{"id":2717,"date":"2024-04-10T22:59:01","date_gmt":"2024-04-10T20:59:01","guid":{"rendered":"http:\/\/www.forumdilimena.com\/?p=2717"},"modified":"2024-04-10T23:19:56","modified_gmt":"2024-04-10T21:19:56","slug":"la-guerra-la-politica-e-il-ruolo-dellitalia-nel-mondo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.forumdilimena.com\/?p=2717","title":{"rendered":"La guerra, la politica e il ruolo dell\u2019Italia nel mondo"},"content":{"rendered":"<p>Anche al Consiglio europeo della settimana scorsa (addirittura!) \u00e8 circolata una retorica bellica tutt\u2019altro che consueta. Il tema della preparazione alla guerra \u00e8 una novit\u00e0, che si aggiunge alla solita incapacit\u00e0 a fare qualcosa di concreto in termini di decisioni comuni dei 27 paesi membri. L\u2019Unione non si avvia alle elezioni di giugno per il parlamento in forma particolarmente smagliante, purtroppo.<br \/>\nMa il tema \u00e8 ben pi\u00f9 ampio: ovunque in Europa tira un\u2019aria molto preoccupante. Sembra di tornare alla condizione della Belle \u00c9poque, all\u2019inizio del \u2018900. Anche in quel periodo l\u2019ultima grande guerra europea era lontana nel tempo (quasi un secolo prima, il ciclo napoleonico era stato enormemente distruttivo), e si combin\u00f2 uno strano disposto di atteggiamenti contrastanti. Da una parte nessuno credeva veramente alla possibilit\u00e0 di una guerra globale: il giornalista Norman Angell scrisse un libro best-seller, La grande illusione, in cui sostanzialmente spiegava che dati i nuovi profondi legami economici esistenti tra i diversi paesi, ormai la guerra era divenuta impossibile. Nel frattempo, i maggiori governi stringevano rigide alleanze difensive, accrescevano gli armamenti, pianificavano una guerra ipotetica e mettevano nel conto l\u2019ipotesi dello scontro. Nessuno diceva di volere attivamente una guerra, mentre tutti insistevano sulla prevenzione e la sicurezza: ma la possibilit\u00e0 concreta di un conflitto diveniva nei fatti uno scenario sempre pi\u00f9 credibile. I conflitti locali nei Balcani sembravano lontani ed esotici, ma preparavano condizioni progressivamente pi\u00f9 intricate e conseguenze pi\u00f9 vaste. Nelle opinioni pubbliche dei paesi democratici (per non parlare di quelli pi\u00f9 tradizionali ed autoritari) si infiltrava il virus del nazionalismo assoluto, che screditava la diplomazia e la possibilit\u00e0 di intese con gli altri Stati-nazione, coltivando l\u2019idea delle inimicizie secolari. Rappresentando il nemico in modo sempre pi\u00f9 cupo e irriformabile.<br \/>\nAnche oggi si oscilla tra queste due sensazioni: la superficiale convinzione che comunque non succeder\u00e0 niente e la preparazione accanita, la retorica del riarmo, l\u2019allarme propagandistico, la rigidit\u00e0 delle posizioni diplomatiche. Il conflitto in Ucraina non vede all\u2019opera nessuna diplomazia convincente e stagna in una situazione di stallo duraturo. La retorica dello scontro globale tra democrazie in pericolo ed autoritarismo espansionista cresce ogni giorno. Sulla tragedia in corso a Gaza, ormai sembra che non ci sia politica in grado di condizionare gli eventi e di far uscire da una spirale militare e da violenze senza fine apparente: gli stessi Stati Uniti fanno fatica ad attuare le istanze di moderazione cui a parole sono dedicati.<br \/>\nNel nostro paese succedono parecchie cose che sembrano portare acqua a questa condizione pericolosa. Da una parte, abbiamo ormai i cantori e i sostenitori programmatici del militarismo. Su \u00abIl Foglio\u00bb Giuliano Ferrara e soprattutto il direttore Claudio Cerasa si sono incaricati di rilanciare il motto \u00absi vis pacem para bellum\u00bb, invocando la militarizzazione della societ\u00e0 e degli spiriti, l\u2019aumento delle spese per la difesa e il raddoppio del numero dei militari in servizio per prepararsi a un attacco russo all\u2019Occidente ipotizzabile entro due-quattro anni (\u00abIl Foglio\u00bb, 12 febbraio). Il discorso pubblico batte ormai chiaramente in questa direzione, e sono poche le voci contrarie che si levino ad argomentare che il riarmo non pu\u00f2 essere esaustivo di una politica.<br \/>\nInfatti, non si discute pi\u00f9 di politica estera. Il parlamento \u00e8 stato chiamato a dibattere solo su un argomento: se e quante armi si debbano inviare in Ucraina. Capisco l\u2019importanza discriminante del tema (a parte che l\u2019opinione pubblica \u00e8 poi resa edotta solo di cifre finanziarie complessive, non dei contenuti specifici degli invii effettuati). Ma non dovrebbe essere normale chiedersi: quale obiettivo politico hanno gli aiuti militari? Che risultato vogliamo ottenere, con quale calcolo delle possibilit\u00e0 e dei rischi, in una situazione opaca? Sembra invece che ci si accontenti di gingillarsi con vaghi e generici concetti di vittoria e di sconfitta. Come se fosse realistico, in una guerra come quella in corso da due anni, raggiungere una vittoria definitiva, da una parte o dall\u2019altra. Possibile quindi che la politica estera di un paese moderno consista solo di questi limitati campi di interesse? Non sarebbe il caso di ragionare di scenari, di opportunit\u00e0, di possibilit\u00e0, di relazioni da costruire, di legami ed amicizie, di modi di stare nelle alleanze? L\u2019Italia \u00e8 inequivocabilmente \u2013 per oculata scelta passata \u2013 parte dei paesi democratici legati all\u2019alleanza atlantica, \u00e8 paese fondatore e membro importante dell\u2019Unione europea: ebbene, sembra si concepiscano ormai questi legami internazionali esclusivamente come scelte di schieramento, di allineamento dietro alla \u00ablinea\u00bb stabilita da qualcuno tra i pi\u00f9 forti membri dei due consessi, in particolare gli Stati Uniti d\u2019America. A ben ragionarci, \u00e8 curioso che si arrivi a questo punto con un governo di destra che usa abbondantemente della retorica della nazione, della sua originalit\u00e0, del suo primato, della difesa dei suoi interessi. Il sovranismo verbale si stempera per\u00f2 abbondantemente nella realt\u00e0 dello scenario internazionale. Mentre serve per ostacolare le scelte di maggior coesione europea, ha scelto un paravento occidentalista rigido e primitivo.<br \/>\nOra, \u00e8 ben chiaro che non pretendiamo dall\u2019Italia quello che l\u2019Italia non pu\u00f2 essere, date le sue caratteristiche demografiche, geografiche, linguistiche e soprattutto economiche. Siamo un paese europeo intermedio, non dei pi\u00f9 influenti. Ma un paese di questo tipo pu\u00f2 costruire una sua politica e utilizzare anche i suoi vincoli e le sue relazioni internazionali per un sobrio e intelligente perseguimento dei propri interessi. Descrivere pacatamente e realisticamente questi interessi, collegati ai valori che muovono le scelte del paese, non \u00e8 un esercizio retorico. Dovrebbe essere il presupposto per orientare anche il modo di stare nelle alleanze, che sono spazi di dialogo, di confronto di punti di vista e interessi anche parzialmente diversi, al cui interno si possono costruire istanze sempre pi\u00f9 partecipate e convinte, linee politiche non troppo unilaterali, che considerino anche punti di vista originali. In passato il nostro paese fu pi\u00f9 volte accusato di essere \u00abla Bulgaria della Nato\u00bb (il parallelo era con il paese balcanico pi\u00f9 rigidamente filosovietico), per il suo apparente atlantismo a tutta prova: molti studi storici stanno smentendo quella posizione polemica, mostrando un ruolo ben pi\u00f9 articolato, in cui contavano anche un convinto orizzonte nazionale, l\u2019attenzione al Mediterraneo, il rapporto con i paesi emergenti, l\u2019orientamento alla distensione e alla convivenza internazionale, ottenuta anche interloquendo con gli avversari dell\u2019\u00abaltra\u00bb Europa del socialismo reale. Ebbene, \u00e8 un patrimonio cos\u00ec disdicevole da riprendere e adattare ai tempi nuovi? I sovranisti di oggi si mostrano meno \u00abnazionali\u00bb dei vituperati democristiani o socialisti del passato?<br \/>\nMa ancora: che senso ha enfatizzare oltre ogni realismo le minacce alla nostra sicurezza? La Russia di Putin \u00e8 stata per anni un interlocutore \u00abnormale\u00bb dell\u2019Occidente (addirittura assistiamo alla pubblicazione sui giornali delle foto dei politici italiani che stringevano le mani di Putin e qualcuno deve anche precisare\u2026 che si trattava di altri tempi). Dopo il febbraio del 2022 e l\u2019attacco all\u2019Ucraina \u00e8 comprensibile che le cose siano mutate, a causa degli imperscrutabili calcoli politici del dittatore, che ha scelto di attaccare l\u2019Ucraina. A parte ogni considerazione dei motivi non solo unilaterali di questo esito del precedente trentennio di storia dei rapporti Occidente-Russia post-sovietica, \u00e8 comunque possibile considerare Mosca per il futuro solo come una potenziale minaccia di aggressione? Un paese che non riesce a venire a capo della resistenza di un esercito come quello di Kyiv sar\u00e0 pronto tra poco ad aggredire la maggiore alleanza militare del mondo, la Nato? E le debolezze economiche e organizzative di Mosca non le contiamo? L\u2019attentato sanguinoso nella capitale \u00e8 il segno chiaro di questi limiti nella capacit\u00e0 del paese di gestire la propria sicurezza, dopo che Putin su questo punto si era speso nella vicenda delle elezioni-plebiscito. Le spese militari della Russia sono (nonostante quello che molti affermano) molto pi\u00f9 basse di quelle dell\u2019Unione europea e l\u2019economia che sta alle spalle di Putin \u00e8 del tutto sproporzionata come risorse e dinamismo a quella dell\u2019Ue. Mettiamo pure nel conto che con un\u2019eventuale e non augurabile nuova presidenza Trump gli Stati Uniti potrebbero allontanarsi come perno centrale della propria politica dall\u2019Europa (ma vorrei vedere se chiunque, Trump compreso, da Washington possa veramente pensare di sciogliere la Nato e abbandonare l\u2019Europa al proprio destino\u2026). Mettiamo pure nel conto che gli eserciti europei potrebbero essere ben pi\u00f9 efficienti senza ulteriori spese militari se coordinati con una politica di difesa comune (tema cruciale). Ma se il punto \u00e8 costruire una sobria politica di dissuasione dalle aggressioni ipotetiche, siamo molto avanti su questa strada. Perch\u00e9 alzare polveroni allarmistici? Vogliamo provocare quello che profetizziamo come ineluttabile?<br \/>\nE ancora, che senso ha la retorica sulle nuove guerre fredde, sullo scontro tra \u00abthe West and the Rest\u00bb? Ribadire questa sindrome da democrazie assediate \u00e8 esattamente cattiva politica, perch\u00e9 spinge tutti i paesi non occidentali, del variegato Sud del mondo, che sono molto incerti, divisi e plurali, a mettersi assieme per contestare frontalmente un blocco di paesi che si presenti come il difensore dei privilegi e della ricchezza.\u00a0 Non abbiamo ancora capito che la lezione della storia \u00e8 che ogni progetto di vera egemonia richiede inclusivit\u00e0, capacit\u00e0 di allargare il numero degli interlocutori, di dividere casomai gli avversari, di moltiplicare le relazioni bilaterali, di rappresentare un futuro comune e non una contrapposizione data per ovvia e incolmabile?<br \/>\nSembra quasi che vogliamo far di tutto per ripresentare il clima della Belle \u00c9poque. Con leggerezza corriamo sull\u2019orlo del precipizio. Dio non voglia che stiamo inconsapevolmente preparando un nuovo 1914.<br \/>\n27 maro 2024<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Anche al Consiglio europeo della settimana scorsa (addirittura!) \u00e8 circolata una retorica bellica tutt\u2019altro che consueta. Il tema della preparazione alla guerra \u00e8 una novit\u00e0, che si aggiunge alla solita incapacit\u00e0 a fare qualcosa di concreto in termini di decisioni comuni dei 27 paesi membri. 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