{"id":2139,"date":"2022-06-02T19:32:53","date_gmt":"2022-06-02T17:32:53","guid":{"rendered":"http:\/\/www.forumdilimena.com\/?p=2139"},"modified":"2022-06-02T19:53:50","modified_gmt":"2022-06-02T17:53:50","slug":"che-significa-oggi-vincere-o-perdere-una-guerra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.forumdilimena.com\/?p=2139","title":{"rendered":"Che significa oggi vincere o perdere una guerra?"},"content":{"rendered":"<p>Il presidente degli Stati Uniti Biden ha accompagnato la richiesta al Congresso di uno stanziamento eccezionale e cospicuo per aiuti militari all\u2019Ucraina con un infuocato discorso in cui ha scandito: \u201cPutin non deve vincere la guerra\u201d. Il segretario alla Difesa Austin ha rincarato la dose a Ramstein, affermando che \u201cl\u2019Ucraina pu\u00f2 vincere la guerra\u201d. Nei talk show italiani autorevoli intellettuali democratici sostengono che non \u00e8 progressista pensare che gli ucraini non possano vincere la guerra. Insomma, il tema della vittoria (e della sconfitta) \u00e8 sempre pi\u00f9 al centro delle retoriche pubbliche attorno alla guerra. Ma ascoltare questi slogan o questi ragionamenti lascia un poco perplessi. Cosa significa infatti precisamente \u201cvincere\u201d o \u201cperdere\u201d una guerra come quella russo-ucraina in corso?<\/p>\n<p>Ho l\u2019impressione che si possa rispondere a questa domanda solo se si prova a decodificare una cultura ambientale non del tutto ovvia rispetto a queste tematiche. Esiste ai miei occhi un\u2019ombra lunga in materia: una visione degli esiti dei conflitti condizionata dal fantasma della \u201cguerra totale\u201d della prima parte del Novecento. Ricordiamoci infatti che l\u2019esperienza della guerra prese un carattere del tutto inedito e particolare proprio a partire dallo scontro totale tra Stati-nazione sviluppatosi nella Prima guerra mondiale, all\u2019ombra dell\u2019inedito conflitto di logoramento nazionalistico tra grandi potenze industriali. Da quella tragica vicenda, si continu\u00f2 linearmente a muoversi nella stessa direzione fino allo scontro globale di sistemi ideologici che matur\u00f2 nel secondo conflitto mondiale, particolarmente dopo l\u2019Operazione Barbarossa e Pearl Harbor. La guerra divenne in questo lasso di tempo sempre pi\u00f9 \u201ctotale\u201d, cio\u00e8 scontro militare senza possibili mediazioni, senza limiti politici: uno scontro con caratteri sempre pi\u00f9 estesi e profondi (coinvolgendo non a caso per la prima volta ampiamente le popolazioni civili). La guerra totale aveva un corrispettivo chiaro: la vittoria non poteva che essere parallelamente totale. Distruzione di un sistema, di un governo, punizione di un popolo \u201ccolpevole della guerra\u201d (si ricordi l\u2019antistorica definizione contenuta nel trattato di Versailles del 1919 sulla Germania). Fino all\u2019apocalittica immagine della primavera del 1945, con le truppe russe a Berlino e gli angloamericani sull\u2019Elba a spazzar via ogni parvenza di statualit\u00e0 tedesca, oltre che il regime nazista.<\/p>\n<p>In fondo, anche la Guerra fredda sviluppatasi dalla rottura della grande coalizione internazionale antifascista \u00e8 stata una guerra totale simbolica del tutto analoga a quel modello: non poteva infatti immaginarsi un compromesso o una mediazione duratura tra i grandi rivali, bench\u00e9 questi nuovi avversari non combattessero militarmente tra loro una terza guerra mondiale (almeno a livello globale e soprattutto in Europa, dove lo scontro aveva avuto inizio). Ogni sistema pensava se stesso come assoluto, con una carica ideologica in cui giustamente qualcuno ha notato afflati sostanzialmente religiosi. E quindi la stessa distensione raggiunta tra gli anni Sessanta e Settanta non fu mai qualcosa di simile a una vera pace, ma solo una tregua istituzionale. E la guerra fin\u00ec effettivamente solo per implosione di uno dei due contendenti, nel 1989-1991. Un esito peraltro imprevisto e impreparato, ma tant\u2019\u00e8. La fine del comunismo sovietico \u2013 pressoch\u00e9 incruenta che fosse \u2013 non faceva che confermare la logica della guerra e della vittoria totale. Tanto che la conseguenza fu una mera estensione ad Oriente delle regole del sistema occidentale-globale costruitosi nei quarant\u2019anni precedenti e ora tranquillamente autodefinitosi come strutturalmente globale.<\/p>\n<p>Non era sempre stato cos\u00ec. Non c\u2019\u00e8 bisogno che di accennare al fatto che prima del 1914 in Europa si era conosciuto un lungo periodo storico di guerre limitate, circoscritte, controllate, regolate anche dal punto di vista del diritto. Pensate soprattutto al \u201clungo Ottocento\u201d e alle guerre di unificazione nazionale italiana e tedesca, alle guerre bismarckiane o anche a quelle balcaniche. Tipicamente fedeli alla riflessione famosissima (ma spesso impropriamente considerata) di Carl von Clausewitz: \u201cLa guerra non \u00e8 che la continuazione della politica con altri mezzi\u201d. La guerra totale novecentesca ebbe invece propriamente il significato di divaricare politica e guerra. Qui risiedeva uno degli aspetti dirompenti della Prima guerra mondiale nella coscienza europea: avviare una totalizzante \u201cguerra civile\u201d nel cuore di una civilt\u00e0 comune, che aveva precedentemente tentato di normalizzare e limitare la guerra, con qualche successo. La politica avrebbe propriamente ripreso solo quando la guerra avesse finito il suo corso.<\/p>\n<p>In sostanza, possiamo ancora oggi ragionare cos\u00ec? Credo proprio di no. Gi\u00e0 la gran parte delle guerre locali extraeuropee connesse alla Guerra fredda, proprio perch\u00e9 nessuno dei Grandi voleva che costituissero l\u2019innesco di una sempre possibile Terza guerra mondiale, si conclusero con una condizione di provvisoria definizione, di interruzione (e magari di ripresa successiva), o di mediazione, in una soluzione compromissoria. Pensate alla Corea nel 1953, al conflitto arabo-israeliano, al conflitto indo-pakistano. Fece eccezione in questo senso il Vietnam, dove la disfatta americana si prolung\u00f2 due anni dopo il ritiro negoziato da Kissinger, con l\u2019arrivo a Saigon delle truppe del Nord comunista e il crollo totale del regime di Van Thieu.<\/p>\n<p>Dopo il 1991 le cose non sono molto cambiate, nonostante la fine del bipolarismo. Ancora una volta sono riprese situazioni di guerre inconcluse, provvisoriamente bloccate da armistizi, congelate in situazioni <em>de facto<\/em>, non riconosciute universalmente ma in fondo durature sul campo. Pensate al conflitto armeno-azero sul Nagorno Karabakh, alla secessione non riconosciuta della Transnistria dalla Moldova, alla stessa vicenda della Georgia, con le due regioni dell\u2019Abhasia e dell\u2019Ossezia del Sud, abitate significativamente da russi, che si sottrassero al controllo del governo georgiano. E non dimentichiamo che il primo intervento militare russo fuori dai propri confini, nell\u2019era di Putin, avvenne proprio nella Georgia del 2008, e si concluse con la riaffermazione di questa situazione <em>de facto<\/em>, che il governo di Tbilisi aveva provato a sovvertire. Cio\u00e8 senza vittorie o sconfitte \u201ctotali\u201d.<\/p>\n<p>Certo, qualcuno pu\u00f2 ricordare che quando nelle guerre locali si verific\u00f2 l\u2019intervento della superpotenza americana, ci furono condizioni di vittoria totale sul campo. Regimi che crollarono, reimpostazioni della politica del paese sconfitto (Afghanistan del 2002, Iraq del 2003) e tentativo non particolarmente felice di impiantarvi la democrazia, secondo la logica neoconservatrice. Anche in questo caso, per\u00f2, non dobbiamo esagerare a leggere il modello dell\u2019eversione totale del nemico come unificante. Anzi, i conflitti della <em>Global war on terrorism<\/em> di Bush jr. sembrano quasi costituire un\u2019eccezione. Nel 1991 la guerra del Golfo aveva visto Bush sr. scegliere di lasciare Saddam Hussein al suo posto, dopo aver liberato il Kuwait, ritirando le truppe di occupazione. Se leggiamo su questa lunghezza d\u2019onda altre situazioni, non possiamo sorprenderci di trovare impostazioni simili. Il caso della Bosnia mi pare del tutto istruttivo: l\u2019intervento militare breve e selettivo degli Stati Uniti clintoniani nel 1995 port\u00f2 a bloccare l\u2019aggressione serba nella guerra civile, ma l\u2019esito della successiva imposta pace di Dayton fu una divisione di fatto (quanto duratura e permanente) del Paese tra le due parti in conflitto, che accettava sostanzialmente le conseguenze della precedente \u201cpulizia etnica\u201d, pagando questo indubbio costo morale e politico, per ottenere la fine delle ostilit\u00e0 e della lunga catena di violenze. La vittoria non fu quindi totale, ma port\u00f2 a una pace di sostanziale compromesso.<\/p>\n<p>Il caso russo-ucraino pu\u00f2 essere catalogato sotto una situazione tipica da \u201cguerra totale\u201d, che chiederebbe quindi una vittoria coerente? Mi pare impossibile sostenerlo. La Russia ha lanciato un\u2019offensiva sconsiderata e ambiziosissima, che sembrava quasi preludere alla volont\u00e0 di occupare ampiamente il territorio della repubblica confinante, per \u201cdenazificarlo\u201d (cambiare il governo e forse il regime istituzionale) e assieme \u201cproteggere la popolazione russofona\u201d (che voleva dire potenzialmente correggere i confini oltre la situazione <em>de facto,<\/em> creatasi nel 2014, della secessione delle due Repubbliche del Donbass). Ha ottenuto risultati militari coerenti? Direi proprio di no, tanto che ha dovuto correggere la prospettiva della guerra, concentrandola a quanto pare nelle ultime settimane nella regione sudorientale del Paese.<\/p>\n<p>L\u2019Ucraina ha saputo resistere alla prima offensiva, cosa non scontata, grazie anche all\u2019aiuto internazionale. Ma per Kyiv cosa significa \u201cvincere\u201d? Ha una possibilit\u00e0 remota di scacciare tutte le truppe straniere dal proprio territorio e invertire l\u2019offensiva fino a provocare un crollo militare e anche politico del regime di Putin? Difficile ipotizzarlo, allo stato delle conoscenze.<\/p>\n<p>Se allora la vittoria non sembra poter essere per nessuno dei due antagonisti una vittoria totale, non dovrebbe essere logico che la \u201ccomunit\u00e0 internazionale\u201d nel suo insieme \u2013 e primi entro di essa i paesi occidentali, sostenitori dei valori del diritto, della convivenza pacifica, della cooperazione multilaterale \u2013 premesse sui protagonisti per trovare un modo di fermare la guerra? Il presidente Mattarella ha parlato di ritorno allo \u201cspirito di Helsinki\u201d, che mi pare un ottimo riferimento. La Conferenza per la sicurezza e la cooperazione europea approv\u00f2 nel 1975 un atto finale, accettato dalle due parti contrapposte del continente, pur divise profondamente da ideologie rivali. Dove si affermava l\u2019inviolabilit\u00e0 (non l\u2019immodificabilit\u00e0) dei confini e si accettava il principio comune dei diritti umani almeno formalmente come comune sfondo dei due sistemi. L\u2019idea di molti protagonisti di quelle trattative, forse non di tutti, era che questi elementi (la cooperazione, il negoziato, il mutuo riconoscimento) potessero ammorbidire col tempo anche la rigidit\u00e0 della \u201ccortina di ferro\u201d. E il 1989 avrebbe dimostrato qualche effetto positivo di quell\u2019approccio. Oggi siamo meno impacciati di allora da orizzonti ideologici rigidi. Non dovrebbe essere impossibile immaginare un\u2019azione convergente per premere sui contendenti (necessariamente soprattutto sull\u2019aggressore russo) per costruire un processo di conclusione delle ostilit\u00e0 e recuperare un livello di convivenza minimale per tutti gli attori in gioco. In questo compromesso, magari criticabile e senz\u2019altro contingente, ci potranno essere forme diverse di soddisfazione di ciascuno. Senza sconfitte n\u00e9 vittorie totali. Occorre uscire definitivamente dall\u2019ombra lunga dell\u2019et\u00e0 primo-novecentesca della catastrofe.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il presidente degli Stati Uniti Biden ha accompagnato la richiesta al Congresso di uno stanziamento eccezionale e cospicuo per aiuti militari all\u2019Ucraina con un infuocato discorso in cui ha scandito: \u201cPutin non deve vincere la guerra\u201d. Il segretario alla Difesa Austin ha rincarato la dose a Ramstein, affermando che \u201cl\u2019Ucraina pu\u00f2 vincere la guerra\u201d. 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