{"id":3248,"date":"2026-10-08T22:18:50","date_gmt":"2026-10-08T20:18:50","guid":{"rendered":"https:\/\/www.forumdilimena.com\/?p=3248"},"modified":"2026-10-08T22:18:50","modified_gmt":"2026-10-08T20:18:50","slug":"testi-sulla-crisi-dellordine-internazionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.forumdilimena.com\/?p=3248","title":{"rendered":"Testi sulla crisi dell\u2019ordine internazionale"},"content":{"rendered":"<p><strong>1. Stiamo attenti ai topi morti [M. MacMillan &#8211; Introduzione]<br \/>\n<\/strong><em>Il New York Times ha annunciato la pubblicazione di una nuova serie di interventi intitolata &#8220;Il nuovo disordine mondiale&#8221;, che si propone di analizzare la disgregazione del sistema internazionale del dopoguerra e come i paesi si stanno adattando al progressivo ritiro degli Stati Uniti. <\/em><em>Il primo di questi interventi, affidato a una storica canadese (Margaret MacMillan), ha lo scopo evidente di sollecitare le coscienze di popoli e leader sui rischi che stiamo vivendo.<br \/>\n<\/em><em>&#8220;Nella storia ci sono state tante pestilenze quante guerre, <\/em><em>eppure pestilenze e guerre colgono sempre le persone ugualmente di sorpresa&#8221;. <\/em>[Albert Camus]<br \/>\nAll\u2019inizio del romanzo di Albert Camus, &#8220;La peste&#8221;, per le strade della citt\u00e0 algerina di Orano cominciano ad apparire topi morti un po\u2019 ovunque. La gente inizia ad ammalarsi di una misteriosa malattia, il cui nome fatica a venire pronunciato. Il governo locale e la maggior parte dei cittadini ignorano i segnali e lo fanno finch\u00e9 non \u00e8 troppo tardi. Orano verr\u00e0 infine devastata dal flagello della peste. &#8220;Nella storia ci sono state tante pestilenze quante guerre&#8221;, dice il narratore di Camus, &#8220;eppure pestilenze e guerre colgono sempre le persone ugualmente di sorpresa&#8221;.<br \/>\n<em>\u201cOggi, ci sono topi morti ovunque\u201d,<\/em> conclude icasticamente la MacMillan, che provvede a esemplificare, alludendo a fatti noti a tutti, senza per\u00f2 che gli si presti sufficiente attenzione.<br \/>\nSiamo giunti nelle fasi iniziali di quello che potrebbe rivelarsi un lungo periodo di disordine. L&#8217;ordine internazionale \u00e8 sempre dipeso dal sostegno delle grandi potenze e dalla cooperazione e dall&#8217;adesione di un numero sufficiente di potenze minori. Tutto questo \u00e8 venuto a mancare.<br \/>\nSnodi critici come questi si sono riproposti anche in passato. In alcuni casi i leader e i popoli si sono comportati come i cittadini di Orano, non hanno cio\u00e8 voluto vedere e comprendere che la nuova situazione richiedeva un mutamento. Altre volte, per\u00f2, le nazioni e i loro leader hanno dimostrato di saper leggere i segnali in tempo e adeguare le scelte.<br \/>\nIl primo passo \u00e8 cominciare dall&#8217;essere onesti sulla gravit\u00e0 del momento che stiamo vivendo e dall&#8217;accettare che il nostro fragile sistema sta vacillando. \u00c8 meglio evitare di volgere la testa dall\u2019altra parte sperando che tutto ritorni come prima. Dobbiamo riconoscere la malattia.<br \/>\nUna guerra mondiale non \u00e8 inevitabile, ma occorre riconoscere che la minaccia di un conflitto catastrofico tra grandi potenze ben armate \u00e8 pi\u00f9 vicina di quanto non lo sia stata per decenni.<a href=\"applewebdata:\/\/D7A3A4AB-B8D3-46A8-AB90-516569CCF602#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a><br \/>\nViviamo in un mondo sempre pi\u00f9 imprevedibile, in cui siamo lasciati, in misura molto maggiore di quanto ci aspettassimo, in balia dei capricci dei nostri leader, meno vincolati da strutture esterne e pi\u00f9 liberi di improvvisare. <em>Dovremmo scegliere chi prende le decisioni con maggiore attenzione che mai, proprio ora che gli elettori sembrano meno propensi a farlo<\/em>. [Ndr. questo pare proprio essere un punto chiave]<br \/>\n<strong>[1]<\/strong> A questo proposto Il New York Times il 25 agosto ha pubblicato un preoccupato intervento di un suo opinionista &#8211; Bret Stephens, di orientamento conservatore &#8211; dal titolo \u201cHas World War III Already Started?\u201d [La terza guerra mondiale \u00e8 gi\u00e0 iniziata?], di cui si \u00e8 occupata anche la stampa italiana.<\/p>\n<p><strong>2. Imparare a vivere in un periodo di assenza di un qualsiasi ordine mondiale [Mark Leonard \u2013 Sintesi]<br \/>\n<\/strong>Dopo decenni di espansione l&#8217;ordine internazionale basato su regole e guidato dagli Stati Uniti., viene abbandonato. Henry Kissinger sosteneva che l&#8217;ordine mondiale si fonda su due pilastri: un equilibrio di potere ragionevolmente stabile e un insieme di regole comunemente accettate su ci\u00f2 che gli Stati possono o non possono fare. Oggi, entrambi i pilastri stanno crollando ed \u00e8 improbabile che possano essere rafforzati o ricostruiti a breve.<br \/>\nTroppi leader continuano a comportarsi per\u00f2 come se il vecchio ordine potesse in qualche modo essere salvato. Gli alleati degli Stati Uniti, in particolare, non hanno ancora compreso che Washington ha ritirato il suo sostegno al vecchio ordine e a loro stessi.<br \/>\n\u00c8 tempo di riconoscere invece che il vecchio ordine \u00e8 davvero scomparso e di elaborare un nuovo approccio. Questo momento non rappresenta un breve interregno tra un ordine guidato dagli Stati Uniti e uno guidato dalla Cina. Per un certo periodo, il mondo sar\u00e0 privo di qualsiasi ordine.<br \/>\nGi\u00e0 prima di Trump, il sistema di alleanze che aiutava gli Stati Uniti a far rispettare le regole si stava indebolendo; Cina, Russia e potenze emergenti che non le avevano stabilite stavano esercitando pressioni contrarie. Ed \u00e8 altamente improbabile che, passato Trump, gli Usa riprendano il vecchio ruolo. Non ne sarebbero in grado. Nessuna grande potenza, d\u2019altra parte, ha l\u2019ambizione e la capacit\u00e0 di raccogliere il loro testimone.<br \/>\nSecondo Leonard, pi\u00f9 che elaborare una \u201cgrande strategia\u201d, gli Stati dovranno sviluppare risposte flessibili e mirate.<br \/>\nA dominare sar\u00e0 l\u2019incertezza. Leonard, sulla base di decine di conversazioni private avute con leder di tutto il mondo che lo chiamano per aver lumi, dice che l\u2019unica cosa su cui essi concordano \u00e8 che non sanno cosa succeder\u00e0. E questo perch\u00e9 nel mondo di ieri gli attori potevano anche violare le regole, ma senza cessare di riconoscerne l\u2019esistenza, mentre oggi agiscono senza alcun riferimento a una struttura comune.<br \/>\nL&#8217;incertezza che pervade quest&#8217;epoca di disordine \u00e8 alimentata da <em>tre forze<\/em> che stanno sconvolgendo il sistema internazionale: <em>frammentazione, contagio e strangolamento<\/em>.<br \/>\n<em>Frammentazione<\/em><strong><br \/>\n<\/strong>Le alleanze si stanno sgretolando. Le restrizioni commerciali stanno disgregando i mercati mondiali. I problemi globali non attraggono pi\u00f9 soluzioni globali, bens\u00ec un insieme di soluzioni tampone a breve termine.<br \/>\nLe divisioni sono cos\u00ec radicali che oggi non ci si divide pi\u00f9 solo sulle interpretazioni, non si concorda pi\u00f9 neanche sui fatti. Nel conflitto con l\u2019Iran, per fare un esempio non c\u2019\u00e8 accordo nemmeno su chi ha vinto e chi ha perso.<br \/>\nL&#8217;aspirazione a instaurare un unico ordine globale sta cedendo il passo a una realt\u00e0 in cui coesistono e competono <em>numerosi sistemi organizzativi<\/em>. Alcuni di questi sono <em>strutturati su base regionale<\/em>. Altri, <em>cercano di governare settori<\/em>come la tecnologia, il commercio e la sicurezza.<br \/>\nL\u2019idea che siano possibili accordi di pace globali \u00e8 tramontata. Al posto di essi vediamo cessate il fuoco e tregue orientati a congelare i conflitti piuttosto che a risolverli [ndr. \u00e8 la stessa tesi di Confort Ero &#8211; 4.].<br \/>\n\u00c8 tramontata anche l&#8217;idea che l&#8217;economia globale debba essere governata da regole coerenti. Nazionalismo e protezionismo economico sono in ascesa.<br \/>\n<em>Contagio<\/em><strong><br \/>\n<\/strong>Un\u2019altra grande sfida \u00e8 il contagio. In quest&#8217;era di disinibizione rispetto ai limiti posti dal diritto internazionale, le crisi non rimangono pi\u00f9 confinate nel loro ambito originario e gli attori non si sentono pi\u00f9 vincolati dalle norme che regolano la condotta appropriata; anzi, molti degli attori pi\u00f9 potenti del mondo sembrano persino non essere pi\u00f9 consapevoli di violare le regole.<br \/>\nEd \u00e8 meno probabile che le controversie rimangano compartimentate: le relazioni economiche e quelle di sicurezza non sono pi\u00f9 separate. Il conflitto si estende a coinvolgere tutti i piani relazionali.<br \/>\nQuesta stessa disinibizione influenza sempre pi\u00f9 il modo in cui viene condotta la guerra. I tab\u00f9 contro gli assassinii, gli attacchi contro i civili e le guerre di conquista territoriale stanno scomparendo. Questo tipo di escalation incontrollata con molte probabilit\u00e0 condurr\u00e0 a una proliferazione di piccole guerre per il territorio.<br \/>\n<em>Strangolamento<\/em><strong><br \/>\n<\/strong>Nella geopolitica odierna, gli Stati stanno trasformando sempre pi\u00f9 in armi i sistemi che un tempo li collegavano \u2013 rotte energetiche, catene di approvvigionamento, infrastrutture finanziarie, vie di navigazione. [vedi ad esempio: Terre Rare cinesi; Stretto di Hormuz]<br \/>\nQuesto sfruttamento dei punti strategici sar\u00e0 presto universalizzato. Le conseguenze potrebbero essere straordinarie, perch\u00e9 i potenziali colli di bottiglia sono innumerevoli: esistono non solo nelle vie navigabili, ma anche nelle catene di approvvigionamento di armi, cibo, assistenza sanitaria e tecnologie di base, ovvero tutti i beni essenziali per la vita quotidiana. Basti pensare a cosa succederebbe se gli Stati Uniti impedissero agli europei di utilizzare i propri modelli di intelligenza artificiale o bloccassero il loro accesso ai prodotti Microsoft.<br \/>\n<em>Architetti e artigiani. Due strategie per fronteggiare il nuovo mondo<\/em><strong><br \/>\n<\/strong>Secondo Leonard stanno emergendo due approcci principali a questo nuovo mondo: quello dell&#8217;architetto e quello dell&#8217;artigiano. Gli <em>architetti<\/em> elaborano progetti per l&#8217;ordine e cercano di plasmare il mondo secondo le proprie idee, sviluppando norme universali e ancorando la sicurezza a istituzioni multilaterali. Gli artigiani non presumono di avere il potere o le risorse per costruire grandi strutture dal nulla. Piuttosto, si affidano all&#8217;improvvisazione e alla flessibilit\u00e0 per affrontare un mondo che non si presta a piani di ampio respiro.<br \/>\nLa Cina ad esempio, che pare aver capito meglio la situazione, si muove come un artigiano, riadattando le istituzioni esistenti e creandone di nuove (Brics e Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai). Queste istituzioni sono flessibili nella loro composizione e nei loro scopi e non sono concepite per stabilire regole globali.<br \/>\nIn molte altre potenze di medio livello in Europa, nell&#8217;Indo-Pacifico e in Nord America, al contrario, il dolore per la fine dell&#8217;ordine basato sulle regole sta facendo emergere un istinto architettonico. Pur ammettendo l&#8217;incertezza, i leader di queste regioni non riescono a cogliere i cambiamenti che stanno affrontando e le loro strategie propongono troppo spesso di mantenere la forma del vecchio ordine senza la sua sostanza: la legittimit\u00e0 e la capacit\u00e0 di applicazione conferitegli dagli Stati Uniti.<br \/>\nLa differenza fondamentale tra questi progetti e quelli pi\u00f9 artigianali \u00e8 che il loro scopo rimane principalmente legalistico, incentrato sul raggiungimento del cambiamento attraverso l&#8217;adesione a quadri normativi sempre pi\u00f9 obsoleti.<br \/>\nIl vecchio ordine basato sulle regole non si \u00e8 mai limitato, in realt\u00e0, solo alle regole. Proponeva regole sostenute da una potenza specifica disposta a sopportare costi sproporzionati per mantenerle. Gli Stati Uniti e i loro alleati europei sono stati gli artefici degli ordini del dopoguerra e della Guerra Fredda, ma non dispongono pi\u00f9 delle risorse per mantenerli. E le potenze di medio livello non possono semplicemente mettere in comune le proprie risorse e replicare il passato.<br \/>\nSecondo Leonard gli ex alleati degli Stati Uniti devono invece pensare e agire come artigiani. Molti di questi paesi sono pi\u00f9 preparati di quanto non credano a questo cambio di strategia. Mentre gli architetti cercano la stabilit\u00e0, gli artigiani si preparano al caos e al cambiamento. Ad esempio, tentare di riformare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sarebbe solo una perdita di tempo. Meglio agire con pi\u00f9 diplomazia, entrare ad esempio a far parte dei Brics; meglio cercare di contribuire agli sforzi meno convenzionali di mediazione dei conflitti, come quelli che alcuni paesi stanno cercando di porre in essere (cfr. vedi quanto dice Comfort Ero &#8211; 4).<br \/>\nMentre gli architetti credono che possa esistere un unico regolamento valido per tutti, gli artigiani accettano la coesistenza di molteplici insiemi di linee guida. Raggruppamenti come l&#8217;UE dovrebbero concentrare sempre pi\u00f9 i propri sforzi sulla creazione di ordinamenti basati su regole nei propri territori, piuttosto che perseguire un irraggiungibile ordine globale. Lo stesso vale per i quadri normativi globali volti a risolvere problemi come il cambiamento climatico. La competizione per il dominio delle tecnologie rinnovabili \u2013 dice Leonard &#8211; ha probabilmente contribuito maggiormente alla lotta contro l&#8217;aumento delle emissioni rispetto a tutte le riunioni della Conferenza delle Parti (COP) messe insieme.<br \/>\nGli europei dovrebbero impegnarsi a fondo per comprendere come brasiliani, indiani, indonesiani, russi e sudafricani percepiscono questo momento. Se vogliono tutelarsi dai rischi in modo pi\u00f9 efficiente, devono comprendere meglio gli altri attori.<br \/>\nMentre gli architetti vedono la globalizzazione come un mezzo per trasformare gli altri, gli artigiani si preoccupano delle vulnerabilit\u00e0 che l&#8217;interconnessione crea. L&#8217;Europa e i suoi alleati hanno pi\u00f9 strumenti per sviluppare l&#8217;autosufficienza e stringere accordi con altre potenze di quanto credano. [seguono esempi \u2013 a pag. 7 &#8211; di come l\u2019Europa potrebbe proteggersi dal ricatto altrui]<br \/>\nSe infine i Paesi vogliono prosperare, devono rafforzare la propria sicurezza, la competitivit\u00e0 industriale, la leadership nel settore delle energie pulite e l&#8217;influenza globale. Un elemento fondamentale in questo senso \u00e8 il perseguimento della sovranit\u00e0 tecnologica [vedi quanto sostiene da tempo Mario Draghi].<\/p>\n<p><strong>3. Guerre inutili [M. Walt sintesi]<br \/>\n<\/strong>Il buon senso indurrebbe a pensare che i <em>costi<\/em> crescenti delle guerre, la loro <em>pericolosit\u00e0<\/em> e il contrasto evidente con<em>l\u2019interdipendenza<\/em> che caratterizza oggi le relazioni tra i popoli avrebbero dovuto portare a una loro scomparsa o, quantomeno, a una loro rarefazione.<br \/>\nQueste previsioni erano state avanzate anche da pensatori che scrivevano nella seconda met\u00e0 dell\u2019800 e all\u2019inizio del \u2018900, ma evidentemente si sono rivelate false. Le guerre sono rimaste e oggi paiono intenzionate a diffondersi.<br \/>\nStephen Walt, titolare della cattedra di relazioni internazionali a Harvard, non si fa illusioni a questo riguardo. Ma invita a riflettere chi comanda sulla loro <em>crescente inutilit\u00e0<\/em>.<br \/>\nUna ricostruzione delle guerre condotte dagli USA successivamente alla seconda guerra mondiale, tutte condotte \u2013 si noti &#8211; contro concorrenti decisamente pi\u00f9 deboli, evidenzia che, lungi dal rendere quel Paese pi\u00f9 sicuro e prospero, in quasi tutti i casi lo hanno lasciato in una condizione peggiore di quella in cui si sarebbe trovato se non le avesse mai combattute. Ci\u00f2 vale anche per la Russia, per Israele, il Sudan, la Libia, lo Yemen, ecc.<br \/>\nWalt si chiede allora che cosa sia successo; perch\u00e9 le guerre non soddisfano pi\u00f9 il criterio di von Clausewitz e cio\u00e8 quello di sensatezza politica a costi ragionevoli? [cfr. C. V. Clausewitz: \u201cLa guerra \u00e8 la continuazione della politica con altri mezzi\u201d]<br \/>\nA suo avviso le ragioni di ci\u00f2 sono quattro:<br \/>\n1. Le armi nucleari. Il loro possesso pone un limite chiaro a ci\u00f2 che qualsiasi altro paese pu\u00f2 fare nei tuoi confronti, se le possiedi. Esse non sono molto utili per combattere le guerre, ma sono molto efficaci nel dissuadere altri stati dal tentare di conquistarti. L\u2019epoca delle armi nucleari esclude la possibilit\u00e0 di vittorie decisive e gli obiettivi politici della guerra devono perci\u00f2 essere limitati.<br \/>\n2. La difficolt\u00e0 di raggiungere obiettivi politici decisivi \u00e8 amplificata dalla forza del nazionalismo moderno, che incoraggia le societ\u00e0 a combattere duramente contro un aggressore straniero (cfr. Vietnam e, oggi, Ucraina).<br \/>\n3. La guerra \u00e8 sempre pi\u00f9 inutile perch\u00e9 la globalizzazione e l&#8217;interdipendenza consentono agli stati di arricchirsi senza espandersi. Conquistare la Groenlandia pu\u00f2 essere costoso, mentre si pu\u00f2 beneficare delle risorse in essa presenti per altra via. Inoltre la capacit\u00e0 di altri Stati di &#8220;strumentalizzare l&#8217;interdipendenza&#8221; pu\u00f2 aumentare i costi del conflitto e rendere pi\u00f9 difficile raggiungere ambiziosi obiettivi politici (cfr. Stretto di Hormuz; Terre rare in Cina, ecc.).<br \/>\n4. La tecnologia e il suo impatto sul moderno campo di battaglia. La guerra si sta lentamente spostando a favore dei difensori locali, anche di fronte a nemici apparentemente superiori sul piano tecnologico militare. Oggi \u00e8 diventato pi\u00f9 difficile conquistare e mantenere il controllo di territori ostili. Siamo entrati in una nuova era di \u201cdominio difensivo\u201d<br \/>\nQuesto quarto punto merita un approfondimento che lo stesso Walt ha fatto in un articolo successivo apparso sempre su Foreign Policy del 1\/09\/2026, dal titolo <em>\u201cBenvenuti nel nuovo mondo dominato dalla difesa\u201d<\/em>, ispirato alla \u201cteoria dell\u2019equilibrio tra attacco e difesa\u201d. Una serie di innovazioni (il caso pi\u00f9 noto sono i droni) ha reso pi\u00f9 facile anche per avversari relativamente deboli organizzare una difesa efficace del proprio territorio e persino imporre costi a distanza, il che a sua volta rende pi\u00f9 difficile per le potenze oggettivamente pi\u00f9 forti costringerli alla resa. Oggi ci si interroga se ci\u00f2 sia destinato a modificare aspetti sostanziali del potere militare e delle relazioni internazionali. Perch\u00e9 se la conquista \u00e8 facile allora tutti gli stati sono per definizione meno sicuri, mentre se difendersi \u00e8 pi\u00f9 facile che attaccare gli stati potrebbero fidarsi l&#8217;uno dell&#8217;altro pi\u00f9 facilmente.<br \/>\nNaturalmente questa teoria \u00e8 stata sottoposta a molte critiche. Ma per Walt, nonostante queste critiche, gli Stati si trovano attualmente ad affrontare una situazione in cui conquistare territori stranieri o tentare di sottomettere gli avversari con la forza \u00e8 sempre pi\u00f9 difficile e arduo da realizzare a un costo accettabile.<br \/>\n[ndr. \u00c8 una considerazione molto simile a quella fatta recentemente dal Segretario generale dell\u2019ONU, Ant\u00f3nio Guterres, il quale in una intervista a GzeroWorld ha affermato che Stati Uniti e Russia si trovano di fronte ai limiti del loro potere in questi conflitti. \u00abIl potere in s\u00e9 non risolve il problema, nemmeno il loro\u00bb. Un esempio: Trump ha bombardato gli Houthi per lungo tempo, fallendo sostanzialmente nel tentativo di riaprire il Mar Rosso, e alla fine ha detto: &#8221; Il mio lavoro qui \u00e8 finito, me ne vado, grazie a tutti&#8221;. Gli si \u00e8 osservato che il Presidente non aveva in realt\u00e0 fatto un bel niente niente e che gli Houthi avevano nella sostanza vinto. Ma lui ha risposto testualmente: &#8221; Non posso costringerli alla resa con la forza&#8221;.]<br \/>\nIn un mondo pi\u00f9 saggio, osserva Walt, questa situazione porterebbe a una riduzione del revanscismo ambizioso, a una maggiore fiducia nella diplomazia e a sforzi pi\u00f9 seri per risolvere i conflitti esistenti attraverso il compromesso e l&#8217;adattamento reciproco. Ma forse non viviamo in un mondo saggio.<br \/>\n<strong>Qual \u00e8 la conclusione?<br \/>\n<\/strong>La permanenza delle guerre si fa sempre pi\u00f9 insensata, e si pu\u00f2 sperare che ci\u00f2 alla lunga produca degli effetti. Ma nella situazione attuale delle relazioni internazionali sarebbe ingenuo aspettarsi che ci\u00f2 avvenga a breve per tre motivi: (1) perch\u00e9 la competizione tra gli Stati non cesser\u00e0 e quindi si andr\u00e0 alla ricerca di soluzioni miracolose in grado di ripristinare la capacit\u00e0 di condurre azioni \u201cdecisive\u201d. (2) Perch\u00e9 gli stati potenti non smetteranno di prevaricare quelli pi\u00f9 deboli. Il fatto che gli attacchi spesso falliscono non significa che non verranno tentati. (3) esistono ancora aree scarsamente protette, prive di vantaggi difensivi che costerebbe poco attaccare (cfr. Groenlandia)<br \/>\nWalt si affretta a precisare quindi, per non essere frainteso, che gli Stati non possono smettere di preoccuparsi della propria sicurezza e iniziare a trasformare le spade in aratri. Sono stati proprio i preparativi che alcuni hanno fatto per difendersi a rendere pi\u00f9 difficile per altri ottenere vantaggi commisurati ai costi. Mantenere un equilibrio di potere favorevole e una deterrenza credibile \u00e8 dunque ancora importante.<br \/>\nMa dovremmo riconoscere cosa questo significa: <em>l&#8217;autodifesa sta diventando pi\u00f9 facile e le guerre di aggressione sono sempre meno utili<\/em>. Se questa consapevolezza prendesse piede sarebbe una cosa di non piccolo conto. Certo spiegarlo a Trump, a Putin o a Netanyahu appare perora difficile.<\/p>\n<p><strong>4. Un aspetto trascurato del nuovo quadro internazionale. Nuovi attori si sforzano di contenere i conflitti, se non di risolverli [Comfort Ero \u2013 Sintesi].<br \/>\n<\/strong>Viviamo in un&#8217;epoca caratterizzata dalla forza bruta. Il numero di conflitti tra Stati ha raggiunto lo scorso anno il record di 65, il pi\u00f9 alto dal 1945. La spesa militare globale \u00e8 cresciuta del 41% nell&#8217;ultimo decennio. Il Consiglio di Sicurezza dell\u2019ONU non \u00e8 riuscito ad affrontare efficacemente nessuna crisi (L\u2019ultimo accordo di pace &#8211; Colombia \u2013 risale al 2016).<br \/>\nStiamo entrando in un mondo in cui i cambiamenti geopolitici rendono impossibili sforzi di pace cooperativi e istituzionalizzati come quelli che si facevano negli anni &#8217;90 e nei primi anni 2000.<br \/>\nLa disperazione, tuttavia, non \u00e8 una strategia. \u00c8 necessario individuare <em>fattori<\/em> e <em>attori<\/em> sulla scena internazionale che possano contribuire a prevenire e contenere i conflitti.<br \/>\nL&#8217;attuale momento di incertezza ha spinto i governi di tutto il mondo a cercare nuove strategie per massimizzare la propria sicurezza. Per molti, la risposta risiede nella pace attraverso la forza e la deterrenza. Ma non \u00e8 da trascurare il fatto che un numero significativo di stati ha volutamente integrato i processi di pace nella propria strategia complessiva. <em>Gli attori principali di questo processo sono potenze regionali che si sono fatte avanti a colmare il vuoto lasciato dal ridimensionamento del ruolo di soggetti come le Nazioni Unite<\/em>. Si tratta, prevedibilmente, di attori spinti ad agire in ordine a conflitti che potrebbero avere effetti negativi sui loro interessi.<br \/>\nL&#8217;ascesa di questi soggetti che l\u2019autrice, forse troppo generosamente, chiama \u201coperatori di pace\u201d \u00e8 stata complicata, ma a volte accelerata, dall&#8217;approccio imprevedibile dell&#8217;amministrazione Trump.<br \/>\nIn non pochi casi, questi attori orientati a sedare i conflitti hanno constatato che \u00e8 possibile raggiungere solo accordi limitati e di breve durata. In un periodo di competizione e incertezza, \u00e8 difficile strutturare accordi di pace globali e duraturi. I mediatori di oggi tendono perci\u00f2 a perseguire obiettivi limitati come cessate il fuoco e scambi di prigionieri. Nel breve termine, gran parte degli sforzi di questi attori sono volti a creare delle zone cuscinetto per evitare ulteriori escalation.<br \/>\nQuando puntano a una stabilit\u00e0 a lungo termine, a volte devono rivolgersi a organizzazioni come le Nazioni Unite per ottenere aiuto, poich\u00e9 queste possiedono competenze specifiche su questioni come la gestione del cessate il fuoco e gli aiuti postbellici.<br \/>\nIl semplice fatto che esistano operatori di pace non \u00e8, in fin dei conti, sufficiente a persuadere i rivali ad abbandonare la guerra. Ma, per quanto possa essere difficile da percepire sul momento, potrebbero esserci forze sottostanti che favoriscono una riduzione della violenza. <em>La pi\u00f9 semplice \u00e8 che persino le grandi potenze stanno imparando che la forza ha i suoi svantaggi<\/em>. E tuttavia, anche se la fondamentale lezione sui limiti della forza dovesse essere appresa Comfort Ero ritiene improbabile un ritorno a un\u2019era di pacificazione pi\u00f9 sistematica.<br \/>\nUn numero crescente di attori impegnati nella pacificazione si occuper\u00e0 dei singoli conflitti e potrebbe trovare nuove modalit\u00e0 di collaborazione. Tuttavia, \u00e8 probabile che rimarranno concentrati sul contenimento dei conflitti piuttosto che sulla loro risoluzione.<\/p>\n<p><strong>5. Contro gli imperi: quale ordine internazionale dopo l\u2019America di Trump?<br \/>\n<\/strong><strong>Vittorio E. Parsi \u201cContro gli imperi. Il futuro dell\u2019ordine internazionale, Bompiani, 2026. [sintesi del libro]<br \/>\n<\/strong>Nel suo ultimo libro, scritto per un pubblico allargato di non addetti ai lavori, Vittorio Emanuele Parsi affronta una delle questioni decisive del nostro tempo: che cosa accade all\u2019ordine internazionale quando la principale potenza che per decenni ne ha garantito l\u2019equilibrio sembra non voler pi\u00f9 svolgere quel ruolo?<br \/>\n\u00c8 questa la domanda che attraversa il libro e che permette a Parsi di collegare fenomeni apparentemente diversi: il ritorno della politica di potenza, l\u2019aggressione russa all\u2019Ucraina, l\u2019ascesa della Cina, la trasformazione della politica americana sotto Donald Trump e, soprattutto, la difficolt\u00e0 dell\u2019Europa a definire un proprio ruolo nel nuovo scenario mondiale.<br \/>\nLa tesi di fondo \u00e8 che il sistema internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale stia attraversando una trasformazione profonda. A essere messa in discussione non \u00e8 soltanto una determinata politica estera, ma l&#8217;idea stessa che le relazioni internazionali possano essere governate, almeno in parte, da regole, istituzioni, alleanze e principi condivisi. Al loro posto rischia di tornare una logica pi\u00f9 antica, fondata sulle sfere d&#8217;influenza e sui rapporti di forza tra grandi potenze.<br \/>\nPer descrivere questa situazione Parsi riprende una metafora tratta dal politologo Randall Schweller: quella della foresta abitata da leoni, lupi, sciacalli e agnelli. Il leone \u00e8 la grande potenza che garantisce l&#8217;ordine; i lupi sono le potenze che perseguono direttamente i propri interessi e cercano di ampliare la propria influenza; gli sciacalli approfittano delle debolezze altrui; gli agnelli sono gli Stati pi\u00f9 deboli, la cui sicurezza dipende dalla presenza di un ordine capace di proteggerli.<br \/>\nPer gran parte del secondo dopoguerra, gli Stati Uniti hanno svolto, secondo Parsi, il ruolo del leone. Non si tratta di presentarli come una potenza disinteressata o altruista: anche Washington ha sempre perseguito propri interessi. Il punto \u00e8 un altro. La potenza americana aveva interesse a mantenere un sistema internazionale nel quale le proprie alleanze, le istituzioni multilaterali e alcune regole comuni costituissero una cornice relativamente stabile per la competizione internazionale.<br \/>\nLa seconda presidenza Trump introduce, nella lettura di Parsi, un elemento di discontinuit\u00e0. La questione non riguarda soltanto singole decisioni dell&#8217;amministrazione americana, ma la possibile ridefinizione del ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Trump appare meno disposto a considerare le alleanze come impegni permanenti e pi\u00f9 orientato a valutare i rapporti internazionali sulla base dell&#8217;interesse immediato degli Stati Uniti. Da qui la domanda che Parsi pone al lettore: Trump \u00e8 un \u201ctornado\u201d, una perturbazione destinata prima o poi a esaurirsi, oppure un \u201cmeteorite\u201d, capace di modificare stabilmente il paesaggio internazionale?<br \/>\nL&#8217;autore propende per la seconda ipotesi. \u00c8 uno dei passaggi pi\u00f9 interpretativi del libro e, proprio per questo, anche uno dei pi\u00f9 discutibili. La trasformazione della politica americana viene infatti letta come possibile sintomo di un mutamento strutturale e non soltanto come una fase contingente. Se questa interpretazione fosse corretta, le conseguenze sarebbero profonde: l&#8217;Europa non potrebbe pi\u00f9 considerare la protezione americana come una certezza acquisita.<br \/>\nQui si inserisce il secondo grande tema del libro: il ritorno degli imperi. Parsi contesta l&#8217;idea che un mondo organizzato intorno a poche grandi potenze, ciascuna libera di esercitare una propria influenza su una determinata area geografica, sia necessariamente pi\u00f9 stabile. La storia europea del Novecento dimostrerebbe piuttosto il contrario. La competizione tra grandi potenze e la ricerca di sfere d&#8217;influenza possono produrre una situazione nella quale ogni crisi locale diventa potenzialmente un confronto pi\u00f9 ampio.<br \/>\nIl problema, dunque, non \u00e8 soltanto quello della giustizia o del diritto internazionale. \u00c8 anche un problema di stabilit\u00e0. Un sistema fondato esclusivamente sulla forza pu\u00f2 apparire pi\u00f9 semplice, perch\u00e9 riconosce apertamente la gerarchia tra le potenze; ma proprio questa logica pu\u00f2 diventare pericolosa quando gli interessi delle grandi potenze entrano in conflitto.<br \/>\n\u00c8 in questo quadro che Parsi difende il valore dell&#8217;ordine internazionale liberale, pur senza idealizzarlo. L&#8217;autore ne riconosce le contraddizioni, gli errori e i limiti. Non nasconde, per esempio, l&#8217;illusione secondo cui l&#8217;interdipendenza economica avrebbe progressivamente reso la guerra troppo costosa e quindi improbabile. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto fosse fragile questa convinzione.<br \/>\nCi\u00f2 non significa, per\u00f2, che la risposta debba essere l&#8217;abbandono delle regole internazionali. Al contrario, secondo Parsi, proprio la crisi attuale rende evidente il valore di un sistema nel quale la forza sia almeno parzialmente sottoposta a norme, istituzioni e alleanze. La questione non \u00e8 scegliere tra un ordine perfetto e un mondo senza regole, ma capire come preservare e riformare ci\u00f2 che dell&#8217;ordine esistente pu\u00f2 ancora contribuire a limitare la politica di potenza.<br \/>\nDa questa prospettiva anche la guerra in Ucraina assume un significato pi\u00f9 ampio. L&#8217;aggressione russa mostra, nella lettura di Parsi, il rischio insito nell&#8217;idea che una grande potenza possa modificare con la forza i confini e imporre la propria volont\u00e0 a uno Stato vicino. Se questa logica diventasse una modalit\u00e0 ordinaria della politica internazionale, la sicurezza dei Paesi pi\u00f9 piccoli dipenderebbe sempre pi\u00f9 dalla loro capacit\u00e0 di trovare protezione presso una potenza maggiore.<br \/>\nE l&#8217;Europa? \u00c8 probabilmente questa la domanda pi\u00f9 concreta che emerge dal libro. Se gli Stati Uniti riducono il proprio impegno nella sicurezza europea, l&#8217;Europa non pu\u00f2 continuare a essere contemporaneamente dipendente dalla protezione americana e incapace di assumersi una parte maggiore della responsabilit\u00e0 della propria sicurezza [ndr. Solo della sicurezza?].<br \/>\nDa qui la formula che sintetizza la proposta di Parsi: essere \u201cpacifici, ma non imbelli\u201d. Rafforzare la capacit\u00e0 europea di difesa non significa necessariamente trasformarsi in una nuova potenza imperiale. Significa piuttosto creare le condizioni per poter difendere la propria libert\u00e0, i propri interessi e il proprio modello politico senza dipendere interamente dalle scelte di altri.<br \/>\nIl problema \u00e8 che l&#8217;Europa non \u00e8 ancora uno Stato federale e rimane caratterizzata da interessi nazionali differenti, divisioni politiche e una capacit\u00e0 decisionale spesso insufficiente. La maggiore autonomia strategica europea, quindi, non pu\u00f2 essere ottenuta semplicemente aumentando le spese militari. Richiede anche una maggiore integrazione politica, una pi\u00f9 efficace cooperazione nella difesa e una definizione pi\u00f9 chiara degli interessi comuni. [ndr. Non diventare uno stato imperiale implica per\u00f2 anche immaginare politiche verso il Sud del mondo diverse e sopportarne i costi a breve]<br \/>\nEd \u00e8 qui che emerge un aspetto importante del ragionamento di Parsi: l&#8217;obiettivo non dovrebbe essere la nascita di un nuovo \u201cimpero europeo\u201d [ndr. qui ci si potrebbe chiedere: ma corriamo davvero questo rischio?]. L&#8217;Europa dovrebbe acquisire maggiore capacit\u00e0 di potenza senza adottare la logica imperiale che il libro critica. La sua forza dovrebbe essere al servizio della libert\u00e0 e della sovranit\u00e0 condivisa, non della subordinazione degli altri.<br \/>\nIl libro presenta naturalmente anche alcuni punti problematici. La categoria di \u201cimpero\u201d \u00e8 efficace sul piano interpretativo, ma rischia talvolta di mettere sotto la stessa etichetta realt\u00e0 profondamente diverse, come Russia, Cina e Stati Uniti o pi\u00f9 ristrette aree di influenza imperiale. Differenze storiche, istituzionali e strategiche importanti possono infatti perdersi dentro una metafora necessariamente semplificante. Anche la proposta europea appare pi\u00f9 definita negli obiettivi che negli strumenti: \u00e8 relativamente chiaro che cosa l&#8217;Europa dovrebbe diventare, meno come possa concretamente arrivarci. Ma va detto, come pi\u00f9 volte dichiarato dall\u2019autore, che questo libro non \u00e8 un saggio approfondito, quanto piuttosto un pamphlet per smuovere al pensiero e azione le coscienze di tutti dinanzi ad un possibile scenario autoritario e liberticida. Parsi, infatti, non si limita a registrare la crisi dell&#8217;ordine internazionale, ma costringe a interrogarsi su ci\u00f2 che potrebbe sostituirlo. La questione non \u00e8 semplicemente se il mondo stia tornando a essere pi\u00f9 conflittuale. \u00c8 quale tipo di ordine internazionale vogliamo costruire in una fase nella quale le vecchie garanzie sembrano meno solide.<br \/>\nE non riguarda solo il futuro politico dell&#8217;Europa, ma l&#8217;idea stessa di convivenza internazionale che intendiamo difendere. Insomma Parsi invita a non dare per acquisito ci\u00f2 che per decenni \u00e8 sembrato normale: un ordine nel quale la forza non fosse l&#8217;unico criterio per decidere chi ha ragione, chi comanda e chi deve obbedire.<\/p>\n<p><strong>6. Quale Europa [N. Tocci &#8211; Sintesi]<br \/>\n<\/strong>Quando si parla dell\u2019Europa nel mondo la prima parola che viene in mente di solito \u00e8 divisione. E la divisione europea \u00e8 un fatto reale. Ma secondo Tocci non \u00e8 il problema principale. Il problema pi\u00f9 profondo \u00e8 l&#8217;identit\u00e0.<br \/>\nIl progetto europeo era eccezionale perch\u00e9 non si definiva in contrapposizione a un altro esterno, bens\u00ec in contrapposizione al proprio passato. L&#8217;Europa del futuro non sarebbe stata l&#8217;Europa del nazionalismo, del colonialismo, del fascismo, del nazismo e della guerra. Sarebbe stata un&#8217;Europa di diritto, norme, istituzioni, democrazia liberale e regole. Era un potente messaggio politico: l&#8217;Europa avrebbe voltato pagina rispetto a se stessa, un messaggio che per una fase la pose come modello di riferimento per l\u2019integrazione regionale.<br \/>\nMano a mano che ci si allontanava temporalmente da questa originaria contrapposizione con il passato il problema dell\u2019identit\u00e0 \u00e8 riemerso. [ndr. Forse perch\u00e9 la dimensione giuridico regolativa da sola non basta? \u00c8 una domanda che Tocci non si pone. Viene in mente qui quanto sostenuto da Eric Hobsbawm, lo storico britannico, il quale ha spiegato il rifiuto degli immigrati in Europa non come il risultato di un genuino orgoglio nazionale, ma come uno strumento per colmare un vuoto di identit\u00e0 collettiva e compensare il senso di declino socio-economico].<br \/>\nFinita la Guerra Fredda, perci\u00f2, le identit\u00e0 iniziarono a mutare. Tornarono in auge modi pi\u00f9 tradizionali di definire il s\u00e9 in contrapposizione a un altro esterno. Questo cambiamento ha avuto ripercussioni sull&#8217;allargamento dell\u2019UE, sulla politica migratoria, sugli atteggiamenti nei confronti del mondo musulmano e del Medio Oriente.<br \/>\nAllo stesso tempo, con l&#8217;inasprirsi delle tensioni globali, gli europei hanno iniziato a sostenere di dover inasprire anche le proprie posizioni. Dovevano diventare strategici, pragmatici e orientati alla transazione, abbassando di fatto i propri standard rispetto a quanto previsto, nel definire la propria politica internazionale.<br \/>\nLa Tocci vede in ci\u00f2 un pericolo, quello di perdere la propria identit\u00e0. Per l\u2019Europa le regole e le istituzioni sono condizioni di sopravvivenza. Se l\u2019Europa impara il linguaggio del potere dimenticando quello delle regole, avr\u00e0 perso proprio ci\u00f2 che la rende degna di essere difesa.<br \/>\nA suo avviso il futuro si divide ora in due possibili tipologie.<br \/>\nIl primo scenario \u00e8 quello di un mondo di imperi. \u00c8 il mondo immaginato da Trump e Putin, e forse anche da Xi Jinping. \u00c8 un mondo in cui i fondamentali \u2013 sovranit\u00e0 e integrit\u00e0 territoriale \u2013 vengono accantonati. Gli imperi possono competere, ma possono anche colludere (cfr USA di Trump e Russia). In quel mondo un&#8217;Europa divisa in nazioni, che ritorna ai fantasmi del suo passato, sarebbe facile da colonizzare ed essa finirebbe nel men\u00f9 coloniale.<br \/>\nIl secondo modello \u00e8 il mondo descritto dal Presidente canadese Carney a Davos: una coalizione di potenze medie e piccole che cercano di ricostruire un mondo ancora basato su norme, regole e istituzioni. [ndr. non \u00e8 chiaro il ruolo giocato in questo quadro dalle potenze grandi, che ovviamente non scompariranno e resterebbero influenti; difficile anche immaginare una grande coalizione di potenze medie e piccole, un mondo che potrebbe suddividersi invece in aggregazioni regionali, come sostiene Kupchan)<\/p>\n<p><strong>7. Come sopravvivere in un mondo senza regole [C. A. Kupchan \u2013 sintesi]<br \/>\n<\/strong><em>&#8220;L&#8217;ordine internazionale liberale, per quanto imperfetto e iniquo, non esiste pi\u00f9. Personalmente, mi sono stancato di disperarmi per ci\u00f2 che non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9. Ora mi concentro su ci\u00f2 che potrebbe venire dopo e su come possiamo plasmarlo affinch\u00e9 sia pacifico ed equo&#8221;. <\/em>Ravi Agrawal, caporedattore di Foreign Policy, in un\u2019intervista a Kupchan<br \/>\n<em>&#8220;Hei gente! Siamo a una svolta storica. Dobbiamo riflettere su come affrontare questo momento per passare pacificamente alla prossima era. Perch\u00e9 non se ne discute per niente?\u201d <\/em>C.A. Kupchan, politologo<br \/>\nC\u2019\u00e8 un fatto interessante: tra gli studiosi di relazioni internazionali americani qualcuno sta tentando di aprire una discussione su quello che si potrebbe fare per \u201cSopravvivere in un mondo senza regole\u201d, sapendo che un nuovo ordine non \u00e8 dietro l\u2019angolo.<br \/>\nCon l\u2019intento di aprire un dibattito in questo senso, l\u20198 settembre la rivista Foreign Policy ha pubblicato il saggio di un noto studioso di relazioni internazionali, C. A. Kupchan.<br \/>\nEgli muove dall\u2019osservazione che i momenti di svolta storica tendono a seguire le grandi guerre. Queste sono campanelli d&#8217;allarme che incoraggiano l&#8217;umanit\u00e0 a cercare di porre fine ai cicli di spargimento di sangue che le hanno precedute. Non c\u2019\u00e8 dubbio che oggi il mondo ha bisogno di un nuovo momento di riordino, ma prima, non dopo, un&#8217;altra guerra tra grandi potenze. Purtroppo, un dialogo costruttivo per costruire un ordine adatto a un&#8217;era di <em>multipolarit\u00e0 globalizzata<\/em> finora non si \u00e8 avviato.<br \/>\nNel suo saggio Kupchan si chiede esplicitamente che tipo di ordine dovremmo perseguire in futuro. Viviamo in un mondo interconnesso, che tale rimarr\u00e0, siamo cio\u00e8 tutti \u201csulla stessa barca\u201d e lo resteremo. Ci sarebbe bisogno di molta collaborazione, ma ci troviamo in un mondo frammentato, in cui la competizione geopolitica ha ripreso vigore. La domanda di governance globale sta aumentando mentre la sua offerta sta scomparendo. Come possiamo ridurre questo divario?<br \/>\nSecondo Kupchan noi oggi <em>assistiamo a una diffusione del potere<\/em> che non vedevamo da centinaia d\u2019anni. [ndr. non dunque una concentrazione in grandi imperi come alcuni sostengono, ma qui si potrebbe obiettare che esistono ancora stati di gran lunga pi\u00f9 influenti, e pur se in declino, capaci ancora di \u201cbattere un colpo\u201d e forse non solo uno]. Il potere si sta spostando da Ovest a Est e da Nord a Sud. Stiamo andando verso <em>un sistema internazionale decentrato<\/em>, senza capitano (V. E. Parsi direbbe \u201csenza il leone\u201d). Nessun singolo Paese o coalizione di Paesi sar\u00e0 in grado di dominare. Mancher\u00e0 dunque uno degli aspetti che caratterizzavano il vecchio ordine, almeno per una certa fase, e cio\u00e8 la supremazia indiscussa di un Paese. Si va verso un nuovo mondo multipolare.<br \/>\nLa costruzione dell&#8217;ordine nel mondo a venire dovrebbe iniziare con il riconoscimento che <em>il nuovo mondo sar\u00e0 regionale<\/em>. In esso i raggruppamenti di Paesi, come L&#8217;UE, la Comunit\u00e0 degli Stati Indipendenti, l&#8217;ASEAN, la Lega Araba, l&#8217;Unione Africana, l&#8217;Organizzazione degli Stati Americani, ecc. conteranno di pi\u00f9. Gi\u00e0 oggi si vedono nuovi attori che si muovono su base regionale nel tentativo di sedare le crisi e di tutelare interessi [cfr. su questo Comfort Ero &#8211; 4].<br \/>\nLa rinnovata importanza delle regioni, secondo Kupchan ha qualcosa di \u201cnaturale\u201d:<br \/>\n&#8211; La geografia, la prossimit\u00e0 e le somiglianze culturali contano ancora.<br \/>\n&#8211; I paesi pi\u00f9 vicini a una minaccia hanno solitamente il maggiore interesse a contrastarla<br \/>\n&#8211; Le priorit\u00e0 regionali non sono le stesse (in America Latina la lotta alla criminalit\u00e0 ha un peso maggiore\u2026)<br \/>\n&#8211; Anche in un mondo globalizzato la maggioranza degli scambi avveniva su base regionale (solo per l\u2019Africa ci\u00f2 non vale ancora). Circa due terzi del commercio dell&#8217;Unione Europea, per fare un esempio, si svolge all&#8217;interno del blocco.<br \/>\nE in ogni caso non ci si dovrebbe opporre a questa tendenza, semmai trarne vantaggio. <em>L&#8217;ordine dovr\u00e0 nascere in primo luogo dal basso<\/em>, attingendo a raggruppamenti regionali che sfruttino gli effetti naturali di creazione dell&#8217;ordine derivanti dalla prossimit\u00e0 geografica, dai legami commerciali e dalle culture comuni.<br \/>\nLa regionalizzazione della governance pone le basi per un sistema internazionale policentrico: <em>un mondo multi-ordine caratterizzato da una notevole diversit\u00e0 ideologica e politica<\/em>.<br \/>\nIl futuro sistema internazionale non sar\u00e0 solo decentrato, ma anche <em>politicamente e culturalmente eterogeneo<\/em>. Ogni centro di potere e di governo agir\u00e0 secondo le proprie norme e rifletter\u00e0 i propri attributi civili e culturali. Kupchan ritiene in questo senso che gli Usa abbiano esagerato nella \u201cpromozione\u201d della democrazia (o \u201cesportazione\u201d). Si dovrebbe tollerare maggiormente le differenze e far perno sull\u2019esempio e sull\u2019emulazione. \u201cOggi non siamo in grado di fare nemmeno questo\u201d, dice (pensando a Trump).<br \/>\nPer chiarire uno dei presupposti di questa idea, Kupchan non crede che si possa semplicemente tornare a uno stato simile a quello precedente. \u201cPartiamo dal fatto che il sistema ideale \u2013 un\u2019Onu pienamente funzionante \u2013 non \u00e8 disponibile. Un governo mondiale non funzioner\u00e0. Cose come la Societ\u00e0 delle Nazioni\/Onu e il multilateralismo giuridico non funzionano\u201d. Nessuno riuscir\u00e0 mai a far accettare a Paesi come la Russia o gli Stati Uniti di sottoscrivere accordi in base a cui un ente superiore potr\u00e0 sanzionarli. Da ci\u00f2 l\u2019attuale paralisi del Consiglio di Sicurezza.<br \/>\nNon resta che pensare a <em>raggruppamenti ad hoc, coalizioni dei disponibili<\/em>. Attuare quanto pi\u00f9 possibile pratiche che prevedono di mettere attorno al tavolo le forze e\/o i Paesi, che devono essere presenti per gestire le crisi o affrontare le grandi questioni che riguardano il mondo nel suo insieme.<br \/>\nUn approccio di questo genere sfrutterebbe la capacit\u00e0 di ordinamento derivante dal fatto che in ogni regione vi sono Paesi di diverso peso. Alcuni assumeranno un ruolo di guida. L&#8217;adesione all&#8217;UE, per esemplificare, pu\u00f2 esporre gli Stati membri meno potenti all&#8217;influenza sproporzionata di Germania e Francia, ma questi Paesi pi\u00f9 piccoli hanno anche un interesse preminente a entrare in un patto che limiti e diluisca l&#8217;influenza dei loro vicini pi\u00f9 grandi.<br \/>\nIncoraggiando le potenze pi\u00f9 grandi a esercitare la propria influenza nelle rispettive aree geografiche, la regionalizzazione della governance <em>riporterebbe in qualche misura in auge e legittimerebbe le sfere d&#8217;influenza<\/em> [ndr. regionali, pi\u00f9 che imperiali, ma questo \u00e8 uno degli aspetti della proposta che susciter\u00e0 pi\u00f9 resistenze, perch\u00e9 rappresenta in qualche modo un ritorno indietro]. Tuttavia, tale esito \u2013 secondo Kupchan &#8211; \u00e8 inevitabile in un mondo in cui il potere si sta diffondendo. Si dovr\u00e0 operare allora perch\u00e9 le sfere d&#8217;influenza del futuro siano meno coercitive di quelle del passato e ci\u00f2 sar\u00e0 favorito dalla delegittimazione globale del dominio imperiale oggi impostasi nel mondo.<br \/>\nEppure, proprio perch\u00e9 il mondo multipolare emergente \u00e8 destinato a rimanere globalizzato e interdipendente, <em>la forza centrifuga della regionalizzazione deve essere bilanciata da un ordine che provenga dall&#8217;alto<\/em>. Si dovr\u00e0 ragionare perci\u00f2 su come garantire la cooperazione tra i raggruppamenti regionali. La presenza di molteplici ordini regionali richieder\u00e0 una supervisione collettiva. In altre parole, sebbene una parte significativa dell&#8217;ordine mondiale derivi dal basso, il mondo ha bisogno di un&#8217;architettura globale che garantisca la governance dall&#8217;alto verso il basso, attenuando la rivalit\u00e0 tra le grandi potenze, affrontando le crisi man mano che si presentano e coordinando l&#8217;azione collettiva nelle diverse regioni del mondo.<br \/>\nUn <em>sistema di concerto<\/em> \u2013 una rete di consigli di coordinamento di alto livello \u2013 offre, a suo avviso, l&#8217;opzione pi\u00f9 realistica e praticabile per la supervisione della governance globale. Kupchan ha in mente il \u201cConcerto d&#8217;Europa del XIX secolo\u201d, che a suo dire preserv\u00f2 la pace per decenni dopo le guerre napoleoniche. [Ndr. si tratta dello stesso Concerto studiato da Henry Kissinger nella sua tesi di dottorato (Harvard University nel 1954) dal titolo A World Restored: Metternich, Castlereagh and the Problems of Peace 1812-1822 &#8211; Un mondo ricostruito: Metternich, Castlereagh e i problemi della pace 1812-1822)]<br \/>\nEra un sistema informale e flessibile, che rifuggiva statuti e regole fisse, preferendo che il consenso &#8220;emergesse dalle circostanze del momento e del caso&#8221;.<br \/>\nI concerti riuniscono al tavolo solo le parti influenti pi\u00f9 adatte ad affrontare il compito in questione. Non troppi dunque, ma quelli necessari perch\u00e9 contano. Oggi come allora si dovrebbe deliberatamente mettere tra parentesi le differenze di regime, contribuendo a colmare le profonde divisioni emerse di recente tra democrazie e autocrazie. Gli Stati membri metterebbero consapevolmente da parte le divergenze in materia di governance interna e diritti politici per garantire che tali questioni non ostacolino la cooperazione internazionale. [ndr. Di nuovo la questione dei diritti viene delegata all\u2019esempio e all\u2019emulazione]<br \/>\nI concerti funzionano anche perch\u00e9 evitano l&#8217;istituzionalizzazione, la legalizzazione e le procedure vincolanti. Certo, idealmente la governance internazionale dovrebbe essere formalizzata e legalizzata, supportata da norme e impegni applicabili. Ma la maggior parte degli Stati, soprattutto le grandi potenze, non sono disposti a compromettere la propria sovranit\u00e0 sottomettendosi alla volont\u00e0 degli organismi internazionali.<br \/>\nQuesti ostacoli alla cooperazione istituzionalizzata non faranno che acuirsi negli anni a venire con la diffusione del potere che intensifica le rivalit\u00e0 geopolitiche, in un contesto caratterizzato da una diffusa ondata di nazionalismo populista, per cui <em>il multilateralismo istituzionalizzato diventer\u00e0 sempre pi\u00f9 irraggiungibile<\/em>.<br \/>\nUn sistema concertato completerebbe, non sostituirebbe, le Nazioni Unite. L&#8217;ONU sarebbe sostenuta dall&#8217;alto da questa rete di gruppi direttivi e dal basso da organismi regionali. [n.d.r.: Se si legge il testo non appare moto chiaro quale sia il tasso di istituzionalizzazione minimo delle regole a cui lui pensa quando parla di un ordine che proviene \u201canche dall\u2019alto\u201d]<br \/>\nPer concludere: l\u2019idea di Kupchan \u00e8 pi\u00f9 \u201cmorbida\u201d e flessibile di quello cui pensiamo quando alludiamo all\u2019ordine mondiale post bellico. Essa conta molto sugli esiti positivi che il contatto faccia a faccia semipermanente tra gli attori del sistema internazionale potrebbe conseguire in termini di riduzione della conflittualit\u00e0 e di maggiore corresponsabilit\u00e0. Ha bisogno di una condizione preliminare che \u00e8 difficile dire come potrebbe darsi e cio\u00e8 un mutamento di fondo degli atteggiamenti oggi prevalenti tra gli attori principali della politica internazionale. E si pu\u00f2 immaginare che verr\u00e0 tacciata di ingenuit\u00e0. Essa ha per\u00f2 dalla sua il merito di poter essere costruita un passo alla volta e senza aver bisogno di dotarsi di grandi apparati burocratici e normativi.<br \/>\nAltre obiezioni che si possono fare a Kupchan sono le seguenti:<br \/>\n&#8211; quella di non aver affrontato il problema dei rischi che si corrono nella fase di transizione in cui le aree regionali non sono definite in termini di chi sta dento e chi sta fuori (cfr. quello che \u00e8 avvenuto con l\u2019Ucraina proprio su questo punto) e in cui attori come la Russia e gli Usa, pur in declino, esercitano una influenza ben maggiore di quella che potrebbero dimostrare dei raggruppamenti regionali. \u00c8 probabile perci\u00f2 che i processi di assestamento dei rapporti di forza durino ancora a lungo;<br \/>\n&#8211; quella di non aver tenuto conto nella sua proposta dell\u2019emergere sempre pi\u00f9 evidente di attori non statuali come imprese, reti criminali, organizzazioni religiose e anche di movimenti in cui le persone giocano un ruolo (basti pensare a quello che hanno significato le rivoluzioni colorate nell\u2019Est Europeo, le primavere arabe e, su un piano diverso gli Houthi). Il ruolo crescente di questi attori aumenta la complessit\u00e0 del sistema e potrebbe rendere pi\u00f9 difficile muoversi in una logica \u201cdi concerto\u201d.<br \/>\nNel contempo la proposta potrebbe indicare una prospettiva non del tutto irrealistica per l\u2019Europa, al di fuori del titanismo di quanti immaginano che un nuovo ordine possa partire e fondarsi sull\u2019Europa e sottovalutano le permanenti divisioni e le gracilit\u00e0 che attraversano il nostro continente.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\"><strong>8. Il \u201cRealismo basato sui valori\u201d* di Carney. Discorso del Presidente canadese a Davos, 21 gennaio 2026 [sintesi]<br \/>\n<\/strong><em>*Carney mutua questa espressione da Alexander Stubb, gi\u00e0 Presidente finlandese e vicepresidente della Banca Europea degli Investimenti (cfr. A. Stubb, Il triangolo del potere, Marsilio, 2026)<br \/>\n<\/em>Il testo sostiene che l\u2019ordine internazionale basato sulle regole \u00e8 entrato in una fase di rottura. Siamo oggi di fronte a una realt\u00e0 brutale in cui l\u2019azione delle grandi potenze non \u00e8 soggetta a vincoli. Esse sembrano intenzionate a perseguire i propri interessi facendo leva sulla loro forza. In questo scenario, per\u00f2, le potenze medie [ndr. sono questi gli attori a cui Carney intende rivolgersi] non sono impotenti. Il primo passo che esse devono compiere \u00e8 smettere di fingere che il sistema attuale funzioni come promesso.<br \/>\nLa dipendenza economica, considerata a lungo una fonte di vantaggi reciproci, si \u00e8 trasformata in uno strumento di coercizione. Tariffe, infrastrutture finanziarie e catene di approvvigionamento vengono usate per fare pressione o rendere vulnerabili altri Paesi.<br \/>\nPer questo \u00e8 comprensibile che gli Stati cerchino maggiore autonomia nei settori essenziali. Tuttavia, costruire \u00abfortezze\u00bb separate non \u00e8 una soluzione: aumenterebbe i costi, indebolirebbe la cooperazione e renderebbe il mondo pi\u00f9 fragile. \u00c8 preferibile condividere gli investimenti nella resilienza e diversificare le relazioni, riducendo le dipendenze pi\u00f9 rischiose.<br \/>\nLe potenze medie devono quindi adattarsi alla nuova realt\u00e0, ma possono scegliere come farlo: limitarsi a costruire muri pi\u00f9 alti oppure perseguire un progetto pi\u00f9 ambizioso. La proposta di Carney \u00e8 creare una terza via attraverso coalizioni flessibili, formate su questioni specifiche e basate su interessi e valori condivisi. Non si tratta di affidarsi ingenuamente a istituzioni indebolite, ma di costruire accordi e collaborazioni capaci di funzionare nella pratica. [ndr. L\u2019idea dunque non \u00e8 quella di una alleanza tra potenze medie che agiscono insieme a tutto campo, magari sulla base della contiguit\u00e0 geografica, ma di alleanze funzionali da mettere in gioco quando si deve interloquire con le grandi potenze, coalizioni a geometria variabile, diverse per diverse questioni, basate su valori e interessi condivisi].<br \/>\nAgire insieme \u00e8 essenziale perch\u00e9, nei rapporti bilaterali con una grande potenza, un Paese pi\u00f9 piccolo rischia di negoziare da una posizione di debolezza e di accettare condizioni imposte da altri. La collaborazione, invece, pu\u00f2 dare maggiore peso alle potenze medie e aiutarle a difendere la propria sovranit\u00e0. Viceversa, competere per il favore dei pi\u00f9 forti [una implicazione delle logiche nazionaliste] significherebbe accettare una subordinazione mascherata.<br \/>\nNel loro agire le potenze medie dovrebbero conformarsi a \u201cun realismo basato sui valori\u201d: essere insieme guidate dai principi ed essere pragmatici, non affidarsi \u201cpi\u00f9 solo alla forza dei nostri valori, ma anche al valore della nostra forza\u201d. Carney non pensa a un multilateralismo ingenuo, ma a coalizioni che funzionano. Egli preciser\u00e0 meglio l\u2019idea nel suo discorso al Parlamento Europeo di Strasburgo del 17\/09\/2026: \u201cnon sto proponendo la creazione di un terzo blocco che aspiri a diventare una nuova grande potenza rivale, soltanto con modi pi\u00f9 garbati. Non cerchiamo il potere per dominare gli altri. Al contrario perseguiamo la resilienza affinch\u00e9 nessuno possa controllare i nostri mercati aperti, limitare la nostra sovranit\u00e0, minacciare la nostra integrit\u00e0 territoriale o indebolire le nostre democrazie\u201d. In questo incontro, successivo alla ripresa di aggressivit\u00e0 nei confronti del Canada da parte del Presidente USA Carney pensa per\u00f2 a un avvicinamento pi\u00f9 strutturato con l\u2019UE. Canada ed Europa dovrebbero garantire la propria autonomia strategica attraverso una cooperazione profonda \u201csull\u2019intero ventaglio delle capacit\u00e0 strategiche\u201d.<br \/>\nInfine, il discorso invita a essere coerenti: gli stessi principi devono valere per alleati e rivali, senza condannare le pressioni economiche in un caso e ignorarle in un altro. Occorre costruire concretamente ci\u00f2 in cui si dice di credere, invece che aspettare il ritorno del vecchio ordine; creare istituzioni e accordi che funzionino e permettano di ridurre le leve che consentono la coercizione.<br \/>\nIl vecchio ordine non torner\u00e0 \u2013 conclude Carney &#8211; ma la sua crisi pu\u00f2 diventare l\u2019occasione per edificare un sistema pi\u00f9 forte e giusto. La nostalgia non \u00e8 una strategia: servono onest\u00e0, capacit\u00e0 di reagire alle pressioni e una cooperazione autentica.<br \/>\nIn realt\u00e0 non \u00e8 molto chiaro quanto questa \u201cmissione\u201d delle potenze medie possa contribuire a fondare un nuovo ordine e quanto invece non rappresenti semplicemente un modo per difendersi dal potere altrui. In ogni caso il discorso di Carney ha entusiasmato dapprima l\u2019\u00e9lite di Davos e successivamente il parlamento Europeo.<br \/>\nViceversa la stampa americana \u00e8 rimasta piuttosto fredda. Essa ritiene trattarsi di una proposta velleitaria, considerata la distanza geografica del Canada dall\u2019Europa e il peso dell\u2019interscambio tra Canada e Usa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>1. Stiamo attenti ai topi morti [M. MacMillan &#8211; Introduzione] Il New York Times ha annunciato la pubblicazione di una nuova serie di interventi intitolata &#8220;Il nuovo disordine mondiale&#8221;, che si propone di analizzare la disgregazione del sistema internazionale del dopoguerra e come i paesi si stanno adattando al progressivo ritiro degli Stati Uniti. 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