Una chiesa lacerata

Dell’eredità di Francesco fa parte anche una Chiesa lacerata, spossata dalla lunga guerra ci­vile interna, incerta sulla via da imboccare. Il papa argentino ha aperto brecce, ha spalancato finestre, ha rotto vecchi schemi. Ha spazzato via la secolare ossessione del cattolicesimo sulle que­stioni sessuali. Ha portato al centro la questione femminile nella Chiesa, per la prima volta ha fatto partecipare le donne con po­teri decisionali a un consesso di vescovi e all’inizio del Giubileo ha nominato una suora prefetto di un dicastero vaticano: una novità assoluta. E un’altra suora è diventata “governatrice” dello stato Città del Vaticano.
Credenti e non credenti si sono accorti della scossa che ha dato alla Chiesa: ha fatto prevalere l’atteggiamento del sama­ritano sulla durezza dei doganieri delle anime. La sua Chiesa, dice il cardinale Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo, non è la «Chiesa senza umanità, dove la gente si sentiva rigettata e offesa».
Ma la rivoluzione dall’alto, in cui molti fedeli speravano, non si è completata. La spaccatura fra tradizionalisti e rifor­matori è stata verticale. In certi gruppi conservatori si è conso­lidato il rancore per i cambiamenti, in alcune frange di rifor­matori è cresciuta la delusione. E intanto hanno fatto la loro apparizione forze centrifughe improntate a un nazionalismo ecclesiale. Soprattutto, negli anni di pontificato di Bergoglio non è cresciuto un forte movimento di fedeli, teologi e ve­scovi impegnati pubblicamente (come ai tempi del Concilio Vaticano II) per un rinnovamento della Chiesa secondo le li­nee delineate dal papa. Vescovi esitanti, preti arroccati, fe­deli inerti caratterizzano il panorama. «Le generazioni del dopo-Concilio erano giganti – sospira il cardinale Hollerich, che è stato relatore generale al sinodo ed è vicepresidente del Consiglio delle conferenze dei vescovi d’Europa – e io mi vedo molto piccolo. Dobbiamo salire sulle loro spalle».
Europa e Stati Uniti, continua, hanno prodotto negli anni passati un’estenuante polarizzazione ecclesiale, che provoca un regresso verso il passato. Invece la Chiesa del domani do­vrebbe essere una comunità in cui c’è spazio per progressisti e conservatori, nel senso di un’accettazione comune del cam­mino missionario da compiere anche se alcuni si muovono più lentamente.
«La polarizzazione – concorda il cardi­nale Tolentino – ha rappresentato un impoverimento. Perché non deve mancare la possibilità di ascoltare l’altro e accettare la diversità: la qualità della Chiesa è di essere un corpo eterogeneo».
Tuttavia, le difficoltà emerse nel regno di Bergoglio non derivano soltanto dallo scontro tra i diversi partiti ecclesiali. La società post-cristiana dell’area euro-statunitense sta assi­stendo al disfarsi delle strutture ecclesiastiche tradizionali. «Quando ero ragazzo – afferma il sessantasettenne Hollerich – a Lussemburgo c’erano settecento sacerdoti, si andava a messa con la scuola e il prete veniva in classe tre volte la setti­mana. Oggi i sacerdoti in diocesi sono settanta». Esempi simili si trovano in innumerevoli diocesi. Padre Federico Lombardi, per lunghi anni portavoce di Benedetto XVI e attualmente presidente della Fondazione Ratzinger, vede il pericolo di un ritirarsi della Chiesa e della fede dalle società occidentali: il ri­schio, come diceva il papa tedesco, di un “tramonto di Dio”. Nell’anno giubilare, su Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, si può leggere che la sfida per la Chiesa non è più l’ateismo ma l’indifferenza radicale di chi pensa che Dio può anche esistere però è irrilevante per la propria vita.