{"id":2577,"date":"2023-12-12T23:57:12","date_gmt":"2023-12-12T22:57:12","guid":{"rendered":"http:\/\/www.forumdilimena.com\/?p=2577"},"modified":"2023-12-13T12:57:07","modified_gmt":"2023-12-13T11:57:07","slug":"voci-dallamerica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.forumdilimena.com\/?p=2577","title":{"rendered":"Voci dall\u2019America"},"content":{"rendered":"<p>In questa Newsletter proponiamo tre articoli di nostra traduzione tratti dalla stampa americana, non disponibili su quella italiana. I primi due sono dedicati alla guerra in Medio Oriente, il terzo alla crisi della democrazia americana. Qui di seguito trovate nostre considerazioni suscitate dalla loro lettura e una sintesi orientata dei loro contenuti.<br \/>\n<b>1. Di fronte a un massacro bilaterale da che parte dobbiamo stare?<br \/>\n<\/b><b>\u00c8 proprio questa la domanda?<br \/>\n<\/b><i>&#8220;Se ciascun popolo guarder\u00e0 solo al proprio dolore, allora prevarr\u00e0 sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta.\u201d <\/i><i>(Carlo Maria Martini)<br \/>\n<\/i><i>\u201cSe piangete solo per i bambini israeliani, o solo per i bambini palestinesi, avete un problema che va oltre i vostri condotti lacrimali.\u201d <\/i><i>(Nicholas Kristof)<br \/>\n<\/i><b>Essere di parte, o equidistanti o equi-vicini?<br \/>\n<\/b>Se non si \u00e8 cinici o apatici fino al midollo, quando scoppiano conflitti come quello in atto in Israele-Palestina \u00e8 impossibile non interrogarsi sull\u2019atteggiamento che sarebbe sensato assumere. Non possiamo essere bombardati \u2013 \u00e8 la parola giusta &#8211; da fatti tragici e rischiosi senza proteggerci in qualche modo, se non altro stabilendo \u201cche faccia fare\u201d. Se non siamo megalomani o fuori dal mondo \u2013 ce ne sono parecchi in giro -, dovremmo ugualmente sapere che nel breve periodo non saremo in grado di contribuire in nulla alla soluzione del problema, ma almeno ci saremo dati una prospettiva su cui convogliare le nostre reazioni e le nostre emozioni, e questo forse potr\u00e0 essere di qualche effetto, se non ora, domani.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Questo elementare meccanismo di sopravvivenza, non so dire se morale o solamente psicologica, \u00e8 in tempi come questi oggetto di incursioni continue da chi vorrebbe a ogni pi\u00e8 sospinto indurci a ragionare in base al binomio amico &#8211; nemico. Si tratta di decidere <i>sempre<\/i> da che parte stare, a prescindere da ogni specificit\u00e0 del caso e della storia, come se la ragione avesse questa strana tendenza a rifugiarsi sempre da una parte e si trattasse semplicemente di decidere quale essa sia. Nulla di pi\u00f9 irritante per coloro che ragionano in questo modo di chi rifiuta questa logica \u201carmata\u201d, indicato come persone dall\u2019animo ignavo e indolente, sostanzialmente irresponsabile. Come se alle guerre, <i>sempre<\/i>, si dovesse partecipare iniziando con il decidere qual \u00e8 la propria squadra.<br \/>\nMa se, in questa tragica vicenda, un mattino proviamo a metterci nei panni degli israeliani e il pomeriggio in quelli dei palestinesi &#8211; non in quelli di Netanyahu e di Hamas &#8211; e lo facciamo pur sapendo che queste operazioni riescono fino a un certo punto, non sar\u00e0 piuttosto intuitivo concludere che si possono capire le ragioni degli uni e degli altri, per quanto speculari esse siano e per quanto amaro possa essere il sentimento della loro ardua componibilit\u00e0?<br \/>\n\u00c8 possibile allora un altro modo di porsi? \u00c8 l\u2019equidistanza ci\u00f2 che andiamo cercando? Certamente no. La parola suscita qualcosa di algido e apatico. L\u2019equidistanza \u00e8 molto vicina alla posizione che l\u2019Europa ha mantenuto per lunghi anni, non facendo nulla perch\u00e9 il seme dell\u2019odio si placasse in Palestina e sperando che un velo magico si stendesse sulle paure degli uni e le sofferenze degli altri.<br \/>\nVerrebbe allora in mente una parola come \u201cequivicinanza\u201d, solo che essa non c\u2019\u00e8 nei dizionari della lingua italiana e anche questo \u00e8 significativo: si pu\u00f2 essere equanimi solo nella lontananza, non nella vicinanza. Il Treccani, mettendola tra le parole che vengono usate, anche se non hanno dignit\u00e0 linguistica la definisce: \u201cPosizione di neutralit\u00e0 che si preoccupa di recepire e comporre con equanimit\u00e0 istanze contrapposte\u201d, una definizione ancora troppo distaccata per scaldare i cuori. Manca quella componente di compassione (da compati: patire con) che invece andiamo cercando. In ogni caso il Treccani subito dopo riporta citazioni che la definiscono un \u201corribile neologismo\u201d, \u201cdi cui non si sentiva il bisogno\u201d. Non si sentiva il bisogno? Ma scherziamo?<br \/>\nLa parola del resto ha una bizzarra genealogia. Fu usata dal ministro degli esteri D\u2019Alema nel 2006 proprio a proposito del conflitto in Palestina. D\u2019Alema raccont\u00f2 poi al Corriere che \u201cin Italia [lo] presero in giro\u201d. Egli riconobbe di averla ripresa da Andreotti il quale fu il primo ad usarla, si dice su suggerimento dell\u2019ambasciatore israeliano presso la santa sede. \u201cNon si pu\u00f2 pensare di risolvere i problemi dicendo semplicemente: o sei con i palestinesi o sei con gli israeliani\u201d disse in un intervento al Senato. Con i tempi che corrono pu\u00f2 succedere anche di rimpiangere Andreotti\u2026<br \/>\nQui non risolveremo il problema linguistico e in ogni caso non \u00e8 (solo) linguistica la questione. Ma qualcosa di sensato si pu\u00f2 forse dire appoggiandosi a una persona che l\u2019 \u201cequivicinanza\u201d ha provato a incarnarla e a soffrirla.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Un nostro caro amico Stefano Bertin, tra i promotori del Forum di Limena, qualche giorno fa ci ha raccontato che: \u201cQuando in piena seconda intifada portammo come Azione Cattolica Nazionale aiuto all&#8217;Azione Cattolica di Betlemme avemmo modo di incontrare per due giorni il card. Martini, al quale chiedemmo come si poneva nel persistente conflitto in atto. Egli ci sorprese perch\u00e9 non distribu\u00ec giudizi a destra e a manca, ma condivise con noi la sua scelta di &#8220;intercedere&#8221; tra i fronti in guerra. Con questo egli intendeva: ascolto profondo (in latino &#8220;obbedire&#8221;) delle ragioni dell&#8217;uno e dell&#8217;altro, interiorizzare il dolore di tutti (abitarlo) e avviare con paziente tenacia sentieri di dialogo e di convivenza pacifica&#8230;\u201d.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Il teologo Brunetto Salvarani nei giorni scorsi ha riportato una citazione di Martini che chiarisce ulteriormente la sua posizione: \u00abCertamente l\u2019odio che si \u00e8 accumulato \u00e8 grande e grava sui cuori. Vi sono persone e gruppi che se ne nutrono come di un veleno che mentre tiene in vita insieme uccide. Per superare l\u2019idolo dell\u2019odio e della violenza \u00e8 molto importante imparare a guardare al dolore dell\u2019altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l\u2019odio quando essa \u00e8 memoria soltanto di se stessi, quando \u00e8 riferita esclusivamente a s\u00e9, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarder\u00e0 solo al proprio dolore, allora prevarr\u00e0 sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta. Ma se la memoria del dolore sar\u00e0 anche memoria della sofferenza dell\u2019altro, dell\u2019estraneo e persino del nemico, allora essa pu\u00f2 rappresentare l\u2019inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui \u00e8 premessa di ogni futura politica di pace\u00bb.<br \/>\nPotremmo provare a confrontarci di tanto in tanto con queste parole, tentare di esprimere un qualche lampo di incarnazione, anche se esse, nella loro seriet\u00e0, dicono implicitamente quanto sia lunga e faticosa la via della pace.<br \/>\n<b>Tre miti ostacolano la pace. Un articolo del New York Times<br \/>\n<\/b>Tre settimane fa, il 15 di novembre\u00b8 The New York Times ha pubblicato un editoriale che in un certo senso va nella direzione indicata da Martini. Ne \u00e8 autore il giornalista Nicholas Kristof, vincitore di due premi Pulitzer e particolarmente attento alle ingiustizie sociali, tanto da essere chiamato dall\u2019arcivescovo Desmond Tutu \u201cafricano onorario\u201d. Dopo la fine della tregua e la ripresa dei bombardamenti \u201cimprecisi\u201d su Gaza le sue considerazioni paiono ancora pi\u00f9 centrate. Di seguito una sintesi.<br \/>\nIl confronto su quello che Kristof chiama \u201cmassacro bilaterale\u201d appare reso incandescente dal prevalere di tre \u201cmiti\u201d, nel senso di racconti privi di fondamento.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>1. Il primo mito \u00e8 che nel conflitto in Medio Oriente ci sia il giusto da una parte e il torto dall\u2019altra. Ma la tragedia del Medio Oriente sta proprio nel fatto che si tratta di uno scontro tra diritto e diritto. Ci\u00f2 non giustifica i massacri \u201cbilaterali\u201d, ma rende necessario capire che alla base del conflitto ci sono aspirazioni legittime che meritano di essere soddisfatte, da entrambe le parti. E perci\u00f2 \u201cqualunque sia la vostra posizione, ricordate che l\u2019altra include esseri umani disperati che sperano semplicemente che i loro figli possano vivere liberamente e prosperare nella propria nazione\u201d.<br \/>\n2. Il secondo mito \u00e8 che i palestinesi possano essere lasciati indefinitamente senza una soluzione del loro problema nazionale. Gli Israeliani hanno le loro ragioni nel non sentirsi sicuri, ma dovrebbero comprendere, e noi con loro, che la mancanza di uno stato palestinese non ha reso Israele pi\u00f9 sicuro. Una soluzione a due stati non sarebbe perci\u00f2 una concessione agli arabi, ma il riconoscimento pragmatico dei propri veri interessi.<br \/>\n3. Il terzo mito \u00e8 quell\u2019idea diffusa in entrambi i lati del conflitto che dice pi\u00f9 o meno cos\u00ec: \u00e8 un peccato dover ricorrere a questo spargimento di sangue, ma le persone dall&#8217;altra parte capiscono solo la violenza. \u00c8 questo ragionamento che finisce per giustificare qualsiasi costo umano, per quanto grande esso sia. Ma proprio il modo eccessivo con cui si reagisce alle organizzazione terroristiche pu\u00f2 diventare la ragione di una loro possibile vittoria. Cos\u00ec Israele sta progressivamente dissipando la simpatia che inizialmente aveva.<br \/>\nSe c\u2019\u00e8 una strada verso la pace questa inizia con il superamento degli stereotipi da parte di tutti noi. Kristof dice di essere \u201cesasperato dalle persone che sanguinano solo per una parte, o che dicono del prezzo da pagare dall\u2019altra, quelle che si rifugiano nel: &#8220;\u00c8 tragico, ma&#8230;&#8221;. Nessun \u201cma\u201d. A meno che non si creda nei diritti umani\u201d solo per alcuni e non per tutti.<br \/>\nSe piangete solo per i bambini israeliani, o solo per i bambini palestinesi, avete un problema che va oltre i vostri condotti lacrimali. I bambini di entrambe le parti sono stati massacrati in modo sconsiderato, e per risolvere questa crisi bisogna riconoscere che \u201cla vita di tutti i bambini ha lo stesso valore e le brave persone arrivano da tutte le nazionalit\u00e0\u201d.<br \/>\n<b>2. Hamas e Israele. Tre guerre in una.<br \/>\n<\/b>Il 28\/11\/2023 The New York Times ha pubblicato un nuovo corposo articolo di T. H. Friedman, l\u2019apprezzato e influente columnist, che da 40 anni si occupa di Palestina e da giovane ha vissuto nei Kibbutz israeliani. Nelle settimane precedenti era gi\u00e0 intervenuto due volte per sottolineare il proprio allarme per quanto stava accadendo in Medio Oriente e richiamare l\u2019amministrazione americana alle proprie responsabilit\u00e0. Come gi\u00e0 allora con questo intervento il NYT si propone di interloquire con l\u2019amministrazione Biden per suggerire strategie di azione in grado di evitare guai peggiori.<br \/>\nLeggendolo Friedman si rimane colpiti dalla differenza con gli interventi che vedo nei giornali italiani. Mentre qui da noi tutta la discussione verte sul \u201cda che parte stare\u201d, in America l\u2019approccio \u00e8 del tipo: \u201cc\u2019\u00e8 un problema, come possiamo risolverlo?\u201d Idealismo e pragmatismo? Forse, ma si pu\u00f2 pensare che sia invece l\u2019effetto della diversit\u00e0 tra chi non conta nulla (noi) e chi pu\u00f2 decidere qualcosa (gli americani).<br \/>\nFriedman ritiene che in Israele-Palestina siano in atto contemporaneamente tre guerre e che vi sia una sola formula che permette alle \u201cforze positive\u201d di vincerle tutte tre, una formula che \u2013 a suo avviso &#8211; Biden ha in testa, ma che non pu\u00f2 dire esplicitamente. La chiave di volta per pacificare la regione \u00e8 operare al fine di costituire una Autorit\u00e0 Palestinese che possa sostituire Hamas a Gaza, cosa che renderebbe possibile agli stati arabi moderati giustificare la normalizzazione dei rapporti con Israele. Ci sono due forze che si oppongono a questa ipotesi e sono da un lato Hamas, che perci\u00f2 va ridotta all\u2019impossibilit\u00e0 di offendere, e dall\u2019altro la coalizione di estrema destra capeggiata da Netanyahu. La formula vincente non trova soluzione se Netanyau \u00e8 primo ministro di Israele. Biden dovrebbe perci\u00f2 stare attento a non diventare succube di \u201cBibi\u201d (Netanyahu).<br \/>\nQuali sono le tre guerre cui allude Friedman?<br \/>\n1. La prima \u00e8 il conflitto secolare tra ebrei israeliani e palestinesi. Purtroppo la parte palestinese \u00e8 oggi guidata da una organizzazione islamista che vuole distruggere Israele. Questi avrebbe il sostegno tacito dei paesi arabi moderati nel porre fine al governo di Hamas, organizzazione che anche a loro d\u00e0 fastidio, ma deve assolutamente prestare maggiore attenzione alle vittime civili.<br \/>\n2. la seconda guerra \u00e8 interna alla societ\u00e0 israeliana da un lato, a quella palestinese dall\u2019altro. Hamas concepisce il conflitto come una guerra etnico-religiosa finalizzata a imporre uno stato islamico in tutta la Palestina. Specularmente i coloni ebraici suprematisti che fanno parte del governo di Netanyahu pensano di spazzare via tutti i palestinesi, equiparati agli Amaleciti di biblica memoria, al fine di creare uno stato etnico-religioso dal Giordano alla costa. In entrambi i popoli ci sono per\u00f2 forze moderate che sono favorevoli alla soluzione dei due stati, anche se oggi sono sulla difensiva.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>3. La terza guerra \u00e8 quella che l\u2019Iran e i suoi alleati muovono all\u2019America e agli stati arabi moderati. Questa \u00e8 quella che fa pi\u00f9 paura a Friedman, perch\u00e9 non riguarda solamente la questione geopolitica o le fonti di energia, ma anche i valori. Essa ha avuto inizio nel 2019 e si \u00e8 sostanziata in alcuni episodi di cui la stampa italiana pare essersi dimenticata. L\u2019obiettivo dell\u2019Iran \u00e8 quello di cacciare gli Stati Uniti, distruggere Israele e intimidire gli arabi sunniti alleati degli americani. La questione alla fine qui \u00e8 se prevarr\u00e0 l\u2019Iran o l\u2019Arabia Saudita. La cosa fondamentale da capire per\u00f2 \u00e8 che la stretta che il regime di Teheran sta imponendo su Israele, da Ovest (Hamas), da Nord (Hesbollah) e da sud (Houthi dello Yemen) rappresenta una minaccia esistenziale per lo stato ebraico, perch\u00e9 sta impedendo a molti cittadini israeliani di rientrare nelle proprie case lungo le aree di confine e alla lunga potrebbe indurre alla fuga dalla Palestina proprio la parte pi\u00f9 attiva e \u201claica\u201d della popolazione.<br \/>\nIsraele ha bisogno, per rompere l\u2019accerchiamento del sostegno degli USA e degli stati arabi moderati, ma questa alleanza non si realizzer\u00e0 se Netahanyau continuer\u00e0 a governare. E con ci\u00f2 si ritorna alla radice che serve trovare per risolvere la formula iniziale.<br \/>\n<b>3. Siamo forse alla crisi della democrazia americana.<br \/>\n<\/b>Dopo la &#8220;marcia per salvare l&#8217;America&#8221; del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill le difficolt\u00e0 incontrate dalla democrazia americana sono divenute evidenti a tutti. La relativa normalit\u00e0 succeduta nei due anni successivi e le disavventure giudiziarie in cui Trump \u00e8 stato coinvolto avevano tuttavia fatto pensare che costui fosse ormai fuori gioco e i rischi pi\u00f9 grandi evitati. <i>\u00c8 sempre pi\u00f9 evidente invece che le possibilit\u00e0 di una vittoria di Trump alle prossime presidenziali sono rilevanti<\/i>.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Il 30 novembre 2023 il Washington Post ha pubblicato un lunghissimo articolo (11 pagine) dal titolo quanto mai chiaro: \u201c<i>Una dittatura di Trump \u00e8 sempre pi\u00f9 inevitabile. Dovremmo smettere di fingere\u201d<\/i>. Si tratta di una analisi accurata dei processi forse inarrestabili che si metteranno in moto una volta che Trump avr\u00e0 vinto le primarie repubblicane, cosa ormai certa. Si pu\u00f2 dire che l\u2019articolo non approfondisce le ragioni sociale e culturali della deriva autoritaria di una parte rilevante dell\u2019elettorato americano, ma il senso dell\u2019articolo \u00e8 un altro. Si tratta di un quasi disperato appello a chi ancora pu\u00f2 porre in atto qualcosa per arrestare l\u2019ascesa di Trump perch\u00e9 lo faccia e lo faccia subito. Pi\u00f9 ancora che di carattere istituzionale le ragioni della preoccupante deriva che potrebbe coinvolgere l\u2019America dipendono dal fatto che il potere di Trump si fonda sulla disponibilit\u00e0 a mobilitarsi in suo sostegno e in dispregio delle regole del gioco democratico, di una parte rilevante della societ\u00e0 americana, quella che considera gli oppositori di Trump \u201cnemici dell\u2019America\u201d o addirittura \u201cnon americani\u201d.<br \/>\nCi sar\u00e0 tempo per dire quali potranno essere le conseguenze, certo molto rilevanti, di una vittoria di Trump sulle relazioni internazionali e sull\u2019Europa in particolare. Ma forse si pu\u00f2 gi\u00e0 intravedere qualcosa nell\u2019intervista rilasciata il 4\/11\/2023 da Joschka Fischer, gi\u00e0 ministro degli esteri e fondatore dei \u201cVerdi\u201d tedeschi, movimento nato proprio dal rifiuto del nucleare, quando dichiara tristemente che un\u2019Europa ormai sola non potr\u00e0 non tornare a sviluppare una propria deterrenza atomica per difendersi dalla nuova aggressivit\u00e0 proveniente da Est.<br \/>\nVa considerato che l\u2019autore dell\u2019articolo in questione non \u00e8 un uomo di sinistra. Robert Kagan \u00e8 uno storico e politologo, cofondatore del \u201cProgetto per un nuovo secolo americano\u201d e sostenitore di una politica estera aggressiva. Egli \u00e8 stato consigliere del senatore repubblicano John McCain nella corsa per le presidenziali del 2008 e del repubblicano Mit Romney nella sua sfida contro il presidente in carica Barack Obama nel 2012. Successivamente ha abbandonato il partito repubblicano in polemica con Trump.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Tradurre il suo intervento sarebbe stato troppo lungo e si pu\u00f2 dubitare che molti avrebbero avuto il tempo per leggerlo tutto. Si \u00e8 preferito perci\u00f2 farne una sintesi in due pagine. Chi ha voglia di leggere l\u2019originale in inglese pu\u00f2 trovarlo qui.<br \/>\n<a href=\"https:\/\/www.washingtonpost.com\/opinions\/2023\/11\/30\/trump-dictator-2024-election-robert-kagan\/\">https:\/\/www.washingtonpost.com\/opinions\/2023\/11\/30\/trump-dictator-2024-election-robert-kagan\/<\/a><span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In questa Newsletter proponiamo tre articoli di nostra traduzione tratti dalla stampa americana, non disponibili su quella italiana. I primi due sono dedicati alla guerra in Medio Oriente, il terzo alla crisi della democrazia americana. 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