata perché dalle fonti storiche emerge un’esperienza nella storia della chiesa di ordinazione femminile, che riguarda il ministero del diaconato. Dalla ricerca storica sul diaconato quindi si vede con certezza, documenti alla mano, che le donne venivano ordinate diacone, come gli uomini.
Certo, in una situazione molto variegata e complessa come quella antica, in cui non era ancora stata elaborata una teologia sacramentaria, c’era, però, una ritualità, un rito e i riti ci parlano sempre, ci dicono tante cose. Esisteva un rito per le donne diacono pari a quello per gli uomini: il luogo dove si ordinavano queste donne, la modalità, il tipo di benedizione che ricevevano era pari a quella per gli uomini. Le mansioni forse erano diverse, perché erano diversi i bisogni pastorali tra una chiesa e un’altra. In Italia, fino al terzo secolo, per esempio, ci sono state donne diacono con una funzione liturgica specifica, che era quella del battesimo per le donne adulte, perché si richiedeva la presenza di donne, in quanto il battesimo comportava la spoliazione delle vesti e l’unzione del corpo, per cui era preferibile che fosse affidato a una donna. Era un ruolo liturgico, mentre in altri posti era più la carità, in altri era la rappresentanza che veniva affidata, dipendeva dai bisogni che la comunità aveva in quel momento. Fino al settimo secolo sono attestate queste figure, poi pian piano sono sparite perché il diaconato è entrato nel percorso verso il presbiterato, come sappiamo.
Il Vaticano II riprende la questione del diaconato e lo riapre anche a uomini sposati, col diaconato permanente, mi riferisco a LG 18, dicendo che “il diaconato non è nato per il sacerdozio, ma per il ministero”, per il servizio. Quindi la questione del diaconato è stata riaperta, ma solo per gli uomini, che già a quel tempo gestivano delle comunità, c’era già un esercizio, un certo ministero. In Ad Gentes 16, viene anche motivata questa indicazione, affermando che “questi uomini, uniti alla grazia dell’altare, possono esercitare il loro ministero in modo più efficace”. Quindi per questo viene istituito il diaconato permanente.
Dopo aver esposto questo studio storico, ho introdotto la mia testimonianza di vergine consacrata della diocesi di Verona, ho parlato del mio stato di vita, perché esso riprende un rito del IV secolo, una ritualità antica e mi è sembrato affine a quello che potrebbe succedere col diaconato: si tratterebbe di ri-istituire qualcosa di antico, che quindi è stato già fatto, ma in ascolto dell’attualità. Il Rito di Consacrazione delle Vergini è contenuto nel Pontificale Romano, lo stesso libro liturgico che contiene i riti dell’Ordinazione episcopale, presbiterale, diaconale e della Consacrazione delle Cattedrali, e alla fine è inserita anche la Consacrazione delle Vergini. La particolarità del Pontificale Romano, è che, per rispetto alla tradizione antica dei rituali in esso contenuti, frutto di lunghe situazioni storiche e linguistiche che in questo contesto non si può approfondire, questi riti si possono celebrare solo in cattedrale e solo con la presidenza liturgica del vescovo. Capite che c’è una dimensione ecclesiale in questa forma di vita consacrata, nominata espressamente nel rito. Dico questo perché in alcune chiese antiche, che ho potuto studiare, proprio tra queste consacrate secondo il Rito di Consacrazione delle Vergini venivano scelte quelle che dovevano svolgere un servizio e quindi venivano consacrate anche diacone per la chiesa. In alcune diocesi diaconato e consacrazione coincidevano, proprio perché si tratta di donne che si dedicano completamente alla chiesa, in una dimensione legata al vescovo e al suo ministero.
Allora la questione è che, siccome è stato ripristinato già una forma di vita consacrata antica nella modernità in questo modo, perché non riprendere dall’antichità, in forme nuove, anche un ministero femminile che queste donne e altre possono svolgere nella chiesa? L’unica questione che rimane è di che tipo di diaconato si tratta, che tipo di ritualità si può adattare oggi, a partire da queste ritualità antiche: di una semplice benedizione o di una vera e propria ordinazione?
Ci sono state diverse linee teologiche e diversi studi dopo il Concilio Vaticano II su questa questione. C’è stato ad esempio un teologo, Martimort, che sosteneva si trattasse di una benedizione e che perciò niente aveva a che fare con l’ordinazione. C’era invece la linea di un altro teologo, Vagaggini, che, studiando il rito, riconosceva si trattasse di una ordinazione, pari a quella maschile. Se si trattasse di ordinazione, quella diaconale, si sarebbe interrotta per le donne, perché il diaconato veniva considerato solo in funzione del presbiterato, ma oggi, poiché nella chiesa esiste l’apertura per il diaconato permanente, come primo grado del sacramento dell’ordine, anche per uomini sposati, si potrebbe riconoscere un’ordinazione al primo grado dell’ordine sacro anche per le donne.
Ma la questione è complessa, perché c’è questo inghippo su che tipo di diaconato si può proporre oggi per le donne. Tuttavia, anche se esiste una tradizione fino al quarto secolo, per cui potremmo essere tutti d’accordo sulla questione del diaconato delle donne, aprire il diaconato permanente alle donne oggi per alcuni resta un problema. Per esempio, prima dell’incontro con il Papa, alcuni mi hanno suggerito di non proporre proprio il diaconato per le donne, proprio perché si potrebbe sollevare un problema. “Per le donne qualcosa bisogna fare”, mi dicevano, “ma non chiamiamolo diaconato, chiamiamolo in un altro modo, altrimenti si rischia di spaccare la chiesa!”. Invece quando ho incontrato il Papa e i Cardinali ho fatto espressamente la proposta del diaconato permanente e la discussione che ne è seguita è stata più che pacifica.
Il Documento finale del Sinodo, poi, ha confermato questa linea, infatti al numero 60 è scritto che la questione sul diaconato femminile resta aperta come indagine e studio, per fortuna, perché c’era il rischio che la chiudessero. Nello stesso numero del documento è scritto anche che “lo Spirito Santo non si può fermare” e questo conferma il fatto che si tratti di un’esigenza emersa dal basso, grazie a papa Francesco, che ha indetto il Sinodo di tutta la Chiesa Cattolica nel mondo.
Il fatto che la questione sull’apertura del ministero ordinato per le donne sia emersa dal popolo di Dio, non si può far finta che non esista. Si tratta della stessa esigenza che era emersa anche nel Concilio Vaticano II, anche se si è presentata in altra forma, dato che nel concilio, se si vanno a leggere bene gli Atti, si è parlato anche di ordinazione presbiterale ed episcopale per le donne. Adesso se si parla di ministero ordinato per le donne si può essere in accordo solo se si parla di diaconato.
Nel Sinodo, poi, si è parlato anzitutto di conversione delle strutture e nel Documento finale questo tema ritorna più volte. Conversione è una parola forte: bisogna realizzare una conversione delle strutture ecclesiali, prima di tutto. Solo così si può dare vita ad una certa creatività per i laici e le donne. Si parla di laici moderatori, quindi di un ministero di moderatore, di guida, di ascolto che i laici, e quindi anche le donne, possono svolgere per la chiesa. Questo va benissimo, una grande varietà va bene, ma lì dove lo specifico del diacono è coordinare le comunità, se si crea il ministero del laico che coordina la comunità, va tenuto presente invece che in LG 29 e AG 16 è scritto che in quelle comunità marginali, che sono già coordinate da un laico, il laico può accedere al ministero del diaconato permanente, perché questo compito rientra nel diaconato, quello di moderare, di costudire la vita di carità nelle comunità ed essere promotore della carità, in tutte le sue declinazioni, in mezzo alla comunità. Mi chiedo, allora, che senso ha istituire un nuovo ministero laicale, quando questo fa parte già del diaconato? Se chiamiamo le cose con il nome che hanno, questo è diaconato. Forse si deve fare il ministero istituito di coordinatore perché a coordinare una comunità ci potrebbe essere una donna? Anzi, già c’è, in diverse parti del mondo, proprio come lo era all’inizio del Concilio Vaticano II, per cui si è aperto il diaconato permanente per gli uomini sposati. Quindi, allo stesso modo, ora si poterebbe aprire il diaconato permanente anche per le donne.
Dopo il Concilio Vaticano II però, la ragione per cui è stata bloccata, ripensata ed eliminata la riflessione sull’ordinazione presbiterale ed episcopale delle donne è stata la dichiarazione di papa Giovanni Paolo II che, nel 1994, nel documento “Ordinatio Sacerdotalis” al numero 4, ha dichiarato espressamente: “Per quanto riguarda la funzione del mio ministero, la Chiesa Cattolica non può ordinare donne nei gradi sacerdotali”. Poiché è scritto “ai gradi sacerdotali”, il diaconato è stato inserito in modo implicito, senza considerare che invece potrebbe fare eccezione, se lo comprendiamo alla luce del Vaticano II. Nel numero 29 di LG, infatti, leggiamo che il diacono è ordinato “ad ministerium, non ad sacerdotium”. Se consideriamo, quindi, la teologia del Concilio, che purtroppo fa ancora tanta fatica ad essere recepita, infatti ci sono delle resistenze, ora come allora, se dunque leggiamo “ad ministerium”, piuttosto che “ad sacerdotium”, è evidente che i gradi dell’ordine sacro del diaconato e del presbiterato sono distinti tra loro, per cui possiamo trovare una connotazione del diaconato ordinato al ministero, ma non al sacerdozio e questo potrebbe eliminare ogni dubbio sull’apertura del diaconato anche alle donne.
Purtroppo è proprio questo il cavillo a cui si attacca una certa teologia che si è sviluppata dopo il 1994 su questo tema, recuperando le categorie teologiche del Concilio di Trento, che consideravano il sacerdote come immagine di Cristo, per cui il presbitero è una persona singola di fronte a Cristo. Ma questa concezione non è in linea con la teologia del Vaticano II, che non parte dalla singola persona del presbitero davanti a Dio, ma dalla categoria del Popolo di Dio, per cui il presbitero è sempre in relazione col suo popolo e in relazione anche con tutti gli altri presbiteri, infatti è nei documenti del Vaticano II che si parla di “Consiglio Presbiterale” e di “Consiglio Episcopale”, perché è una questione di corpo, non una questione di singolo davanti a Cristo. Dal Concilio Vaticano II a oggi siamo su un’altra via teologica, ma esiste anche una resistenza che sostiene la linea tridentina e di questo bisogna tenere conto, e la difficoltà è proprio questa. Per una interpretazione teologica del ministero ordinato, che vede il presbitero di fronte a Cristo, per dirla in termini tecnici “in persona Christi”, è ovvio che diaconato, presbiterato ed episcopato non si possono scindere, ma se l’ordine sacro è visto in questa unità inscindibile, è ovvio anche che le donne ne siano fuori, infatti, lì dove si esercitano funzioni che possono essere gestite anche da laici, non serve metterle per forza nel ministero ordinato. Ma questo modo di ragionare significa continuare a non comprendere che il primo scopo dell’ordinazione diaconale è per il servizio e non per il presbiterato. La liturgia a questo proposito è maestra, se non altro perché il rito stesso di ordinazione dei presbiteri è diverso da quello dei diaconi. Si tratta di due “ordines” diversi, dato che per “ordo” si intende una procedura rituale che dice anche l’identità del gruppo a cui corrisponde quel tipo di ritualità. Quando c’è l’orinazione di un presbitero, tutti i presbiteri presenti devono andar ad imporre le mani sull’ordinando, mentre questo non succede con i diaconi. Solo il vescovo impone le mani, poi c’è lo scambio di pace e tutti i diaconi presenti partecipano, ma non all’imposizione delle mani sul candidato, perché, appunto, si tratta di due cose diverse. Anche nella liturgia ordinaria della messa si hanno compiti diversi: il presbitero presiede e il diacono, anche se si è un po’ ridotto lo spazio, perché di fatto il presbitero, nel tempo, ha inglobato tutte le mansioni, svolge compiti diversi e specifici. Il diacono annuncia il vangelo; accoglie le oblate, cioè i doni del popolo di Dio; introduce la preghiera dei fedeli; congeda la folla, con l’invio nel mondo. Sono tutte mansioni che riguardano lo specifico del diacono, che è quello di custodire la carità, essere una presenza che collega il vangelo alla vita della comunità, e questo nella liturgia si manifesta attraverso il segno della pace, l’offerta presentata etc, un compito diverso dal presbitero.
La liturgia parla sempre, da essa abbiamo ben chiare le diverse e distinte funzioni, ma soprattutto abbiamo ben chiaro che il ministero è un servizio suscitato dallo Spirito Santo che chiama e distribuisce doni diversi, perché ogni battezzato ha la pienezza dello Spirito e ogni battezzato ha una missione, come dice il Papa, perciò ogni battezzato manifesta lo Spirito Santo in un modo particolare. Questo può diventare un servizio, un ministero nella chiesa e il ministero non è altro che il servizio e il dono della singola persona che si mette a servizio della comunità e che la comunità riconosce come tale. La questione, anche per le donne, non è di andare a fare le star, ma di mettersi a servizio.
Ma questo concetto è già maturo nel popolo di Dio, il problema è piuttosto che non sono chiare le mansioni, le funzioni in rapporto soprattutto alla formazione al ministero ordinato, al sacramento dell’ordine, dei candidati. È necessario ripensare la formazione dei candidati al ministero, vigilare che non si riproponga una certa teologia che discorda da quanto è stato stabilito dai documenti del Concilio Vaticano II, che sono un grande patrimonio per la chiesa.
Il Sinodo, in fondo, non fa nient’altro che sviluppare la linea teologica del Vaticano II, anche se con alcune criticità, perché, spesso succede nella chiesa, per non far torto a nessuno, si procede con i piedi di piombo.
La questione della donna è emblematica di questa “paura” che c’è nei vescovi e in chi governa, comprensibile, certo, perché si tratta di una responsabilità forte, infatti basta che facciano un passo coraggioso in avanti e subito si alzano le contrarietà.
Allora quello che si richiede a tutti, a noi cristiani, anzitutto, è pensarci come una pluralità e ai vescovi, agli uomini di chiesa, si richiede invece proprio questo, di provare, di avere fiducia, sfidando le contrarietà, come diceva la vescova anglicana. Ci si prova, si sperimenta, poi se va male, pazienza, però magari va bene. Diamoci la possibilità di aprire vie nuove, senza inventarsi cose che potrebbero far perdere una certa autorità alla tradizione. La proposta del diaconato permanente per le donne è un esempio: mantenendosi nel solco della tradizione, ma interpretandola nel mondo attuale, con le categorie di oggi, anche perché oggi non parliamo più al mondo e alle giovani generazioni. Ce lo diciamo sempre nei nostri ambienti: riprendere le tradizioni, ma allo stesso tempo andare avanti, secondo come spinge lo Spirito, facendo anche atti di coraggio.
Così, istituire le donne in alcuni ruoli di decisione e di governo il Papa lo ha fatto, ma purtroppo ancora non succede nelle chiese locali. Certo tutti siamo protesi verso la scadenza del 2028, quando dovremo completare il percorso sinodale nelle chiese locali, sperando di riuscirci in tre anni. Basterebbe prendere delle decisioni, senza ulteriori rinvii, senza creare altri gruppi di studio, perché, quando si studia la questione della donna nella chiesa cattolica, si vede subito che è dal Concilio che si sta studiando sul diaconato alle donne: si studia senza procedere.
Eppure per le donne basterebbe riconoscere semplicemente il ruolo che già hanno in certi contesti, il ministero che spesso già svolgono per le comunità. Riconoscere le donne come ministri non mette in evidenza le singole donne, ma le comunità, perché il ministero è una questione di servizio alle comunità ecclesiali, l’ho detto anche al Papa e ai Cardinali. Pensiamo a una comunità sperduta nel Brasile che è coordinata da una donna, quella comunità, gestita da una donna non riconosciuta a livello ecclesiale per quel ministero specifico, si potrebbe sentire una comunità di serie B, perché la donna svolge magari il ministero “in supplenza di” qualcuno che non c’è. È necessario pensare a queste dinamiche, per il bene di tutti.
Una proposta che ho fatto durante la discussione con il Papa e i Cardinali, che non è stata pubblicata, è stata questa: che le singole conferenze episcopali possano riflettere su certe situazioni locali, in cui le donne svolgono già delle funzioni, riconoscendo come diacono, ad esempio, la catechista che già battezza e organizza la vita della comunità e struttura tutto l’impianto della catechesi, insieme ai suoi collaboratori. Questa situazione, che i cardinali mi hanno confermato esistere in alcune parti del pianeta, fa sorgere una riflessione, perché, se una situazione del genere esiste, non si capisce come mai non si possa agire in questo modo. Forse per la paura di spaccature? Allora pensiamoci una pluralità, pensiamoci chiesa cattolica, universale, nella quale le diverse conferenze episcopali o i singoli vescovi possano provare a sperimentare anche delle soluzioni diverse sui bisogni che emergono nel territorio, anche in merito alle donne.
Chiudo con quanto ha condiviso in quella sede il vescovo del Lussemburgo, che a mio avviso è stato un grande. Riferendosi al mio stato di vita come consacrata nell’Ordo Virginum, ha detto: “Lei è consacrata nell’Ordo Virginum: le dico che nella mia diocesi ho creato un nuovo ministero specifico per l’assistenza nei casi di suicidi di giovani, che succedono purtroppo spesso nella diocesi, e a capo di questo ministero ho messo una donna consacrata dell’Ordo Virginum. Non l’ho fatto per mancanza di preti, che corrono da un lato all’altro dello stato solo per la celebrazione delle esequie di questi ragazzi, ma l’ho fatto perché questa donna consacrata sa curare bene queste situazioni, con una particolare sensibilità e attenzione. Questa donna, con una sua équipe, ha il compito di andare nelle famiglie, di seguire le situazioni, ma anche di curare la dimensione celebrativa. Con la sua équipe prepara il funerale, celebrando il rito e presiedendolo, se occorre, per la comunità. In questo modo le persone hanno colto una dimensione molto più umana della celebrazione delle esequie e questa donna fa un servizio molto bello e io ne sono contento perché, anche se alcuni ecclesiastici non capiscono, la gente è contenta, è consolata, e questo accade perché la modalità è diversa, è più di tipo relazionale che funzionale. Lei è un ministro che cura la relazione, ha il famoso “odore delle pecore”.