{"id":2809,"date":"2024-10-09T10:39:42","date_gmt":"2024-10-09T08:39:42","guid":{"rendered":"http:\/\/www.forumdilimena.com\/?p=2809"},"modified":"2024-10-09T10:39:42","modified_gmt":"2024-10-09T08:39:42","slug":"a-due-anni-dallinizio-della-guerra-le-difficolta-del-pensiero","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.forumdilimena.com\/?p=2809","title":{"rendered":"A due anni dall\u2019inizio della guerra. Le difficolt\u00e0 del pensiero"},"content":{"rendered":"<p>Introduzione all&#8217;incontro dei promotori del 3 febbraio 2024 \u00a0[testo trascritto dalla registrazione]<\/p>\n<p><b>Finalit\u00e0 dell\u2019incontro<br \/>\n<\/b>Come possiamo constatare ogni giorno, aprendo la radio o leggendo il giornale, l&#8217;anno appena iniziato non si presenta sotto i migliori auspici. I due conflitti a noi pi\u00f9 vicini &#8211; Ucraina e Israele-Palestina &#8211; sembrano oggi di soluzione ancora pi\u00f9 difficile di quanto avevamo probabilmente immaginato. Il quadro globale appare in movimento, i tempi della guerra si dilatano, le vittime si moltiplicano e i rischi di allargamento del conflitto sono all&#8217;ordine del giorno.<br \/>\nCome di consueto, scopo dell\u2019incontro di oggi \u00e8 confrontarci su quanto sta avvenendo, per scambiarci le nostre reazioni e capire come stanno vivendo la situazione le nostre chiese.<br \/>\nVogliamo tornare nuovamente sul tema delle guerre in corso, per la sua oggettiva rilevanza e perch\u00e9 \u00e8 coerente con il tentativo su cui siamo impegnati di tenere aperta l\u2019attenzione su quelli che riteniamo essere l focus principali di una certa fase storica, quelli cio\u00e8 che avranno effetti di pi\u00f9 lungo periodo.<br \/>\nParliamo liberamente e francamente di quanto abbiamo pensato in questi mesi, tenendo conto degli stimoli che ci sono arrivati. Cercando \u2013 se ci riusciamo &#8211; di stare sull\u2019atteggiamento di fondo con cui abbiamo cercato di definire il nostro modo di porci:<br \/>\nconsapevolezza dei nostri limiti. Possiamo nutrire poche speranza di influenzare il contesto, quello che possiamo fare \u00e8 lavorare sui nostri atteggiamenti e aiutare altri a chiarirsi le idee;<br \/>\nprovare a far dialogare posizioni diverse;<br \/>\nrifiuto di posizioni astratte che escludono la rilevanza dell\u2019analisi del contesto e si accontentano di dichiarazioni di principio.<\/p>\n<p><b>Le difficolt\u00e0 a farsi una opinione<br \/>\n<\/b>A questo aggiungerei, prima di provare a riassumere alcuni elementi degli scambi che ci sono stati tra noi nei mesi scorsi sul tema della guerra, una sottolineatura delle difficolt\u00e0 del compito che ci siamo dati, quello cio\u00e8 di \u201cstare sul pezzo\u201d in materie cosi ampie e complesse. C\u2019\u00e8 da un lato un problema di fonti &#8211; sappiamo in realt\u00e0 poco di quello che sta succedendo davvero \u2013 e dall\u2019altro di caos analitico.<br \/>\nIn Italia i mezzi di comunicazione aiutano poco a farsi una opinione ragionata. In America il dibattito sui giornali \u00e8 poco interessato a dire chi ha ragione e chi ha torto; piuttosto si muove con una logica di <i>problem solving<\/i>: c\u2019\u00e8 un problema? Vediamo come risolverlo; dopo di che le opinioni sono le pi\u00f9 diverse, non c\u2019\u00e8 omogeneit\u00e0, c\u2019\u00e8 differenza estrema. Mentre qui da noi gli interventi sono poco interessati a dire qualcosa sul come se ne esce; appaiono piuttosto orientati a individuare \u201cle colpe\u201d e perci\u00f2 a indurre il lettore a schierarsi, fatto che contribuisce alla radicalizzazione delle posizioni.<br \/>\nGovernare poi il caos analitico nel quale siamo immersi \u00e8 qualcosa di complicatissimo. Cerco di spiegarmi con un esempio. Due giorni fa Il New York Times pubblica un editoriale di Friedman &#8211; questo giornalista che da sempre segue e con un certo equilibrio le vicende mediorientali \u2013 nel quale egli sostiene che Biden ha un piano, un piano in tre punti per risolvere il conflitto a Gaza. Il primo punto, quello pi\u00f9 interessante, \u00e8 che Biden starebbe pensando di riconoscere in qualche modo uno stato palestinese. Friedman spera che lo attui. Vado in cerca su Le Monde per capire cosa pensa il giornale francese sullo stesso tema. Le Monde non interloquisce direttamente con Friedman, ma risponde pi\u00f9 o meno cos\u00ec: \u201cse mia nonna avesse le ruote sarebbe una carriola\u201d. Quell\u2019ipotesi cio\u00e8 non ha nessuna possibilit\u00e0 di realizzarsi, che gli americani riescano a costruire un nuovo stato palestinese sufficientemente decente e stabile \u00e8 inimmaginabile. Poi mi arriva un articolo dalla rivista Foreign Affairs nel quale si dice in sostanza la stessa cosa; si sostiene cio\u00e8 che saranno gli attori locali a decidere, tesi sostenuta gi\u00e0 all\u2019inizio della guerra da Olivier Roy, noto sociologo e diplomatico francese. Di fronte a queste difficolt\u00e0 uno studioso mio amico dice: io non seguo mai queste cose, perch\u00e9 si tratta di cose \u201coscure\u201d e la Nottola di Minerva parler\u00e0 alla fine (\u201c\u2026inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo\u201d, diceva Hegel).<br \/>\nL\u2019altra cosa che vorrei comunicare \u00e8 questa sensazione che il caos analitico riguardi un po\u2019 tutti, anche tutti noi. Un esempio: un nostro amico, che avrebbe voluto essere con noi oggi, due giorni fa ci manda un messaggio in cui dice: \u201cCome pu\u00f2 essere democratico uno stato come Israele che bombarda in quel modo la popolazione di Gaza?\u201d La mia risposta \u00e8 stata: \u201cDa quando in qua gli stati democratici non bombardano? Dalla seconda guerra mondiale, passando per il Vietnam, all\u2019Iraq, nessuno ha mai sostenuto che gli Usa non siano uno stato democratico, ma quanto a bombardamenti non sono stati secondi a nessuno, mi pare\u201d. Si confondono cio\u00e8 qui due dimensioni di analisi che invece sono del tutto distinte. Se c\u2019\u00e8 una critica che si pu\u00f2 fare dal punto di vista della democraticit\u00e0 a Israele questa l\u2019ha fatta sommessamente Formigoni \u2013 lo storico che abbiamo conosciuto \u2013 il quale ha sottolineato che la deriva di stampo etnico dello stato israeliano \u00e8 un limite forte alla sua democraticit\u00e0.<br \/>\nQuello che vorrei si capisse, per chiudere queste note introduttive, \u00e8 che tentare di stare su questo fuoco, quello della guerra e delle relazioni internazionali, \u00e8 davvero una sfida molto difficile, che dobbiamo affrontare con grande senso dei nostri limiti.<\/p>\n<p><b>Il conflitto russo ucraino e il problema della guerra<br \/>\n<\/b>Vengo al conflitto Russia Ucraina, un tipo di conflitto che in quella forma non ci aspettavamo. Tutti abbiamo vissuto a lungo infatti pensando che la guerra non riguardasse i paesi in cui viviamo. Ora eravamo di fronte a qualcosa di nuovo. Per quanto ci si girasse attorno, si tentasse di contestualizzare, di capire le ragioni, ecc. a noi \u00e8 sembrato che questa guerra non trovasse giustificazioni accettabili. Per quanto potessimo alludere all\u2019 \u201cabbaiare della Nato\u201d, per quanto potessimo cercare di metterci nei panni di Putin e dei russi \u2013 operazione difficilissima \u2013 a tutti noi \u00e8 sembrato che non potessero esserci giustificazioni reali e che questo riproponesse il tema della guerra in termini che non potevamo esimerci dall\u2019affrontare. Quindi, per quanto poco ci\u00f2 possa contare, c\u2019\u00e8 stata in noi una scelta di campo, una identificazione con una parte. Del resto tutti coloro che abbiamo conosciuto, che andavano in Ucraina, tornavano con questa percezione e con una chiarezza su dove stavano le responsabilit\u00e0 che ci ha fatto riflettere (cfr. Sclavi, Bergamaschi, Scavo).<br \/>\nPosta questa scelta di campo, personalmente ho per\u00f2 sempre vissuto male &#8211; ma non pretendo sia condivisa da tutti questa mia idea &#8211; le interpretazioni che sono state date di questo evento, in termini di scontro tra democrazie e autocrazie. Penso ad alcuni autori italiani (Parsi, Panebianco, ecc.) e a una buona parte della pubblicistica nostrana. Non che non si possa leggere in questi termini, ma mi pare che questo tipo di lettura finisca per rendere molto problematica l\u2019azione diplomatica. Se gli avversari sono sempre riconducibili a un quadro di dispotismo assoluto (una sorta di male assoluto) cosa stiamo a discutere? Si tratta semplicemente di sconfiggerli. E poi per una ragione pi\u00f9 di sostanza, perch\u00e9 questo approccio tende a ridurre i paesi con cui interloquiamo in termini conflittuali solamente a chi li governa. \u00c8 come se tutto ci\u00f2 che possiamo dire dei russi \u00e8 che sono governati da Putin, tutto ci\u00f2 che possiamo dire dei cinesi \u00e8 che sono governati da Xi. E questo ci mette in difficolt\u00e0 a capire che cosa effettivamente succede e perch\u00e9 i capi di questi paesi sono sostenuti in qualche modo, quali interessi \u201cpopolari\u201d vi siano sotto.<\/p>\n<p><b>La difficolt\u00e0 a comprendere la natura della guerra<br \/>\n<\/b>Un altro aspetto che ha caratterizzato le nostre riflessioni, anche se su questo le opinioni tra di noi non sono probabilmente unanimi, \u00e8 una certa impressione di inadeguatezza dell\u2019elaborazione pacifista. Penso in particolare alla discussione che ho avuto personalmente con il presidente della Rosa Bianca, Fulvio De Giorgi sulla rivista \u201cAppunti di cultura e politica\u201d. Loro sono partiti dall\u2019idea dell\u2019abrogazione della guerra, mentre al contrario dal mio punto di vista si tratta di ragionare sulla permanenza della guerra, di capire come mai essa continui a persistere. Quindi l\u2019idea \u00e8 che con la guerra si debba fare i conti: dire \u201cbasta guerre\u201d non basta. Prendere le mosse allora nella riflessione dalla questione del permanere della guerra.<br \/>\nQui a mio avviso c\u2019\u00e8 un problema di incomprensione della natura della guerra. Vorrei leggervi un citazione di una persona che in genere non amo molto \u2013 Ernesto Galli della Loggia \u2013 ma che nei giorni scorsi ha pubblicato un articolo sul Corriere che dovremmo leggere. In esso Galli parla di \u201cun orientamento\u201d &#8211; che lui qualifica come \u201cassai poco in sintonia con i tempi che si annunciano\u201d e qui ha in mente il cattolicesimo e la sinistra pacifista &#8211; \u201cquello che consiste nel ritenere che la guerra non nasca dalla insopprimibile tendenza degli stati al mantenimento e alla crescita del proprio potere in tutte le sue forme, dalla tendenza alla difesa degli interessi considerati come oggettivamente vitali per la conservazione della propria identit\u00e0 geopolitica, che la guerra lungi dal nascere da ci\u00f2, come di fatti quasi sempre \u00e8, sia il frutto viceversa di una errata o cattiva disposizione dell\u2019animo di chi governa, delle sue personali convinzione, di una sua personale sete di dominio\u201d. E aggiunge: \u201cci\u00f2 che spesso, beninteso, \u00e8 anche vero &#8211; non siamo cos\u00ec ingenui da non pensare che questa sete di potere non esista- ma quasi sempre non fa altro che aggiungersi all\u2019altro fattore prima citato\u201d. E qui torniamo al discorso di prima, cio\u00e8: abbiamo a che fare con dei sistemi statuali, con dei sistemi geopolitici che hanno i loro interessi, che hanno una loro storia, una loro identit\u00e0 e la guerra nasce dall\u2019interazione tra sistemi di questa natura. Ridurre tutto a: \u201cdipende dalle aziende che producono armi che poi vogliono venderle\u201d, e all\u2019idea che c\u2019\u00e8 qualcuno cattivo che governa, mentre i popoli sarebbero innocenti e sempre contro la guerra, \u00e8 semplicistico. Sempre contro la guerra, certo, ma a favore del gasolio a basso prezzo, sempre contro la guerra, ma non facciamo troppe concessioni ai paesi emergenti perch\u00e9 ci rimettiamo noi. E via dicendo. Voglio dire.<\/p>\n<p><b>Il quadro globale in movimento<br \/>\n<\/b>Qui dovremmo anche chiederci \u2013 penso &#8211; che cosa \u00e8 cambiato a due anni dall\u2019inizio della guerra, che possa eventualmente richiedere delle rettifiche delle cose che ci siamo detti. La guerra in Ucraina dura da due anni, la situazione \u00e8 quella che \u00e8 e non sembra destinata a risolversi rapidamente. I danni umani, materiali, anche spirituali e culturali sono enormi, tanto che qualcuno si preoccupa per una Ucraina nell\u2019UE che ha definito la propria identit\u00e0 nazionale in termini di scontro con la Russia.<br \/>\nAbbiamo poi avuto il conflitto israelo palestinese iniziato in forma di guerra aperta il 7 ottobre del 2023, non \u00e8 che prima non ci fosse. Dovremmo chiederci \u2013 penso &#8211; Cosa cambia, cosa conferma rispetto a quanto avevamo maturato?<br \/>\nPenso che ci siamo tutti resi conto che a essere in movimento \u00e8 l\u2019intero quadro globale. I rischi sono incalcolabili in questo momento. Non so se anche voi siete rimasti colpiti dall\u2019ultimo articolo scritto da Edgar Morin, che peraltro non condivido in tutto e per tutto, il quale comincia con la frase: \u201cSe \u00e8 mezzanotte nel secolo\u201d \u2013 una citazione di Victor Serge del 1939 \u2013 e poi in sostanza dice: \u201cguardate, la tendenza \u00e8 chiara, ed \u00e8 alla catastrofe. Speriamo nell\u2019imprevisto\u201d. Quasi rovesciando la logica sua tradizionale per cui l\u2019imprevisto in genere era l\u2019aspetto negativo, il \u201ccigno nero\u201d che ci scombina le cose; no, l\u2019imprevisto \u00e8 l\u2019unica speranza Anche se il suo pessimismo potrebbe essere esagerato, sapendo chi \u00e8 e quanto ha vissuto, mi viene da pensare che quando uno come Morin dice cose di questo genere, vale la pena pensarci.<br \/>\nChe la questione sia da pensare in termini globali lo dice anche la News Letter inviata l\u2019altro giorno da Esprit, la rivista francese, in cui si legge: \u201cle rovine di Gaza sono anche le rovine dell\u2019ordine internazionale post 1945 e <i>della sua capacit\u00e0 di promuovere il diritto internazionale<\/i> e la sicurezza collettiva\u201d. Quelli che si occupano di diritto internazionale qualche volta tendono a pensare che il diritto sia la soluzione mentre il diritto internazionale, se ci sono delle condizioni strutturali, un certo tipo di ordine che consente di sostenerlo, poi produce \u2013 pu\u00f2 produrre &#8211; degli effetti. Ma se a essere in questione \u00e8 proprio quell\u2019ordine\u2026 Per cui il modo in cui scrive Esprit mi sembra ragionevole. Mentre pensare che sia possibile pensare un diritto internazionale a prescindere da un ordine preesistente, che anzi fonda l\u2019ordine Internazionale non mi convince.<\/p>\n<p><b>Due modi diversi di porsi di fronte al conflitto a Gaza e quello in Ucraina<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span><\/b>Nelle vicende che riguardano il conflitto in medio oriente le difficolt\u00e0 a trovare e mantenere una posizione sensata, moderata, non polarizzata sono diventate estreme. Ogni giorno, ci si trova a leggere tutto e il contrario di tutto. Un tentativo lo abbiamo fatto comunque con una nostra News Letter, qualcuno ci ha anche scritto di averla apprezzata. L\u00ec abbiamo cercato di dire: se io provo sul serio a mettermi nei panni degli israeliani, se poi provo a mettermi nei panni dei palestinesi, in qualche modo riesco a entrare in quello che tutte e due vivono, nei limiti in cui ci riesco ovviamente. Ogni giorno leggiamo cose di questo genere. Questa mattina mi \u00e8 arrivato un articolo del New York Times in cui si racconta la vita che fanno i palestinesi nella Cisgiordania occupata. Come si fa a non immedesimarsi nelle loro sofferenze? E contemporaneamente come si fa a non immedesimarsi nella situazione vissuta dagli israeliani?<br \/>\nMa nella discussione prevalente tutto viene posto in termini di aut &#8211; aut. \u00c8 come se la logica dell\u2019et &#8211; et non esistesse pi\u00f9, in particolare in Italia, e in Europa, molto pi\u00f9 che negli Stati Uniti. E quindi c\u2019\u00e8 stato questo tentativo che abbiamo chiamato di equi-vicinanza, parola che poi abbiamo scoperto non esistere in nessun vocabolario. Qui abbiamo fatto una operazione diversa da quella fatta prima sull\u2019Ucraina. Sull\u2019Ucraina non ci sono stati molti dubbi tra di noi. Anche se certo alcuni li hanno e magari pensano sia tutta colpa degli americani che hanno provocato Putin finch\u00e9 questo, poveretto, non poteva non reagire. Ma noi non abbiamo mai condivisa questa analisi, penso in particolare a tutto quanto ha scritto Graziosi, lo storico dell\u2019URSS, per demolirla.<br \/>\nSul conflitto in Medio Oriente c\u2019\u00e8 stato invece da parte nostra un tentativo diverso, quello di \u201cmettersi nei panni\u201d, perch\u00e9 possiamo comprendere le ragioni di entrambi i popoli. Poi, personalmente, devo ammettere che quando leggo i testi provenienti da quelle terre mi trovo veramente in imbarazzo \u2013 lo dico francamente \u2013 perch\u00e9 mentre trovo sul versante israeliano anche qualcuno \u2013 magari pochi &#8211; che \u00e8 capace di vedere le ragioni degli altri, \u00e8 come se tra i palestinesi questa facolt\u00e0 fosse ridotta ai minimi termini, per ragioni anche comprensibili, ma che mi preoccupano. Non riesco a trovare testi pi\u00f9 aperti. Anche i discorsi di quelli che dicono \u201cnoi riconosciamo lo stato di Israele\u201d, iniziano dicendo questo, ma finiscono con tutta una serie di implicazioni in cui lo spazio per lo stato di Israele non c\u2019\u00e8 pi\u00f9. La cosa \u00e8 veramente drammatica; l\u00ec non si sa proprio come uscirne.<\/p>\n<p><b>Il ruolo delle religioni<br \/>\n<\/b>E vengo alla questione che mi interessa di pi\u00f9 e su cui penso che dovremmo lavorare, anche promuovendo una occasione pubblica.<br \/>\nIn tutte queste vicende, e anche in altre, \u00e8 sempre pi\u00f9 evidente il ruolo importante che ha il fattore religioso. Questo interagisce con i processi di costruzione delle identit\u00e0 nazionali ed etniche, diventa un marcatore di queste identit\u00e0, molto rilevante. Qui la prendo alla larga, a iniziare dal fondamentalismo evangelical che ha giustificato l\u2019azione di G. Bush J. in Iraq, per non andare pi\u00f9 indietro. Ma senza dimenticare che il primo fondamentalismo, quello pi\u00f9 radicale, nasce l\u00ec, negli Usa, molto tempo prima, diventa politicamente rilevante da un certo punto in poi. Giustifica interventi di quel genere, oggi giustifica l\u2019azione di Israele come azione che anticipa l\u2019avvento del Messia, cosa condivisa da alcuni anche in Israele. L\u00ec c\u2019\u00e8 un dibattito teologico tra chi dice che non si pu\u00f2 e non si deve accelerare l\u2019avvento del Messia, perch\u00e9 ci\u00f2 sarebbe blasfemo mentre altri pensano che sia possibile e si debba accelerare la sua venuta e che questo implichi la ricostituzione di Israele come territorio sacro in senso biblico. Anche in America c\u2019\u00e8 gente cristiana evangelical che vede questa azione come qualcosa che annuncia il ritorno del Salvatore.<br \/>\nIn sintesi, partendo dal fondamentalismo evangelical, passando per Kirill e un certo tipo di ortodossia fino al sionismo messianico dei coloni e all\u2019islamismo di Hamas, che nel suo documento fondativo sostiene quella terra essergli stata data da Dio&#8230; le religioni stanno dando un contributo fondamentale alle guerre.<br \/>\nSu questo vorrei che provassimo a ragionare. A me sembra che le religioni siano diventate, loro stesse, un campo di battaglia, altro che le religioni per la pace; no le religioni sono uno dei campi della battaglia, tra posizioni che fomentano la guerra e posizioni moderate che cercano di costruire la pace attraverso il dialogo interreligioso e altre vie. Pensiamo quanto importante fu il documento di Abu Dhabi e prima ancora i tentativi di pregare insieme per la pace fatti da Giovanni Paolo II. Pensiamo invece alla situazione in cui siamo oggi, in cui queste posizioni dialoganti sono assolutamente deboli, davvero deboli.<br \/>\nLa diplomazia vaticana non sta ottenendo risultati, mi sembra evidente. Mi sono chiesto in questi giorni: ma perch\u00e9 il Papa non ha proposto una grande iniziativa interreligiosa come quella di Assisi a suo tempo? Tendo a pensare che l\u2019idea sia stata presa in considerazione, ma si sia concluso che non c\u2019erano le condizioni per farlo. E allora penso sia evidente la debolezza delle componenti delle religioni che hanno cercato in questi anni di costruire la pace.<br \/>\nMentre abbiamo dall\u2019altra parte una forza dei fondamentalismi che cercano di fomentare la guerra, non semplicemente si adattano al fatto che, essendoci una guerra, si \u00e8 costretti a interagire con essa dando sostegno a una parte o all\u2019altra; no, la promuovono attivamente. E con il rischio che le prime, cio\u00e8 le componenti per la pace, vengano trascinate a loro volta dentro il conflitto. In Ucraina non si pu\u00f2 pensare che le chiese ortodosse ucraine o la chiesa cattolica ucraina non sostengano la lotta di difesa del loro popolo, come del resto dicono esplicitamente, fino al punto di trovarsi in tensione con Roma. L\u00ec non c\u2019\u00e8 stata fin dall\u2019inizio un\u2019azione delle religioni a favore del conflitto, ma \u00e8 un subire una situazione e dovere a un certo punto dire: ma noi cosa facciamo, i nostri soldati li benediciamo oppure no? o li mandiamo allo sfracello senza nemmeno il conforto di una benedizione? Si ritorna cio\u00e8 a discorsi che consideravamo blasfemi.<\/p>\n<p><b>Ci sono anche questioni teologiche<br \/>\n<\/b>A mio avviso qui ci sono anche dei problemi teologici. Il primo \u00e8: come rielaborare il permanere della guerra. Paolo VI il 4 ottobre 1965 all\u2019ONU disse: \u201cMai pi\u00f9 la guerra\u201d. Sono passati 60 anni e siamo coperti di guerre. Vogliamo provare a chiederci cosa ci dice questa semplice e tremenda realt\u00e0?<br \/>\nLa riflessione invece \u00e8 andata avanti in direzioni opposte. Senza considerare questa permanenza e immaginando sempre pi\u00f9 spesso che il problema fosse risolvibile d\u2019ambl\u00e8, una volta per tutte. Tempo fa Menozzi, lo storico, in un suo saggio in cui analizzava l\u2019evoluzione della teologia della pace diceva: \u201csi va sempre pi\u00f9 chiaramente \u2013 e si vedeva che lui apprezzava questa tendenza \u2013 verso una teologia che nega la possibilit\u00e0 della guerra\u201d. Menozzi adesso per\u00f2 scrive su Esodo che si \u00e8 dovuti ritornare alla teologia della guerra di difesa, che \u00e8 poi quella che il nostro amico Carlo Bolpin in una lettera che ci ha inviato critica, dicendo abbiamo accettato tutto. Ma cosa vuol dire non accettare la possibilit\u00e0 di una guerra di difesa, di resistenza? Vuol dire che chi combatte per la difesa del proprio paese e della propria gente non ha nemmeno riconosciuta la dignit\u00e0 di quello che fa, in tutto il suo carattere tragico? Non significherebbe infine togliere proprio all\u2019aggredito, al debole, la legittimit\u00e0 di ci\u00f2 che fa per difendersi? Non significherebbe lasciare campo libero all\u2019aggressore e al forte?<br \/>\nTorniamo qui, come nella discussione sul fine vita, sulla posizione per cui la vita biologica viene prima di tutto e rappresenta l\u2019unico valore, la dignit\u00e0 della vita non \u00e8 nemmeno un altro valore su cui discutere, no, non conta nulla. A me ha sorpreso il fatto che Severino Dianich, persona che tutti stimiamo, in un intervento sul Fatto Quotidiano dica: \u201cla condanna della guerra, pur con alcune oscillazioni a proposito della guerra di difesa, \u00e8 cosa costante e ben nota fin da Benedetto XV che all\u2019inizio del 900 defin\u00ec la guerra una inutile strage. <i>Tendenzialmente la fede cristiana pone la persona e la sua vita al di sopra anche di alcuni pur rispettabili valori civici come la patria e l\u2019indipendenza della nazione<\/i>\u201d. La vita, la nuda vita, cio\u00e8 diventa il valore assoluto. Forse ricorderete che in una delle nostre News Letter abbiamo riportato il dibattito tra Habermas e un importante filosofo del diritto tedesco che affrontavano proprio queste questioni e l\u00ec la tensione tra difesa della vita in senso biologico e difesa della dignit\u00e0 della vita in senso politico culturale, identitario, era evidente. Mentre qui la tensione tra i due poli viene risolta con, a mio avviso, il caos teologico che ne consegue. Avrete letto immagino l\u2019intervista al presidente di pax Christi sul Fatto Quotidiano. In essa costui dice: \u201cIo non ho problemi a parlare di genocidio\u201d. Lui cio\u00e8 ha gi\u00e0 deciso quella che sar\u00e0 la sentenza della corte dell\u2019Aja e lo ha deciso nella situazione che c\u2019\u00e8, con le difficolt\u00e0 di rapporto tra Vaticano e Israele che vediamo, lui ha gi\u00e0 deciso che si tratta di \u201cgenocidio\u201d e poi, non contento, aggiunge che \u00e8 molto peggio di quello che facevano i tedeschi perch\u00e9 questi facevano 10 a uno, mentre qui siamo gi\u00e0 a 20 a uno.<br \/>\nQui la questione \u00e8 se si possa ragionare in termini gi\u00e0 direttamente \u2013 nell\u2019oggi &#8211; di abolizione della guerra o piuttosto di regolamentazione e, dato il caos globale che si profila, di una sua delimitazione-contenimento. Nel senso che qualsiasi strategia di altro genere, come di quelli che dicono facciamo qualcosa per creare le condizioni per la pace, facciamo delle comunit\u00e0 pi\u00f9 solidali, cerchiamo di migliorare i rapporti tra di noi, ecc. tutte queste azioni hanno tempi che, nella migliore dell\u2019ipotesi, sono di lunghissimo periodo. Mentre qui, nel giro di pochi anni, il mondo rischia di andare a catafascio, nel giro di poco tempo. Non \u00e8 che qui abbiamo 100 anni per fondare uno spirito di pace, una educazione alla pace, una cultura della pace\u2026 Tutte cose giuste e molto apprezzabili ma che hanno tempi completamente diversi dai tempi storici. \u00c8 questo \u2013mi pare &#8211; il punto debole di tanti discorsi.<br \/>\nA me sembra fondamentale questa idea, che siano le religioni stesse il luogo del conflitto, che non si tratta di qualcosa che le religioni guardano come se fosse fuori di loro, alludendo a qualcosa che riguarda altri: \u201cnoi siamo per la pace e ora diciamo come si fa a farla\u201d. E che quindi sia da fare i conti con il permanere nelle religioni di idee contrapposte su ci\u00f2 che Dio \u00e8 e vuole. Perch\u00e9 c\u2019\u00e8 ancora in giro un Dio della pace e un Dio della guerra e il Dio della guerra sta vincendo. Se si prova infatti a fare un bilancio tra azioni per la pace e azioni per la guerra, condotte dalle religioni, i conti non tornano e il bilancio appare in passivo. C\u2019\u00e8 quindi un problema proprio interno qui. Possiamo lasciare andare come se nulla fosse, senza affrontarlo?<br \/>\nL\u2019ultima domando che mi farei, che ogni tanto mi faccio, \u00e8: cosa fanno le nostre chiese. Per quanto ne so, a parte esperienze particolari come quella di Treviso, di \u201cBilanci di pace\u201d, nessuno parla di queste cose, non ci sono attivit\u00e0, n\u00e9 iniziative, momenti di formazione e di riflessione. Un esempio: giorni fa vengo chiamato a parlare da dei preti che vogliono sentire una analisi sulle chiese del Nord Est. Reagisco dicendo che non ho alcun interesse ad andare a parlare di questo tema. Se volete vengo a parlare della situazione internazionale, vi parlo di dove stiamo andando \u2013 dico &#8211; perch\u00e9 tutto il resto \u00e8 assolutamente secondario. Ecco, non ci sono richieste di questo genere. Per delimitare, non \u00e8 solo un problema delle nostre chiese. Non \u00e8 che le sezioni di partito si riuniscono per parlare di queste cose, non c\u2019\u00e8 nessuna attivit\u00e0, di nessun genere.<br \/>\nQueste in sostanza le idee che avevo in mente di proporre per aprire la discussione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Introduzione all&#8217;incontro dei promotori del 3 febbraio 2024 \u00a0[testo trascritto dalla registrazione] Finalit\u00e0 dell\u2019incontro Come possiamo constatare ogni giorno, aprendo la radio o leggendo il giornale, l&#8217;anno appena iniziato non si presenta sotto i migliori auspici. 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