{"id":2781,"date":"2024-07-18T16:55:51","date_gmt":"2024-07-18T14:55:51","guid":{"rendered":"http:\/\/www.forumdilimena.com\/?p=2781"},"modified":"2024-07-18T16:55:51","modified_gmt":"2024-07-18T14:55:51","slug":"guerra-dignita-delluomo-e-giustificazione-di-ragione-o-di-fede-una-elaborazione-teologica-parziale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.forumdilimena.com\/?p=2781","title":{"rendered":"Guerra, dignit\u00e0 dell\u2019uomo e giustificazione di ragione o di fede: una elaborazione teologica parziale"},"content":{"rendered":"<p><i>Per le medesime ragioni non peccano neppure coloro che,<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span><\/i><i>durante una guerra giusta, non mossi da cupidigia o da crudelt\u00e0,<br \/>\n<\/i><i>ma solamente dall&#8217;amore del pubblico bene, tolgono la vita ai nemici.<br \/>\n<\/i><b>Catechismus Romanus ad parochos <\/b>(1566)<b>, <\/b>n. 328<\/p>\n<p>Grazie per questa occasione di confronto. Credo che sia un merito obiettivo del \u201cForum di Limena\u201d il fatto di aver aperto un dibattito prezioso, su un tema che affrontiamo spesso con strumenti troppo rozzi; le cose che ho sentito dire stamattina, sia da Enzo Pace sia da Stella Morra, confermano quello che ho cercato di porre come idee di base del mio discorso, ma che vorrei ora precisare, proprio alla luce di quanto ho appena ascoltato.<br \/>\nLo schema di riflessione proposto da Enzo Pace dimostra che il rapporto guerra-religione ha come terzo ambito quello politico, che fa da mediazione. La tradizione cristiana e i grandi teologi Agostino e Tommaso, nel momento in cui devono giustificare parzialmente il peccato, si rifanno a questo e dicono: della guerra decidono i politici, noi mettiamo in chiaro alcuni riferimenti. Questo \u201crimando\u201d \u00e8 classico: la pretesa di sostituirlo con altro, con una \u201cvisione diretta\u201d \u00e8 forse una illusione e ogni chiesa ha in s\u00e9 le potenzialit\u00e0 per \u201cimporre\u201d una soluzione univoca, sulla base di una \u201clettura profetica\u201d che pu\u00f2 sempre essere, allo stesso tempo, lucidit\u00e0 o oscurantismo, luce o tenebra.<br \/>\nQuesto modo di ragionare classico \u00e8 ancora il nostro ed \u00e8 quello che secondo Stella Morra oggi dovrebbe cambiare. Cio\u00e8 il modo di affrontare la questione non pu\u00f2 pi\u00f9 essere riducibile alla domanda se l\u2019omicidio sia un vizio della giustizia e la guerra un vizio della carit\u00e0. Questo modo di ragionare non basta pi\u00f9 e costituisce quel superamento del punto di vista classico su cui oggi abbiamo da lavorare, senza confondere la profezia con il fondamentalismo.<br \/>\nA questo aggiungerei, e qui sottolineo ancora quanto ha detto Stella Morra, l\u2019importanza di passare dal privato-pubblico al \u201cnoi\u201d. Perch\u00e9 questo punto \u00e8 la novit\u00e0 dell\u2019ultimo secolo: non \u00e8 solo la novit\u00e0 ecclesiale, \u00e8 la novit\u00e0 civile, \u00e8 la novit\u00e0 culturale. La insufficienza delle categorie \u201csecche\u201d di opposizione tra pubblico e privato e la riscoperta di una esperienza \u201ccomunitaria\u201d che potrebbe gestire diversamente i conflitti. Senza dimenticare che le categorie con cui abbiamo \u201cpolarizzato\u201d nella alternativa tra pubblico e privato la nostra esperienza (anche quella bellica) sono il frutto di una \u201cinsofferenza\u201d verso le figure classiche di vissuto comunitario, inteso come legame oppressivo e eterodeterminante. Ivi compreso quello che porta alla guerra con la retorica sul dovere di \u201cdifendere la patria\u201d.<\/p>\n<p><i>1. Una premessa sugli umani e le \u201ccircostanze\u201d<br \/>\n<\/i>Di questo parler\u00f2 meglio pi\u00f9 avanti, ma voglio anticiparne qui uno spunto per farmi capire, attraverso un esempio: abbiamo un ultimo documento, per certi versi molto interessante, della Congregazione della dottrina della fede (oggi Dicastero per la dottrina della fede) che si chiama <b><i>Dignitas infinita<\/i><\/b>. (Dicastero per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Dignitas infinita circa la dignit\u00e0 umana, si pu\u00f2 leggere al link: https:\/\/www.vatican.va\/roman_curia\/congregations\/cfaith\/documents\/rc_ddf_doc_20240402_dignitas-infinita_it.html, accesso 30 maggio 2024).<br \/>\nIn questo documento, con tante cose belle, continua un vizio tipico della chiesa tridentina. Una chiesa condannata a restare tridentina (il che non \u00e8 affatto un destino di diritto divino) ragiona ancora in termini di privato-pubblico e deve sempre riaffermare che <i>una cosa che viene detto ora in realt\u00e0 \u00e8 stata detta da sempre<\/i>. Quando, nel paragrafo 3 del documento, si sostiene che \u201c<i>la chiesa da sempre afferma la dignit\u00e0 infinita dell\u2019uomo e della donna<\/i>\u201d, se si legge la nota a fondo pagina, corrispondente a tale affermazione, si scopre che il documento pi\u00f9 recente ad essere citato \u00e8 di papa Leone XIII, nel 1891. Il fatto rimosso, e letteralmente nascosto dal documento, \u00e8 che quel tema della \u201cdignit\u00e0 infinita di ogni essere umano\u201d comincia a porsi per la cultura universale solo a fine \u2018700, la chiesa lo recepisce in ritardo solo un secolo dopo, dalla fine\u00a0 del 1800, e solo da allora anche il magistero cattolico comincia a parlare il linguaggio della fratellanza sul piano politico, aprendosi poi anche alle logiche della libert\u00e0 e della eguaglianza. In questo senso \u2013 e vedremo nel percorso che vi propongo \u2013 abbiamo fatto dei progressi dalla fine dell\u2019Ottocento ad oggi, nel far uscire il tema guerra dalla marginalit\u00e0, che sostanzialmente lo rimandava alla pura valutazione politica, alla quale la Chiesa suggeriva semplicemente criteri etici di valutazione della guerra.<br \/>\nDa fine \u2018800 e soprattutto a partire dalla Prima Guerra Mondiale, il tema \u201cguerra\u201d diventa un tema decisivo, che la struttura ecclesiale per\u00f2 continua a gestire come un tema marginale: questo \u00e8 il punto problematico e di questo voglio parlarvi e voglio farlo in un modo differente rispetto a come lo ha fatto Enzo Pace e anche da come lo ha fatto Stella Morra. Assumo il tema mettendo in questione in che modo esso interroga il mio rapporto di teologo con la mia tradizione cattolica.<br \/>\nCi troviamo di fronte ad una alternativa: da un lato dobbiamo forse rivedere la dottrina sulla guerra? Questa \u00e8 una possibilit\u00e0, ma dall\u2019altro dobbiamo farci la domanda di quale sia il rapporto, rispetto al fenomeno \u2018guerra\u2019, delle nostre idee razionali e delle nostre idee di fede.<br \/>\nUn dato che accomuna tutta la tradizione storica \u00e8 il fatto che sul tema \u2018guerra\u2019 si deve ragionare con la ragione e con la fede insieme, in un rapporto che classicamente \u00e8 stato pensato in un certa figura e modalit\u00e0 e che oggi bisogna affrontare con strumenti diversi.<br \/>\nCome \u00e8 stato messo bene in luce dalla relazione di Enzo Pace di questa mattina, uno degli elementi decisivi, nella sua assoluta novit\u00e0, \u00e8 costituito dal fatto che <i>il punto di vista credente oggi tende a due opposti: da un lato ad un pacifismo senza mediazione e dall\u2019altro ad un bellicismo altrettanto assoluto<\/i>.<br \/>\nIl primo polo della questione \u00e8 la tendenza a pensare il cattolicesimo come un contributo strutturale alla pace, in modo immediato. Questo ha avuto il suo spazio teorico e pratico, in quello stesso ambito da parte mia, a suo tempo, ho fatto l\u2019obiettore di coscienza, al posto del servizio militare, come un ambito di scelta per cui l\u2019essere cattolico mi ha portato, pur essendo figlio di un poliziotto che usava le armi, a fare la scelta di non usarle, di essere contro questa pratica e questa formazione.<br \/>\nMa <i>il fatto nuovo \u00e8 che oggi argomentazioni cristiane (meno cattoliche che di altre confessioni, ma anche interne al cattolicesimo) sostengono apertamente la guerra, in modo deciso e netto<\/i>: come \u00e8 stato possibile che la storia di pi\u00f9 di 100 anni, segnata da due conflitti mondiali, non sia riuscita ad impedire che le chiese cristiane possano dichiararsi apertamente a favore di un conflitto armato, in cui sono \u201cnumerosissimi civili\u201d ad essere coinvolti, travolti e uccisi?<br \/>\nPer esaminare la questione vorrei partire dall\u2019ultimo documento che interviene sul tema, e che lo fa dal punto di vista cattolico. Ci sono due numeri che <b><i>Dignitas infinita<\/i><\/b> dedica alla guerra: sono i numeri 38 e 39, che offrono la fotografia del tema, proponendone un esame su tre piani:\u00a0 una dottrina classica, una dottrina nuova dell\u2019ultimo secolo e un elemento imbarazzante degli ultimi anni. Prima di citare il testo, desidero per\u00f2 precisare che questa esposizione si colloca all\u2019interno di un documento che fa del \u201criconoscimento della dignit\u00e0 infinita di ogni uomo e ogni donna, al di l\u00e0 delle circostanze\u201d, un principio di evidenza razionale, cui le fedi dovrebbero aggiungere la forza della propria tradizione credente. Questo va chiarito perch\u00e9 il procedimento argomentativo del documento nel suo insieme trova proprio a questo livello una sua debolezza argomentativa, che viene rispecchiata nella trattazione del tema specifico della guerra.<br \/>\nEcco i due numeri nel loro testo integrale (i testi in grassetto sono mie sottolineature):<br \/>\n<i>\u201c38. Un\u2019altra tragedia che <\/i><b><i>nega la dignit\u00e0 umana \u00e8 la guerra<\/i><\/b><i>, oggi come in ogni tempo: \u00abguerre, attentati, persecuzioni per motivi razziali e religiosi, e tanti soprusi contro la dignit\u00e0 umana [\u2026] vanno \u201cmoltiplicandosi dolorosamente in molte regioni del mondo tanto da assumere le fattezze di quella che si potrebbe chiamare \u201cuna terza guerra mondiale a pezzi\u201d. Con la sua scia di distruzione e dolore, <\/i><b><i>la guerra attacca la dignit\u00e0 umana <\/i><\/b><i>a breve e a lungo termine: <\/i><b><i>\u00abpur riaffermando il diritto inalienabile alla legittima difesa, nonch\u00e9 la responsabilit\u00e0 di proteggere coloro la cui esistenza \u00e8 minacciata, dobbiamo ammettere che la guerra \u00e8 sempre una \u201csconfitta dell\u2019umanit\u00e0\u201d.<\/i><\/b><i> Nessuna guerra vale le lacrime di una madre che ha visto suo figlio mutilato o morto; nessuna guerra vale la perdita della vita, fosse anche di una sola persona umana, essere sacro, creato a immagine e somiglianza del creatore; nessuna guerra vale l\u2019avvelenamento della nostra Casa Comune; e nessuna guerra vale la disperazione di quanti sono costretti a lasciare la loro patria e vengono privati, da un momento all\u2019altro, della loro casa e di tutti i legami familiari, amicali, sociali e culturali che sono stati costruiti, a volte attraverso generazioni\u00bb. <\/i><b><i>Tutte le guerre, per il solo fatto di contraddire la dignit\u00e0 umana, sono \u00abconflitti che non risolveranno i problemi, ma li aumenteranno\u00bb. Questo risulta ancora pi\u00f9 grave nel nostro tempo, quando \u00e8 diventato normale che, al di fuori del campo di battaglia, muoiano tanti civili innocenti.<br \/>\n<\/i><\/b><i>39. Di conseguenza, anche oggi la Chiesa non pu\u00f2 che fare sue le parole dei Pontefici, ripetendo con san Paolo VI: \u00abjamais plus la guerre, jamais plus la guerre!\u00bb,\u00a0e chiedendo, insieme a san Giovanni Paolo II, \u00aba tutti nel nome di Dio e nel nome dell\u2019uomo: Non uccidete! Non preparate agli uomini distruzioni e sterminio! Pensate ai vostri fratelli che soffrono fame e miseria! Rispettate la dignit\u00e0 e la libert\u00e0 di ciascuno!\u00bb. Proprio nel nostro tempo questo \u00e8 il grido della Chiesa e di tutta l\u2019umanit\u00e0. Papa Francesco sottolinea, infine, che<\/i><b><i> \u00abnon possiamo pi\u00f9 pensare alla guerra come soluzione. Davanti a tale realt\u00e0, oggi \u00e8 molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile \u201cguerra giusta\u201d. Mai pi\u00f9 la guerra!\u00bb<\/i><\/b><i>.\u00a0Poich\u00e9 l\u2019umanit\u00e0 ricade spesso negli stessi errori del passato, \u00abper costruire la pace \u00e8 necessario uscire dalla logica della legittimit\u00e0 della guerra\u00bb.\u00a0<\/i><b><i>L\u2019intima relazione che esiste tra fede e dignit\u00e0 umana rende contradittorio che la guerra sia fondata su convinzioni religiose: \u00abcoloro che invocano il nome di Dio per giustificare il terrorismo, la violenza e la guerra non seguono la via di Dio: la guerra in nome della religione \u00e8 una guerra contro la religione stessa\u00bb.<\/i><\/b><\/p>\n<p><i>2. Un primo esame del testo pi\u00f9 recente \u201cde bello\u201d nel magistero cattolico<br \/>\n<\/i>Si deve osservare che il n. 38 \u00e8 costruito in forma altamente dialettica: esso nega la dignit\u00e0 umana nella guerra, per\u00f2 subito dopo dice:<br \/>\n\u00ab<b>pur riaffermando il diritto inalienabile alla legittima difesa, nonch\u00e9 la responsabilit\u00e0 di proteggere coloro la cui esistenza \u00e8 minacciata<\/b>, dobbiamo ammettere che la guerra \u00e8 sempre una \u201csconfitta dell\u2019umanit\u00e0\u201d<b><i>\u00bb<\/i><\/b>.<br \/>\nQui si dicono due cose in grandissima tensione: se all\u2019inizio la guerra \u00e8 chiaramente identificata come \u201cattentato alla dignit\u00e0\u201d\u00a0 la parte centrale della frase formula ancora la dottrina classica sulla guerra, ripetuta tale e quale. Abbiamo allora, contemporaneamente, il discorso nuovo e il discorso tradizionale, giustapposti senza mediazione.<br \/>\nC\u2019\u00e8 per\u00f2 una sporgenza nuova del tema, che appare solo nel n\u00b0 39, dove ribaltando il ragionamento, si dice:<br \/>\n\u00ab<b>non possiamo pi\u00f9 pensare alla guerra come soluzione<\/b>. Davanti a tale realt\u00e0, <b>oggi \u00e8 molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile \u201cguerra giusta\u201d<i>\u00bb<\/i><\/b>.<br \/>\nQuindi nel n\u00b039 si prende in qualche modo le distanze dal n\u00b038, come \u00e8 diventato piuttosto frequente in alcuni documenti recenti del magistero: prima si dice una cosa e poi si dice anche il suo contrario, senza chiarire in che modo si debbano gestire le circostanze concrete. Una evidenza \u201cal di l\u00e0 delle circostanze\u201d diventa incapace di gestire le circostanze.<br \/>\nMa l\u2019ultima parte del testo citato \u00e8 ancora pi\u00f9 interessante, perch\u00e9 fa emergere del tutto un dato preoccupante che si manifesta negli sviluppi pi\u00f9 recenti. L\u2019intima correlazione che esiste tra fede e dignit\u00e0 umana \u2013 che la tradizione ha prefigurato, ma che ha raggiunto una evidenza pubblica solo negli ultimi due secoli \u2013 rende contradittorio che la guerra sia fondata su convinzioni religiose:<br \/>\n<i>\u00abcoloro che <\/i><b><i>invocano il nome di Dio per giustificare il terrorismo, la violenza e la guerra<\/i><\/b><i> non seguono la via di Dio: <\/i><b>la guerra in nome della religione \u00e8 una guerra contro la religione stessa<i>\u00bb<\/i><\/b><i>.<br \/>\n<\/i>Questo \u00e8 l\u2019aspetto nuovo che risponde a temi e toni che sono di tutta la storia dell\u2019uomo, ma che nell\u2019ambito della nostra esperienza europea emergono con nuova ed inaspettata forza, anche all\u2019interno della tradizione cristiana. Vorrei far emergere da queste righe magisteriali, con tutta la loro complessa tensione, tre questioni, di cui la teologia deve assumere responsabilmente il compito di discutere:<br \/>\na) <b><i>la guerra come tema di ragione<\/i><\/b>: la riflessione razionale \u00e8 del tutto necessaria e non risolvibile sul piano della sola fede. Bisogna usare la ragione per riflettere a fondo sul tema e per smascherare i giudizi segreti con cui una ragione \u201cvecchia\u201d e \u201cingenua\u201d pensa di offrire chiarimenti, quando invece oscura le menti con argomenti vuoti o pieni di errori. Sarebbe sufficiente osservare come i ragionamenti che oppongono \u201cintenzioni\u201d e \u201ceffetti collaterali\u201d, conflitto nucleare e convenzionale, proporzionalit\u00e0 e legittimo uso della forza, dimentichino la sproporzione della potenza di un solo missile rispetto alla implicazione delle vite innocenti di uomini, donne, vecchi e bambini, del tutto estranei al conflitto. La ragione qui ha un compito di vigilanza, senza la quale le parole diventano soltanto \u201cspecchi di interessi inconfessabili\u201d.<br \/>\nb) <b><i>la guerra come tema di fede e religione<\/i><\/b>, nel senso di una profezia o escatologia che mostra il limite intrinseco alla logica razionale che vuole giustificare la violenza istituzionale. La ragione, da sola, non permette un giudizio equilibrato:\u00a0 pu\u00f2 arrendersi alla cieca violenza del conflitto o, al massimo, pu\u00f2 limitarsi a gestire i profili formali dello \u201cius ad bellum\u201d o anche dello \u201cius in bello\u201d. Il fatto che in una guerra si sia accusati di \u201ccrimini contro l\u2019umanit\u00e0\u201d (o di \u201cgenocidio\u201d) \u00e8 un volto di questa impotenza razionale, di fronte alla quale le risorse della fede, se non oscurate dalla ideologia, possono creare lo spazio per un \u201csussulto argomentativo\u201d, altrimenti impossibile. Le fedi e le religioni possono circoscrivere la riduzione della guerra a \u201cstrumento\u201d, che \u00e8 sempre una tentazione razionale. Una pi\u00f9 radicale \u201ccomunione\u201d pu\u00f2 smascherare la dimensione di rimozione dei soggetti viventi, che la ragione pu\u00f2 sempre giustificare.<br \/>\nc) <b><i>la guerra e il supporto religioso-credente alla sua giustificazione<\/i><\/b>: questo tema \u00e8 specifico degli sviluppi non solo antichi, medievali e moderni ma anche postmoderni. Potremmo dire cos\u00ec: almeno per la tradizione cristiana, <i>la elaborazione sofferta delle esperienza dei due conflitti mondiali sembrava aver assicurato che, senza la illusione di scongiurare la guerra come fatto, si potesse essere giunti alla comune ammissione di una differenza assoluta tra guerra e volont\u00e0 di Dio<\/i>. \u00c8 diventata una urgenza anche intra-cristiana degli ultimi anni la esigenza di ritrovare, su un livello di superiore compito ecumenico, la comune volont\u00e0 di lavorare perch\u00e9 le armi cessino di fare fuoco. Anche su questo livello elementare, n\u00e9 a livello interreligioso, n\u00e9 a livello interconfessionale, ma nemmeno a livello della medesima appartenenza tradizionale \u00e8 possibile uscire da \u201cscomuniche\u201d (intra-ortodosse oltre che intra-cristiane) che alimentano lo scontro nazionalistico, senza una adeguata sorveglianza ecclesiale sulle categorie, sui linguaggi e sui toni. Un uso irresponsabile della parola si segnala come deriva di chiese che si fondano sulla \u201cParola fatta carne\u201d. Si torna, per certi versi, a sostenere la\u00a0 indegnit\u00e0 del \u201cnemico\u201d, a partire dalla sua identit\u00e0 etnica, dal suo comportamento morale, dalle sue alleanze politiche. Un \u201caltro cristiano\u201d, riconosciuto come traditore e peccatore, perde la dignit\u00e0 e pu\u00f2 addirittura essere ucciso \u201cper il suo bene\u201d. Questa eredit\u00e0 del pensiero classico, sviluppata anche dal cattolicesimo premoderno, non \u00e8 stata oggetto di adeguata autocritica e perci\u00f2 contamina il linguaggio ecclesiale, fuori e dentro il cattolicesimo, offrendo \u201cragioni ecclesiali\u201d alla violenza di Stato.<\/p>\n<p><i>3. Che cosa manca in questo schema tripartito?<br \/>\n<\/i>Alla domanda sulle carenze di questo \u201cschema\u201d, si deve rispondere che ad esso manca, parlando in modo simile anche se con parole diverse da quelle usate da Stella Morra, <i>la correlazione d\u2019impianto che \u00e8 delicatissima ma che \u00e8 decisiva<\/i>. S. Morra, ragionando a fondo sulla medesima questione, ha parlato appunto di stato nascente, stato istituente e stato costituente. Io dico che il modo di comprendere il fenomeno ha bisogno di attingere a livelli di consapevolezza e di tematizzazione razionale nuovi. E su questi punti, appunto, la tradizione non \u00e8 muta, ci dice cose molto importanti. Per esempio <i>la scelta che ha fatto una larga tradizione di eliminare la guerra dall\u2019ambito dove penseremmo di trovarla, cio\u00e8 nel suo riferimento alla giustizia,\u00a0 collocandola nell\u2019ambito del peccato contro la carit\u00e0. La guerra \u00e8 definita peccato e questa \u00e8 una grande tradizione di cui essere gelosi: talvolta appunto noi capovolgiamo il discorso e la mettiamo quasi tra le virt\u00f9! No la migliore tradizione ce la peccato come peccato, nel quale scopre storicamente alcune cause di esclusione<\/i>.<br \/>\nIl fatto di uscire da queste logiche, classiche, e che restano anche preziose, comporta un percorso che ha bisogno di autocritica ed \u00e8 su questo punto che dobbiamo confessare una certa delusione di fronte all\u2019ultimo documento: mentre <b><i>Amoris laetitia <\/i><\/b>all\u2019inizio del suo testo dice \u201c<i>per entrare nella nuova logica, dobbiamo smontare gli argomenti classici<\/i>\u201d, e lo fa proprio nei suoi primi numeri, in <b><i>Dignitas infinita<\/i><\/b> si dice \u201clo abbiamo sempre detto\u201d\u2026 ma questo \u00e8 semplicemente falso, e contribuisce a confondere le idee, non a chiarirle. Avremmo bisogno di nuove categorie, ma purtroppo il documento non le introduce, limitandosi a giustapporre tre diverse logiche: la giustificazione della guerra, la ingiustificabilit\u00e0 della guerra e la gravissima santificazione della guerra. Questo procedimento impedisce una elaborazione efficace della questione.<\/p>\n<p><i>4. Excursus: la difesa non sempre \u00e8 legittima<br \/>\n<\/i>Vorrei ora invitarvi a ragionare su un uso corretto delle categorie classiche. Gi\u00e0 solo questo intento, oggi, ci servirebbe per vagliare criticamente le cose che si sentono dire, nel \u201cmare magno\u201d delle prese di parola incontrollabili da cui siamo quotidianamente circondati. Vi ricordate\u00a0 che di recente, per una questione riguardante l\u2019omicidio, da parte di un politico che parla spesso solo per slogan, \u00e8 stata usata l\u2019espressione: \u201cla difesa \u00e8 sempre legittima\u201d. Questo assunto \u00e8 talmente falso che solo un uomo privo di responsabilit\u00e0, che vuol godere del favore di tutti i violenti e di tutti gli imbecilli (spesso sono le spesse persone) pu\u00f2 averla pronunciata a cuor leggero. Se la difesa fosse \u201csempre legittima\u201d, l\u2019ordine sociale sarebbe impossibile: la ragione degli uomini, sulla base di una esperienza secolare, ha stabilito accuratamente che la legittima difesa a livello individuale (e la guerra di difesa, per analogia), devono essere considerate nel contesto proprio, perch\u00e9 non ogni difesa \u00e8 legittima, come non lo \u00e8 ogni guerra. I criteri di considerazione della difesa fanno parte della sapienza umana, per quanto riguarda la difesa individuale e lo stesso vale per quanto riguarda la guerra, tenendo per\u00f2 conto di come i due fenomeni (un singolo che si difende e una nazione che si difende) siano profondamente diversi. La \u201clegittimit\u00e0 della autodifesa violenta\u201d \u00e8 sempre una eventualit\u00e0 residuale, che deve sempre essere provata. Per questo la difesa violenta non \u00e8 legittima \u201csempre\u201d, ma solo \u201csecondo le circostanze\u201d. Una difesa \u201cal di l\u00e0 delle circostanze\u201d \u00e8 principio di dissoluzione di ogni ordine sociale, anche se compiace immediatamente la \u201cdomanda di giustizia\u201d del singolo cittadino.<br \/>\nPrima Enzo Pace diceva \u201cnoi oggi possiamo avere il caso, che stiamo vivendo, di guerre convenzionali in tempi nucleari\u201d. La cosiddetta guerra convenzionale si legittima per non essere nucleare? Eppure reca gli stessi danni. Avete vista Gaza che cos\u2019\u00e8 diventata, non sembra sia esplosa una bomba nucleare? Quattro missili della potenza di cui oggi possono essere dotati, senza alcun\u00a0 ricorso al nucleare, sterminano la popolazione, contringono tutti alla fuga, desertificano la vita di generazioni\u2026allora attenzione a non cadere nel modo di dire (semplicistico e falso): \u201cno, quello \u00e8 un limite, non lo varchiamo\u201d. Non c\u2019\u00e8 bisogno di varcarlo, noi arrechiamo lo stesso danno che fa una bomba nucleare, pur escludendo tutti i tragici effetti collaterali del nucleare, con l\u2019uso delle armi convenzionali. Quindi da questo punto di vista, il linguaggio \u00e8 viziato: ha dentro l\u2019ipocrisia di rimozione delle espressioni come \u201cbombardamenti chirurgici\u201d o delle \u201cguerre convenzionali\u201d. Qui appare per\u00f2 a mio avviso un profilo delicatissimo della questione, ossia la differenza strutturale tra omicidio e guerra, che merita di essere brevemente ricordata per come \u00e8 stata studiata dalla tradizione. Nella nostra tradizione, con tutta la sua antica seriet\u00e0, troviamo i semi di quelle difficolt\u00e0, che sconfinano spesso in veri e propri errori di valutazione, che oggi troviamo nelle nostre parole e nei nostri cuori.<\/p>\n<p><i>5. Guerra e dignit\u00e0 dell\u2019altro: una differenza importante<br \/>\n<\/i>Non si deve mai dimenticare che, nonostante tutte le nostre etiche interne alla guerra \u2013\u00a0 una parte della riflessione anche della teologia morale non ha affrontato solo lo \u201cius in bellum\u201d (ossia le condizioni tassative che giustificano il ricorso alla guerra), ma anche l\u2019esercizio dell\u2019etica all\u2019interno della guerra, lo \u201cius in bello\u201d (ossia il concreto esercizio delle azioni di guerra) \u2013\u00a0 la guerra fa saltare ogni ordine etico: \u00e8 il principio del dominio della forza e questa \u00e8 la grande esperienza del \u2018900. E. L\u00e9vinas ha scritto <i>Totalit\u00e0 e infinito<\/i>, il suo capolavoro del 1961, per dire una sola cosa, ossia per <i>fondare la ingiustificabilit\u00e0 della guerra<\/i>. Alla radice c\u2019\u00e8 l\u2019esperienza della seconda guerra mondiale in tutti i suoi aspetti, vissuti da lui come ebreo: gli anni della sho\u00e0h, sperimentando la logica \u201canonima\u201d, spersonalizzante e distruttrice della guerra.<br \/>\nAlla radice di questa differenza fondamentale \u2013 la differenza dell\u2019altro &#8211;\u00a0 dobbiamo ricordare come la sovrapposizione tra ragione e fede non \u00e8 mai garantita a priori nel saper trovare il percorso giusto. Il motivo per uscire definitivamente dalla logica bellica \u00e8 riconoscere la dignit\u00e0 infinita dell\u2019altro, che corrisponde per\u00f2 alla finitezza del suo diritto: qui la riflessione cristiana ha ancora un problema storico, che esige la elaborazione di categorie nuove.<br \/>\n5.1. Excursus 1: <i>La dignit\u00e0 infinita in privato e la clandestinit\u00e0 in pubblico<br \/>\n<\/i>Quanto tutto ci\u00f2 risulti impegnativo\u00a0 dalla difficolt\u00e0 con cui <i>Dignitas infinita<\/i> affronta alcune questioni non nominando nemmeno, per usare le parole di Stella Morra, forme nuove di istituzioni e di costituzioni. Creando una sorta di \u201cparallelismo\u201d tra dottrina (immutabile) e disciplina (mutevole) cerca di aggirare l\u2019ostacolo costituito dalla \u201cdignit\u00e0 condizionata\u201d. Lo stesso tipo di problema emerge in un altro documento del medesimo Dicastero (<i>Fiducia supplicans<\/i>) in cui la correlazione tra i due piani risulta faticosissima e sostanzialmente inefficace.<br \/>\nProviamo a domandarci: da dove viene tutta questa paura per le benedizioni, quando sono per persone che vivono situazioni \u201cirregolari\u201d, se queste persone le desiderano ardentemente? La risposta \u00e8: perch\u00e9 alterano la struttura istituzionale e la pretesa di un \u201cordine pubblico\u201d. E\u2019 evidente che qui sto cambiando discorso, sto uscendo dalla dignit\u00e0 infinita alla vita e sto entrando nella dignit\u00e0 infinita alle scelte di vita, ma la difficolt\u00e0 \u00e8 esattamente la stessa: <i>una chiesa che si pensa tridentina, se benedice persone omosessuali o divorziate risposati, lo fa in sacrestia non davanti a tutti, non riesce a pensare a quello come un atto comune. L\u2019importante \u00e8 che non sia pubblico, che rimanga in ambito privato. E questo non riguarda soltanto la piccola cosa o la grande cosa della benedizione, ma riguarda la postura della chiesa nel mondo<\/i>.<br \/>\nLa postura della Chiesa cattolica \u00e8 ancora privato-pubblica, resta tridentina: ossia rimane, in poche parole, moderna. Il cattolicesimo non ha ancora elaborato la cultura tardo-moderna e post-moderna, che chiede \u201ccommunitas\u201d tanto ad di qua quanto al di l\u00e0 del profilo privato-pubblico. Uscire da una chiesa tridentina vuol dire cambiare modo di pensare l\u2019istituzione e perci\u00f2 cambiare anche ilmodo di pensare la guerra.<br \/>\nPer far capire meglio questo esempio \u00e8 utile leggere l\u2019incipit di <i>Dignitas infinita.<\/i> Il testo in questa introduzione afferma la dignit\u00e0 infinita dell\u2019uomo e della donna, concetto che la chiesa propone oggi profeticamente, ma non ha il coraggio di ricordare che questa cosa, detta cos\u00ec, l\u2019ha scoperta da poco pi\u00f9 di un secolo.<br \/>\n<i>\u201cUna dignit\u00e0 infinita, inalienabilmente fondata nel suo stesso essere, spetta a ciascuna persona umana, al di l\u00e0 di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi.\u00a0Questo principio, che \u00e8 pienamente riconoscibile anche dalla sola ragione, si pone a fondamento del primato della persona umana e della tutela dei suoi diritti\u201d. (<\/i>Dignitas infinita<i>)<br \/>\n<\/i>Questa frase, si deve fare attenzione, \u00e8 una sorta di autocontraddizione. Questa deve essere una evidenza trasparente alla ragione: se per\u00f2 \u00e8 la storia della salvezza che ci mostra la\u00a0 dignit\u00e0, dicendo <i>al di l\u00e0 di ogni circostanza<\/i> stiamo usando il linguaggio del diritto universale, che non pu\u00f2 prendere sul serio alcuna tradizione particolare. La fede sembra, in questa ricostruzione autorevole, una mera \u201cpedagogia\u201d per valori universali. Una strana formulazione di un assetto di pensiero che dovrebbe custodire la unicit\u00e0 di ogni uomo e donna come \u201cinfinitamente degna\u201d, nel quale il \u201cdavanti a Dio\u201d diventa una mera circostanza secondaria. Qui emerge un problema del linguaggio contemporanea a proposito dell\u2019infinito: davvero accediamo all\u2019infinito solo se pensiamo \u201cal di l\u00e0 delle circostanze\u201d?<br \/>\n<i>5.2. Il modo \u201cpolitico\u201d di considerare le persone<br \/>\n<\/i>Con bella efficacia, Enzo Pace nella sua relazione ha detto che \u201cnon regge l\u2019idea che si rispettino le persone spogliandole di tutte le loro caratteristiche, dicendo tu sei universalmente dotato di dignit\u00e0, se non ti custodisco nella tua tradizione linguistica, religiosa, morale\u201d. Questo \u00e8 un procedimento del mondo contemporaneo che in qualche modo deriva dalla rivoluzione francese e allo stesso tempo dalla rivoluzione americana, in quanto eventi che rappresentano effettivamente due aperture alla dignit\u00e0 infinita: sono diverse nel modo di pensare la \u201cuniversalit\u00e0 dei diritti\u201d e abbiamo bisogno di tutte e due queste \u201cvie\u201d. Notiamo per\u00f2 quanto \u00e8 dissonante questo procedimento: si sposa la affermazione della \u201cdignit\u00e0 infinita\u201d, ma poi tutto il documento non fa altro che prendersela con tutta quella tradizione \u201cmoderna\u201d, cogliendone soltanto il limite: si suonano le trombe, \u201cfinalmente si parla di dignit\u00e0 infinita\u201d\u2026ma come se ne parla, che valore hanno le vite concrete, le lingue concrete, le figure concrete degli uomini e delle donne? Questo insieme di \u201ccircostanze\u201d \u00e8 decisivo, visto che il conflitto bellico (meglio sarebbe dire il degenerare in guerra dei conflitti) sorge proprio l\u00ec. Sono le circostanze il problema.<br \/>\nSecondo lo stile classico, si dice che questa affermazione concorda con quanto riconoscibile dalla ragione. Ma non \u00e8 cos\u00ec scontato e lineare. Anzi, proprio nell\u2019ultimo secolo \u00e8 precisamente questa correlazione ad essere entrata in crisi. Dovremmo allora dire la cosa diversamente.<br \/>\nIn rapporto con le diverse tradizioni la ragione \u00e8 inaggirabile per la fede, ma la fede mostra continuamente alla ragione il suo limite; d\u2019altra parte la ragione pu\u00f2 cancellare l\u2019orizzonte che a sua volta la fede pone: questo rapporto complesso va tenuto presente e portato alla luce proprio per esaminare la questione.<br \/>\nSulla pace e sulla guerra noi superiamo le difficolt\u00e0 se abbiamo chiaro questo doppio rapporto tra fede e ragione. E su questo dobbiamo confessare apertamente i limiti anzitutto della nostra tradizione: mettere le carte scoperte sul tavolo, evidenziando i linguaggi della tradizione che appaiono incompatibili con questa prospettiva. Per questo pu\u00f2 essere utile rileggere un \u201ctesto matrice\u201d su cui invece spesso operiamo una rimozione insidiosa.<br \/>\n<i>5.3. <\/i>Excursus 2: <i>una dignit\u00e0 \u201cfinita\u201d in S. Tommaso d\u2019Aquino<br \/>\n<\/i>Una visione della dignit\u00e0 umana come \u201cdignit\u00e0 infinita\u201d non \u00e8 un concetto noto a Tommaso d\u2019Aquino e in generale a tutti gli uomini premoderni.\u00a0 Nella grande questione 64 della II-II <i>Summa Theologiae <\/i>, collocata nella parte dove Tommaso parla di tutte le virt\u00f9 e di tutti i vizi, quando si occupa dell\u2019omicidio, l\u2019articolo 2 giustifica l\u2019uccisione del peccatore proprio sul piano della \u201cmancanza di dignit\u00e0\u201d. Negli argomenti a favore viene citato il salmo: <i>Di buon mattino sterminer\u00f2 tutti i peccatori della regione <\/i>(Sal 101,8) e nel <i>corpus<\/i> si dice <i>con il peccato l\u2019uomo abbandona l\u2019ordine della ragione perci\u00f2 decade dalla dignit\u00e0 umana che consiste nell\u2019essere liberi e nel vivere per se stessi. Cos\u00ec sebbene uccidere un uomo sia cosa essenzialmente peccaminosa, uccidere un uomo che pecca pu\u00f2 essere non punibile, perch\u00e9 un uomo cattivo \u00e8 peggio di una bestia. <\/i>Cos\u00ec conclude Tommaso, citando Aristotele.<br \/>\nNon vi \u00e8 alcuna dignit\u00e0 infinita universale, ma una dignit\u00e0 finita e subordinata ad un raffronto tra vita vegetale, vita animale e vita umana: l\u2019uomo che pecca, per Tommaso, perde la dignit\u00e0, regredisce allo stadio animale. Questa \u00e8 la voce della nostra tradizione, sta dentro di noi (e con noi intendiamo non solo la comunit\u00e0 ecclesiale, ma l\u2019intera compagine culturale del linguaggio comune a tutti, uomini e donne), e se la si vuole superare occorre farlo esplicitamente, argomentativamente, altrimenti, prima o poi, torna comodo rifarsi di nuovo ad essa: chiunque citare anche questo brano per escludere dalla \u201cdignit\u00e0 umana\u201d o il disabile, o l\u2019immigrato, o l\u2019occidentale corrotto o l\u2019orientale superstizioso. Questo \u00e8 il cammino doloroso e faticoso degli ultimi due secoli: <i>riuscire a scovare nella diversit\u00e0 dell\u2019altro una dignit\u00e0 che non pu\u00f2 essere toccata, infranta, violentata. <\/i><br \/>\nCredo che sia fondamentale, anzitutto oggi, proprio per gettare luce sui percorsi cristiani che generano violenza, e che possono arrivare alla negazione della dignit\u00e0 dell\u2019altro, entrare in questo denso confronto, anzitutto con se stessi e con le proprie \u201czone d\u2019ombra\u201d, che possono ancora lasciare tracce, anche nei fedeli cattolici, di questa forma di perdita di dignit\u00e0 del peccatore, che per questo diventa motivo che sufficiente a giustificare la sua riduzione a soggetto \u201csenza dignit\u00e0\u201d. Una volta che un uomo venga considerato \u201cindegno\u201d, tutto diventa possibile. Questa legittima domanda di \u201cdignit\u00e0 al di l\u00e0 delle circostanze\u201d deve essere accuratamente circostanziata e non risolta con una scolastica elencazione di \u201cforme della dignit\u00e0\u201d (ontologica, morale, sociale e esistenziale) che non offrono una vera intelligenza del fenomeno, essendo privilegiata una lettura \u201contologica\u201d che tende ad identificarsi con una pericolosa astrazione.<\/p>\n<p><i>6. Giustizia, carit\u00e0 e guerra<br \/>\n<\/i>Riascoltiamo il discorso della tradizione classica: la guerra come <i>peccato contro la carit\u00e0<\/i> si fonda su evidenze storiche, mentre l\u2019omicidio come <i>peccato contro la giustizia<\/i> pu\u00f2 essere giustificato quando \u00e8 compiuto verso un peccatore.\u00a0 Questa \u201criserva\u201d costituisce un bacino di violenza potenziale, che va ben al di l\u00e0 delle regole razionali di composizione del rapporto tra aggressione e difesa. Qui si annida una questione pi\u00f9 radicale, che quella analisi non \u00e8 in grado di disinnescare, anzi rischia di rimuovere o addirittura di giustificare.<br \/>\nRiascoltiamo ora le parole dette da Enzo Pace, quando si riferiva sull\u2019uso fondamentalistico della religione, cosa che \u00e8 in agguato in tutte le tradizioni, anche nella nostra illuminata tradizione cattolica romana. Quando il problema \u00e8 serio, che cosa si fa? Si legge la Scrittura in modo fondamentalistico per trovare un \u201cal di l\u00e0 dalle circostanze\u201d, per aggirare ogni ragione.<br \/>\nProviamo a cambiare esempio e poniamo la questione: perch\u00e9 la donna non pu\u00f2 essere ordinata? Perch\u00e9 \u201cnon abbiamo il potere di farlo\u201d, si dice, e ci si arrampica sugli argomenti di cui parlava Enzo Pace, per assumere una posizione ultima, che divide tra amici e nemici: chi dice il contrario \u00e8 un nemico (della tradizione e della Chiesa). A partire da 1994, dopo <i>Ordinatio Sacerdotalis.<\/i> i teologi non potevano parlare, ma oggi possono farlo, perch\u00e9 capiscono che anche qui c\u2019\u00e8 in gioco una <i>dignitas infinita<\/i> delle donne, sul piano dell\u2019esercizio della autorit\u00e0, al pari di quella degli uomini.<br \/>\nVi \u00e8 dunque un\u2019evoluzione nel modo di considerare la dignit\u00e0 come dimensione infinita che non pu\u00f2 mai essere perduta ed \u00e8 su questo, su questo modo di leggere le cose, che comincia nel XVIII secolo e si sviluppa nel XIX, XX e nel nostro secolo, la trasformazione profonda sia del modo di pensare l\u2019omicidio, sia del modo di considerare la guerra.<br \/>\nTuttavia, come abbiamo visto, la analogia della guerra con l\u2019omicidio \u00e8 assai rischiosa. Perch\u00e9 i presupposti elaborati sul piano del rapporto personale, se non adeguatamente chiariti, diventano molle e motivazioni per incrementare la guerra, che da giustificata diventa giusta e da giusta pu\u00f2 diventare addirittura santa. Questo mancato controllo della \u201csequenza argomentativa\u201d, che oggi accade sia in campo politico, sia in campo ecclesiale, sollecita all\u2019esercizio di una \u201cdisciplina del pensiero (comune e credente)\u201d.<br \/>\nQui, infatti, la vera novit\u00e0, a mio avviso, rispetto al contesto in cui \u00e8 stata elaborata la dottrina ripresa anche dal catechismo CCC (ai nn. 2302-2317), \u00e8 il ritorno del rapporto tra \u201cfede-religione-chiesa\u201d e \u201cnazionalismo\u201d. Il supporto delle fedi (cristiane\u00a0 e non cristiane) alle \u201cragioni di esistenza di una nazione\u201d (di carattere aggressivo oltre che di carattere difensivo) portano un elemento nuovo, che assimila la logica bellica alla \u201cguerra santa\u201d. Se guardiamo, a partire dall\u2019inizio del nuovo millennio, questa logica \u00e8 entrata potentemente in tutti i grandi conflitti: la \u201cconfessionalizzazione delle guerre\u201d \u00e8 diventata normale, a oriente come a occidente. Questo \u00e8 stato possibile nel silenzio imbarazzato e talvolta nella parola complice di teologi e di pastori. Ma la \u201cparola complice\u201d spesso \u00e8 il frutto di una lacuna nella elaborazione teologica. Di qui il richiamo finale ad una parola teologica responsabile.<\/p>\n<p><i>7. La responsabilit\u00e0 teologica<br \/>\n<\/i>Concludo perci\u00f2 con alcune questioni per la teologia. E\u2019 il modo di esercitare la autorit\u00e0 da parte della Chiesa che esige un modo corretto di utilizzare le fonti e di chiamare in causa la Scrittura e la Tradizione.<br \/>\nSi tratta di identificare meglio in che modo la giustificazione, che <i>in extremis<\/i> non si pu\u00f2 mai negare del tutto ad una guerra, non renda la guerra giusta e tantomeno santa. Continuare a riflettere su questo assunto, che permane, dovrebbe essere un compito inesauribile per ogni teologo cristiano. Vediamo di svolgerlo in tre brevi punti:<br \/>\n7.1. Far emergere con maggiore evidenza il disegno di Dio come disegno di pace. Sono necessarie, a tal proposito, la elaborazione di pratiche intra ed extra ecclesiali: anche all\u2019interno della chiesa questa priorit\u00e0 non \u00e8 affatto chiara. Non \u00e8 chiara per esempio se si accetta che, come di fronte a condizioni matrimoniali irregolari, la principale preoccupazione sia di evitare lo scandalo. Evitare lo scandalo, nel caso della guerra, non \u00e8 mantenere la pace, \u00e8 mantenere lo <i>status quo<\/i>, che, se ingiusto, prima o poi degenera in lotta armata. Vi \u00e8 un sottile filo di continuit\u00e0 tra \u201cprincipio dello scandalo\u201d e \u201cgiustificazione della guerra\u201d: esso deriva dalla inconfessata rimozione del \u201ccomune\u201d, rispetto a cui prevale solo privato e pubblico.<br \/>\n7.2. Rielaborare la sovrapposizione tra fede, ragione, popolo e nazione, mediante un riferimento strutturale al \u201cfare tradizione\u201d, realizzando azioni di prevenzione. E qui voglio dire una cosa che spesso noi dimentichiamo: <i>la posizione del cattolicesimo sulla guerra \u00e8 ovviamente privilegiata dal fatto che la \u201cuniversalit\u00e0 cattolica\u201d ha il vantaggio di non identificarsi in nessuna nazione particolare<\/i>. Anche se spesso pu\u00f2 accade che si confonda la Chiesa cattolica con lo Stato Vaticano (e possono farlo sia la opinione pubblica o antichi o moderni capi di stato), dopo il 1870 la \u201cperdita del potere temporale\u201d ha condotto la chiesa cattolica ad un punto di vista in cui la \u201cimmedesimazione nazionale\u201d \u00e8 ancor pi\u00f9 difficile. Questo \u00e8 allo stesso tempo un limite ed un enorme vantaggio. Eppure, se andiamo alle vicende di pochi decenni fa, e torniamo alla Seconda Guerra del golfo, ricordo che organizzammo alla facolt\u00e0 teologica di Sant\u2019Anselmo a Roma degli incontri sulla pace (con invito al prof. Consorti) ma i preti americani che erano studenti dell\u2019Ateneo non parteciparono, perch\u00e9 secondo loro <i>parlare di pace allora in quel contesto era negare i diritti della loro nazione a difendersi dal terrorismo internazionale, portando la guerra in Iraq<\/i>. I preti del North American College non partecipavano agli incontri sulla pace! Il nostro scandalo per le prese di posizioni della Chiesa ortodossa russa di oggi deve far memoria di questi fatti di circa 20 anni fa. Appena viene toccato un territorio con presenza cattolica scattano, anche presso i cattolici, gli stessi meccanismi che scattano nei russi, negli ucraini, negli israeliani e nei palestinesi. Certo, una differenza fondamentale \u00e8 costituita dalla costituzione \u201cuniversale\u201d della Chiesa romana, che non si nazionalizza se non parzialmente. Ma il fenomeno politico e antropologico della \u201cnazionalizzazione\u201d implica un magistero cattolica capace di non cadere nella \u201castrazione\u201d, ma in una rilettura delle \u201ccircostanze\u201d.<br \/>\n7.3. Infine un necessario richiamo alla fratellanza. Come avevo gi\u00e0 detto prima, la ricostruzione dell\u2019idea di fratellanza come decisiva trova un orizzonte decisivo nel testo di <i>Fratelli tutti<\/i>: questa \u00e8 davvero la grande intuizione, cio\u00e8 l\u2019impegno a lavorare sulla terza delle espressioni che qualificano la rivoluzione francese, oltre a libert\u00e0 e uguaglianza. Per la sua difficile \u201cgiuridicit\u00e0\u201d, a differenza di libert\u00e0 e uguaglianza, la fratellanza \u00e8 il livello in cui il metapolitico e il pre-politico hanno comunque un ruolo decisivo. Convertire il metapolitico e il pre-politico alla logica di fratellanza \u00e8 una grande impresa, una sfida istituzionale aperta, che riguarda la chiesa e riguarda le religioni. Se una comunit\u00e0 di fede, che pure ha bisogno di elaborare accurate strategie, anche giuridiche, di libert\u00e0 e di eguaglianza, non riesce a produrre forme effettive di \u201cvita fraterna\u201d, non contribuisce veramente alla pace. La correlazione tra questa dimensione pre- e meta-politica con la dimensione etico-politica pu\u00f2 costituire, effettivamente, il campo nel quale una competenza teologica risulta mediazione inaggirabile al discorso delle chiese e delle fedi.<\/p>\n<p><i>Conclusione<br \/>\n<\/i>In una parola, la tesi che ho cercato di sostenere \u00e8 la seguente: per parlare significativamente della \u201cguerra\u201d come \u201cpeccato\u201d e come \u201cnon peccato\u201d si deve proporre una sintesi di ragione e fede che faccia del tema \u201cguerra\u201d una analisi capace di una visione complessiva, senza lasciare da un lato la fede \u201cesterna\u201d alla ragione e dall\u2019altro la ragione \u201cesterna\u201d alla fede. La immediata coincidenza tra verit\u00e0 di ragione e verit\u00e0 di fede (che \u00e8 anche la pretesa di <i>Dignitas infinita<\/i>, come la versione pi\u00f9 recente di un pronciamento organico sul tema) \u00e8 una illusione, che rende pi\u00f9 forti le forme del razionalismo senza fede e del fondamentalismo senza ragione. Ogni tradizione deve, per cos\u00ec dire, depurare sia un versante sia l\u2019altro. Il razionalismo senza profezia, e la accelerazione profetica senza ragione. Da entrambi i fronti oggi possiamo patire gravi danni.<br \/>\nImportante \u00e8, teologicamente, non nascondere le questioni: il problema \u00e8 una \u201cteoria della fratellanza\u201d davvero convincente appare decisivo. In modo pi\u00f9 specifico, dobbiamo chiederci in che senso il \u201cterzo\u201d principio della rivoluzione francese modifichi la nostra comprensione sia della libert\u00e0 sia della uguaglianza. E perch\u00e9 paradossalmente libert\u00e0 ed eguaglianza inizino orientare il loro sguardo sulla fratellanza, nella sua \u201cirriducibilit\u00e0 al diritto e al dovere\u201d. Qui sta un punto davvero impegnativo, per la Chiesa come per la cultura comune.<br \/>\nAi rimedio di conflitti sempre pi\u00f9 forti e insidiosi, che cosa possono offrire le fedi e le religioni? Io credo una \u201cteoria e pratica della fratellanza universale\u201d. Senza di questo, le religioni possono fare quasi soltanto danni maggiori. Nel senso che amplificano e ideologizzano i conflitti e offrono loro un orizzonte \u201cgiusto\u201d e \u201csanto\u201d, che li trasforma nella cosa peggiore: in idoli bellici. Di fronte alla guerra, pi\u00f9 degli \u201cordigni\u201d dobbiamo temere gli \u201cidoli\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per le medesime ragioni non peccano neppure coloro che, durante una guerra giusta, non mossi da cupidigia o da crudelt\u00e0, ma solamente dall&#8217;amore del pubblico bene, tolgono la vita ai nemici. Catechismus Romanus ad parochos (1566), n. 328 Grazie per questa occasione di confronto. 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