Nazionalismo cristiano. Una minaccia per la pace, una sfida per le chiese

“Il nazionalismo è la guerra”
[François Mitterand, Discorso al Parlamento europeo del 17 gennaio 1995]

“Gesù è il mio salvatore, Trump è il mio candidato”
[slogan gridato nelle piazze USA]

Se la chiesa americana non si ribella con coraggio,
la civiltà occidentale sarà qualcosa di cui parleremo ai nostri nipoti
[Charlie Kirk, 2023]

Un profilo esemplare
Da qualche anno in America si parla con frequenza crescente di “nazionalismo cristiano”, una denominazione da noi assente. Questa terminologia è entrata con più forza nel dibattito pubblico da quando una deputata molto nota, eletta per il partito repubblicano al congresso – Marjorie Taylor Greene – si è apertamente identificata come nazionalista cristiana e ha chiesto al Partito Repubblicano di fare lo stesso.
“Dobbiamo essere il partito del nazionalismo e io sono cristiana, e lo dico con orgoglio, dovremmo essere nazionalisti cristiani” (23 luglio 2022). Il nazionalismo cristiano “non è nulla di cui aver paura” – ha dichiarato– e ha aggiunto che il “movimento” risolverà il problema delle sparatorie nelle scuole e dell’immoralità sessuale in America. Dopo le critiche ricevute per aver rivendicato questa identità, ha scritto in un tweet: “Sono stata attaccata dalla sinistra senza Dio perché ho detto di essere una fiera nazionalista cristiana”. Successivamente ha iniziato a vendere gadget – una maglietta con la scritta “Proud Christian Nationalist” [orgoglioso nazionalista cristiano] – sul suo profilo Instagram, invitando a condividere “il tuo amore per la nostra grande nazione con questa maglietta”.
Non è inutile dedicare un po’ di spazio al personaggio, perché dice molto di queste figure dai toni “apocalittici” che solcano la politica statunitense. Marjorie Taylor Greene, ex cattolica poi passata a una chiesa evangelica, è una figura importante del movimento MAGA (Make American Great Again). Nota per avere dato credito alla teoria del complotto QAnon[1] la Greene si è distinta come una delle più accese sostenitrici di Donald Trump. Prima di candidarsi al Congresso, ha sostenuto le richieste di perseguire penalmente politici di spicco del Partito Democratico, tra cui Hillary Clinton e Barack Obama. In qualità di parlamentare ha equiparato il Partito Democratico ai nazisti e ha paragonato le misure di sicurezza del COVID-19 alla persecuzione degli ebrei durante l’Olocausto, un paragone di cui in seguito si è scusata. Durante l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, Greene ha promosso la propaganda russa e ha elogiato Vladimir Putin. Pochi giorni dopo l’insediamento di Joe Biden, ha presentato contro di lui richiesta di impeachment per presunto abuso di potere.
Il 21 aprile 2025, poche ore dopo l’annuncio della scomparsa di Papa Francesco, la Greene ha inviato un tweet nel quale si leggeva: “Oggi ci sono stati grandi cambiamenti nella leadership globale. Il male è stato sconfitto per mano di Dio”. Già in passato aveva attaccato duramente Papa Francesco e la Chiesa cattolica, accusandoli di essere troppo aperti verso migranti, poveri e minoranze. In una dichiarazione rilasciata il 27 aprile del 22 ha sostenuto di credere che i vescovi cattolici siano “satanici” e li ha accusati di “distruggere la nostra nazione” attraverso il loro sostegno ai migranti. Si può immaginare che oggi pensi la medesima cosa di Papa Leone.
Negli ultimi mesi la Greene ha sostenuto la necessità che il Congresso pubblicasse i files relativi alle vicende di Jeffrey Epstein [il noto criminale statunitense, arrestato e condannato per abusi sessuali e traffico internazionale di minori]. Ciò ha portato la Greene a scontrarsi con Trump che invece si opponeva alla pubblicazione. Il presidente ha attaccato la Greene, definendola una “traditrice”. In conseguenza di ciò il 21 novembre lei ha annunciato che lascerà il proprio seggio alla Camera dei Rappresentanti all’inizio del prossimo anno.

Che cos’è il nazionalismo cristiano
Il nazionalismo cristiano è la forma specifica di un fenomeno più ampio e diffuso, il nazionalismo religioso o, più correttamente, etno-religioso. Il nazionalismo etno-religioso può essere descritto come una tendenza ideologica che considera una determinata religione il fondamento (matrice) dell’identità nazionale di un popolo. Si tratta di un vero e proprio “quadro culturale” attraverso cui le persone interpretano il loro mondo sociale e agiscono al suo interno.
Questo rientro in gioco delle religioni avviene perché gli stati e le politiche identitarie etno-nazionali da loro sostenute hanno bisogno di una legittimazione simbolica che affidandosi solo al ritorno del nazionalismo o al revival etnico, presi separatamente dalla religione, non potrebbero vantare (E. Pace, 2025).
Chi si identifica con questo tipo di nazionalismo tende a vedere nella religione la base su cui definire, in forme più o meno dirette, un programma politico.
Ad esempio molti in America pensano che gli Stati Uniti siano una nazione cristiana o che dovrebbe esserlo. Altrettanti pensano inoltre che questa identità cristiana sia oggi indebolita, che ciò minacci la democrazia americana e, in modo intrecciato, la (propria) chiesa. L’identità cristiana dovrebbe perciò essere restaurata e le leggi dovrebbero fondarsi su valori cristiani. Si afferma cioè un quadro culturale che idealizza e sostiene la fusione tra una certa idea del cristianesimo e l’identità nazionale.
C’è qualcosa di vecchio in tutto questo, ma c’è anche qualcosa di nuovo. Negli Usa, a ben guardare, c’è sempre stato un animo religioso conservatore, ma negli anni 90 esso pensava ancora di essere un faro della libertà dei popoli. Oggi quella cultura conservatrice è diventata tradizionalista, si è spostata a destra e ha adottato modi fondamentalisti. Quello che era l’internazionalismo americano si nazionalizza, sintetizza Massimo Faggioli.
Nasce il nazionalismo cristiano, che costituisce una certa forma di manifestazione pubblica della religione. Le persone che si identificano come cristiane e nazionaliste manifestano il desiderio di vedere il cristianesimo – ma meglio sarebbe dire il loro modo di intenderlo – privilegiato nella sfera pubblica, nella definizione dell’identità nazionale, nei simboli sacri e nelle politiche pubbliche. In forma più secca, ma forse più vicina agli intenti di chi si ritiene “orgogliosamente” nazionalista cristiano, il cristianesimo dovrebbe controllare il potere. Come ha detto, parlando durante la campagna elettorale, la deputata repubblicana del Colorado Lauren Boebert, una cristiana “rinata” evangelica, nota per essere proprietaria dello Shooters Grill, un ristorante a Rifle (Colorado) dove il personale viene incoraggiato a portare apertamente armi da fuoco: “La Chiesa dovrebbe guidare il governo, il governo non dovrebbe guidare la Chiesa”.
L’identità personale in questo quadro culturale viene ridefinita in termini molto simili a una identità di tipo etnico. Si ragiona in termini di “my people”, la “gente come me”, “uno come me”. Il nazionalismo cristiano è una risposta alla domanda che cosa significa essere americani; più a questo in verità che alla domanda cosa significa essere cristiani, anche se implica una certa idea di cosa dovrebbe voler dire esserlo.
Dire che gli Usa sono una nazione cristiana vuol dire allora che è la mia nazione e non la tua, e tu perciò non hai alcun diritto di essere qui, mentre abbiamo il diritto, se ci pare, forse anche il dovere, di rimandarti a casa se la tua presenza inquina l’identità del nostro paese.

Fenomenologia del nazionalismo cristiano
Alcuni aspetti di questa cultura possono sembrare, ad un europeo, bizzarri. Ma si tratta di una visione del mondo ben strutturata, non di una semplice accozzaglia di spunti casuali. Whitehead e Perry hanno trovato con una loro importante ricerca che l’identificarsi come nazionalisti cristiani è un predittore degli orientamenti e delle preferenze più forte delle opinioni politiche e delle credenze religiose.
Per fare un esempio, anche nel campo delle reazioni alla pandemia l’identificarsi come nazionalista cristiano si dimostra un predittore molto potente dei comportamenti. I nazionalisti cristiani non mantengono le distanze, non usano la mascherina, vanno al ristorante, vanno a feste con più di 20 persone, si oppongono alle restrizioni, ritengono che si debba prima di tutto proteggere l’economia e che si possono sacrificare un po’ di anziani per salvarla.
Gli elementi costituivi dei nazionalisti sono il nativismo, il suprematismo bianco, una immagine patriarcale della famiglia, il militarismo, una preferenza per il controllo autoritario della vita sociale.
È bene comprendere che essi vedono il mondo in modo davvero diverso. Alcuni approfondimenti possono contribuire a chiarire in che modo.
– La convinzione che Dio abbia un piano particolare per questa nazione. Per attuarlo dobbiamo osservare le leggi di Dio (come loro le definiscono, of course). Chi non le segue non ha gli stessi diritti di chi lo fa.
– Questo paese è nostro perché Dio ce l’ha dato e dobbiamo fare tutto il possibile per riprendercelo. È l’idea che fa da sfondo all’assalto a Capitol Hill.
– Si ritiene che il mondo sia un posto caotico, per cui abbiamo bisogno di leader forti che prendano il controllo e assicurino l’ordine, se è necessario usando anche la violenza. I fini per questo gruppo di persone giustificano piuttosto grossolanamente i mezzi.
– Alcuni di loro, tra i più giovani, pensano che il mondo stia andando a rotoli e non c’è nulla che si può fare per evitarlo. Si può solo rimanere “fedeli”. A un certo punto arriverà Gesù e si porterà via i cristiani. Altri al contrario pensano che molto si possa fare se, come appena detto, la nazione ridiventa, con le buone o con le cattive, cristiana.
– Un forte senso di tradizionalismo morale. Dovrebbe essere chiaro chi sta in alto e chi sta in basso e questa distinzione ruota intorno al genere e alla sessualità.
– L’idea che vi sia un rigido confine etnico-razziale attorno all’identità nazionale, alla partecipazione civica e all’appartenenza sociale. I nazionalisti cristiani tendono ad opporsi ai matrimoni e alle adozioni interraziali.
– I nazionalisti cristiani si oppongono al controllo delle armi. A loro avviso il secondo emendamento[2], in una costituzione che si ritiene essere cristianamente ispirata, viene da Dio. La violenza non si riduce proibendo le armi, ma diventando cristiani. Tutti i problemi si risolverebbero se si diventasse cristiani…
Molti nazionalisti cristiani vanno spesso in chiesa, ma se si considerano coloro che hanno un alto livello di pratica religiosa e che sono cristiani non nazionalisti, questi si caratterizzano per valori opposti a quelli appena indicati: di apertura, antirazzismo, solidarismo, ecc.
Questa evidenza rilevata dalle ricerche – per inciso – è importante perché significa che non è la religione in quanto tale a spingere nella direzione dei valori fatti propri dal nazionalismo cristiano, ma il fatto di riconoscersi in un certo quadro culturale, che tenta di legare nazione, razza e religione. Per dirla diversamente, oggi non è la religione che ispira una certa idea politica; piuttosto è una certa ideologia politica che spinge verso un certo modo di pensare la religione.

Le motivazioni
Capire le ragioni che hanno indotto a un viraggio verso il nazionalismo cristiano esigerebbe più spazio. I fattori sono molti. Lo si potrebbe ritenere un effetto (paradossale) della secolarizzazione, in qualche modo influenzato dall’immigrazione. I sociologi hanno considerato a lungo gli Stati Uniti un paese meno secolarizzato dell’Europa. Ma di recente le spinte alla disaffiliazione religiosa si sono fatte più forti e certe aree del paese, disposte soprattutto lungo le due coste, quella atlantica e quella pacifica, hanno adottato stili di vita e identità religiose (o non religiose) fortemente laiche e liberal.
La crescita della popolazione immigrata ha inoltre progressivamente ridotto la diffusione degli americani denominati Wasp (white anglo-saxon protestant), e cioè la popolazione “bianca” di origine anglosassone e di cultura protestante, che tende a considerarsi la vera rappresentante dell’America. Questi due fattori uniti ad altri, di natura più economica e sociologica, generano in una parte della popolazione un’ansia per un America che non è più né bianca, né cristiana e sta diventando un paese che “non è più il mio”. Si cerca allora nella religione cristiana, intesa in un certo modo, il fondamento cui appoggiarsi e su cui chiamare tutti i credenti all’azione. Per questa via si può pensare che la paura derivante da questa visione di perdita possa essere sconfitta: tu hai Dio dalla tua parte e hai potere perché Dio è dalla tua. Difficile trovare qualcosa di più potente di quando la tua idea politica ti appare fondata sul sacro.
Durante l’assalto a Capitol Hill si sbandieravano striscioni con la scritta “Gesù salva” e “Gesù è il mio salvatore, Trump è il mio candidato”. Trump è stato visto come una risposta, colui che collabora con il “salvatore” nel salvare l’America. Egli può essere considerato allora come una sorta di nuovo Costantino, capace di vincere nel segno della croce (in hoc signo…) , nonostante che la situazione sembrasse, allora come oggi, sfavorevole.

La diffusione
Il nazionalismo cristiano pare avere, negli USA, una diffusione rilevante; non è maggioranza, ma non è certo trascurabile, tanto più che oggi ha avuto accesso alle stanze del potere. Secondo la ricerca condotta da Whitehead e Perry coloro che abbracciano il nazionalismo cristiano (gli “ambasciatori”) sono circa il 20% della popolazione. Coloro che dicono che il cristianesimo ha un ruolo importante nella storia americana, può fare del bene alla società attuale, ma non sono convinti debba essere privilegiato apertamente (gli “accomodanti”) sono circa un terzo della popolazione. Gruppi così individuati esistono in tutte le affiliazioni religiose, in quelle protestanti, come in quella cattolica ed anche in chi non è affiliato a nessuna denominazione cristiana. Quest’ultimo fatto non è poi così strano, perché si tratta di una certa idea della civiltà occidentale cristiana. È il mito della nazione cristiana e si costituisce come un marcatore etnico-religioso.
Whitehead e Perry ritengono che il nazionalismo cristiano continuerà a far parte ancora per un pezzo della politica americana. Donald Trump ha assunto pienamente questo genere di rettorica adottando il linguaggio della lotta contro il male. Difenderò il cristianesimo, la Bibbia (“il mio libro preferito”), perfino Dio, ha detto.

L’opposizione
L’esistenza dei nazionalismi a fondamento religioso determina una situazione critica all’interno delle chiese. Perché mette in luce differenze assai rilevanti nei modi di intendere il cristianesimo, suscita conflitti e tende a dare verso l’esterno una rappresentazione così diversificata della religione da renderne difficile l’identificazione. Cosa vuol dire essere cristiani se le risposte che vengono date sono così diverse? Alcuni studiosi in America hanno visto in questa presenza di un cristianesimo tradizionalista e fondamentalista, poco disposto al dialogo, le ragioni per cui una parte crescente di giovani sta abbandonando le chiese cristiane.
In alcuni contesti si sono manifestati allora delle forme di opposizione esplicita al nazionalismo cristiano, di cui possiamo dare solo alcuni cenni.
Le posizioni assunte dalla chiesa ortodossa russa in ordine alla guerra in Ucraina ad esempio, hanno visto l’opposizione di altre chiese ortodosse. Gruppi di teologi hanno argomentato contro la teologia del Ruski mir e della guerra santa.
Negli Usa il Baptist Joint Committee for Religious Liberty (BJC, Comitato congiunto battista per la libertà religiosa), un’importante organizzazione cristiana che difende la libertà religiosa per tutti e la separazione tra Chiesa e Stato, ha lanciato l’iniziativa Christians Against Christian Nationalism (Cristiani contro il nazionalismo cristiano) per contrastare l’ideologia politica dei nazionalisti, che considera una minaccia alla democrazia e alla vera fede, unendo i cristiani per promuovere il pluralismo religioso e sostenere i principi costituzionali. Il BJC fornisce risorse, sostegno e supporto alle organizzazioni locali, sottolineando che la libertà religiosa richiede libertà per tutti, non solo per i cristiani, e si oppone alla fusione dell’identità cristiana con l’identità nazionale.
C’è un sito che si propone senza mezzi termini il seguente obiettivo: “Come porre fine al nazionalismo cristiano”. Questo è anche il titolo di un libro proposto come lo strumento indispensabile per contrastarlo. Gli autori credono infatti “che esso minacci la nostra fede e il nostro Paese”. Il libro si propone di distinguere il nazionalismo cristiano dagli insegnamenti di Gesù. È una “guida essenziale per i cristiani allarmati dalla crescente ondata di nazionalismo cristiano ma incerti su come contrastarla”.
In Italia la questione del nazionalismo cristiano è poco avvertita. Per ragioni tutto sommato comprensibili. Quando la politica li ha provocati i vescovi italiani si sono dimostrati refrattari a farsi coinvolgere nel nazionalismo religioso, perché evidentemente sono consapevoli che la teologia del Vaticano II è incompatibile con esso, ma anche perché, come ha sottolineato Faggioli, “L’Italia è così poco nazionale da non essere capace di essere nazionalista”.
Se però si esce dal nostro contesto e si allarga lo sguardo a considerare la “cattolicità” nel suo insieme, come si deve pur fare, il nazionalismo cristiano emerge come un fenomeno che non può essere sottovalutato e merita di essere discusso. Per ragioni non di poco conto.
Perché i movimenti nazionalisti di ispirazione religiosa – scriveva Civiltà Cattolica due anni fa – sono tra i fattori più pericolosi che oggi possono portare al conflitto e costituiscono una grave minaccia per l’umanità.
Perché il nazionalismo religioso rischia di generare pericolose spaccature nelle chiese, fino a metterne in discussione la loro stessa sopravvivenza. Le religioni si presentano oggi come un “campo di battaglia”, spesso mascherato, ma non meno reale, tra componenti moderate e posizioni oltranziste.
È successo infatti qualcosa di nuovo e ancora non sufficientemente avvertito. Un tempo i gruppi fondamentalisti erano largamente minoritari. Oggi la loro presenza ed efficacia si sono allargate e – questo è fondamentale – sono diventati politicamente attivi. Ci ritroviamo perciò, dentro la stessa religione, da un lato con un discorso religioso iper-politicizzato e iper-attivo e dall’altra con un’ispirazione religiosa asettica e depoliticizzata, passiva di fronte al fondamentalismo nazionalista, inconsapevole dei rischi che esso pone. Non pochi cristiani pensano ancora, che la religione viva eminentemente entro le sacrestie, mentre altri se ne sono usciti, si battono in modo proattivo nelle arene politiche e, purtroppo, non hanno proprio l’aria di voler costruire un “mondo di fratelli”. Siamo al paradosso che ad aver accolto il messaggio di Francesco per “una chiesa in uscita” sembrano essere stati più i fondamentalisti che gli altri.

Sinodalità e nazionalismo cristiano
Un’ultima questione riguarda il modo in cui dovrebbero essere affrontate le differenze che solcano le confessioni cristiane e la stessa chiesa cattolica, nel nuovo regime di sinodalità e di dialogo ecumenico verso cui si intende andare. Per riassumere questa nuova forma della Chiesa il “Documento di lavoro per la tappa continentale” ha usato una immagine presa da Isaia: “Allarga lo spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio, allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti” (Is 54,2). C’è qui l’idea generosa che si debba “allargare”, la tenda e che ciò “richiede di accogliere altri al suo interno, facendo spazio alla loro diversità” (n. 28). Nella tenda in un certo senso dovrebbe esserci posto per tutti; in una chiesa davvero plurale. E non si può che apprezzare questa idea di una chiesa che si apre al mondo e, lungi dall’escludere, intende includere.
Ma in tempi come quelli attuali, in cui si manifestano diversità radicali come quelle messe in luce dall’analisi del nazionalismo cristiano, bisogna essere consapevoli anche della complessità del compito e interrogarsi seriamente su come si affrontano tali diversità, su come si mettono in relazione tra di loro e, diciamolo pure, se si possono effettivamente mettere in relazione tra loro. Anche perché “La struttura della tenda deve [prosegue il documento] mantenere in equilibrio le diverse spinte e tensioni a cui è sottoposta: una metafora che esprime la necessità del discernimento” (n. 27). Come potrebbe svilupparsi allora la compresenza nella chiesa di posizioni nazionaliste nel senso qui descritto e di sensibilità opposte che cercano di andare nella direzione, apparentemente opposta, della fratellanza universale?
È meglio evitare di ritenere che si tratti di una questione facile, che basti cioè – come riterrebbe molto innocente buon senso ecclesiale – mettere a contatto sensibilità così diverse, eventualmente sotto l’obbligo morale della comprensione reciproca, nella speranza che le posizioni estreme rientrino e un qualche tipo di accettabile unità o di simpatia nella diversità possano essere ritrovate. Vediamo perché.

Il contatto non basta
In sociologia esiste una teoria chiamata “tesi del contatto”, formulata per la prima volta da Allport nel 1954. Secondo questa ipotesi i contatti sociali che mettono in relazione identità diverse possono attenuare i pregiudizi reciproci, e ciò tanto più facilmente se questi contatti sono orientati a un obiettivo. Quando ad esempio osserviamo che le stesse persone che hanno pesanti pregiudizi nei confronti della popolazione immigrata, riescono poi ad attenuarli quando parlano di immigrati conosciuti personalmente, stiamo notando una implicazione della tesi del contatto: conoscersi fa bene alle rappresentazioni sociali della diversità e perciò anche alle relazioni.
Venendo al nostro tema, l’idea condivisa era che anche il pregiudizio e l’intolleranza religiosa potessero essere attenuati dai contatti intergruppo. Questa ipotesi, in qualche modo tranquillizzante, sembrerebbe in sintonia con l’idea, diffusa negli ambienti ecclesiali, che le relazioni possano facilmente migliorare i rapporti e attenuare differenze o pregiudizi (la pedagogia dell’ascolto).
Una indagine condotta da Paula A. Dyure, Anand E. Sokhey, Jacobb Neihisel e Andrew R.Levis, appena pubblicata in Social Science Quarterly (settembre 2025) sembra condurre a conclusioni meno ottimiste.
Gli autori dell’indagine, condotta negli USA, si sono chiesti se l’ipotesi fosse ancora valida nel caso in cui tra gli attori implicati vi fossero gruppi fondamentalisti come quelli che qui abbiamo chiamato “nazionalisti cristiani”. Per validare i loro dubbi essi hanno condotta la loro indagine in gruppi caratterizzati da una visione “apocalittica”, convinti cioè che l’epoca in cui viviamo sia caratterizzata dall’avvento imminente di una catastrofe, o fine del mondo attuale, cui seguirà una rivelazione divina e un nuovo ordine. Si tratta di persone alle quali è stato insegnato che i cristiani sono perseguitati per le loro opinioni, che gli estranei sono governati dal male (dai demoni in senso letterale), che se dunque essi ottengono un vantaggio ciò avviene a scapito della costruzione del Regno di Dio, che la guerra spirituale è in corso e che presto diventerà una guerra fisica con le forze del male.
Che cosa avviene quando dei soggetti che hanno una visione di questo genere sono esposti alla diversità religiosa? Diventeranno più o meno estremisti? Sono queste le domande che si sono poste gli autori della ricerca. Vediamo allora le principali conclusioni cui sono giunti.
Contrariamente all’ipotesi del contatto coloro che hanno una visione apocalittica assumono una posizione più estrema quando sono circondati da una maggiore diversità.
Se l’altra parte è vista come demoniaca, allora non c’è alcun compromesso possibile e il contatto provoca il conflitto. Gli apocalittici si stanno preparando alla battaglia, credono che coloro con cui non sono d’accordo sono controllati dai demoni. Essi, inoltre, sono convinti che alla fine vinceranno, perché hanno l’esercito di Dio dalla loro parte. Perciò anche solo ascoltare le richieste dei gruppi esterni significherebbe rischiare il fallimento morale. Bisogna essere contro il “peccato della tolleranza”.
Non sono solo gli irreligiosi a rappresentare una minaccia. Anche le interpretazioni “liberali” della fede [le posizioni non rigide e non letteraliste] sono per loro una forma di apostasia che rischia di aprire la strada a ogni sorta di male. Per molti evangelici fondamentalisti dunque gli incontri con persone diverse non appaiono come interazioni con potenziali compagni di fede, ma sono la conferma che gli altri sono caduti vittime di una falsa religione, sono un segno dell’avvicinarsi della fine dei tempi.
Il contatto in definitiva funziona come una sorta di promemoria del fatto che la condivisione del potere con i gruppi esterni porterà alla fine dell’America cristiana, perché il nostro gruppo perderà potere, i nostri valori perderanno una posizione privilegiata e il successo della Nazione “benedetta da Dio” verrà contrastato.
Quando in sostanza un gruppo si caratterizza per una qualche teoria cospirativa, come accade nelle visioni di questo genere, le relazioni tra i gruppi ne risentono. Per gli apocalittici gli atti che non gradiscono hanno dietro di sé una cospirazione cosmica. Essi considerano la società americana al punto di rottura. Vedere che gli altri sono numerosi non costringe alla calma, ma è semmai una prova che il male si sta accumulando e che lo scontro finale è imminente. In tali condizioni gli apocalittici si trincerano, spingendosi ulteriormente verso gli estremi.

Domande che attendono qualche risposta
L’apertura pluralistica della chiesa che intende “allargare lo spazio della tenda” si trova dunque oggi, in un contesto come quello delineato tenendo conto del nazionalismo cristiano, di fronte a sfide di non poco conto. Il nazionalismo è messo in discussione dalla chiesa odierna (cfr. la rassegna curata da A. Zorzi in questa stessa News Letter). Ma detto questo cosa si fa?
Si pongono infatti domande come le seguenti: un sistema socio-religioso (una chiesa) che intende aprirsi in chiave pluralista deve imporre dei limiti al grado di pluralismo? Se sì quali, decisi come, con quali meccanismo di riduzione della diversità? Nel caso si intendesse ragionare in modo simile a come ragiona la scuola pluralista – unico limite è la violenza – e dunque non si ponessero limiti, come è possibile far convivere, porre in relazione, contemperare diversità rilevanti come quelle qui messe in luce?
L’esito del radicalizzarsi delle posizioni quale sarà? Una lotta per il potere? Una separazione concordata? Una segmentazione dei cristiani in gruppi non comunicanti? Un silenzioso far finta di nulla?

Bibliografia essenziale

Djure Paul A., Sokhey Anand E., Neiheisel Jacob R., Levis Andrew r., The Failure of the Contact Hypothesis—Exposure to Religious Diversity Conditions Apocalyptic Politics, in Social Science Quarterly, 16 October 2025

Faggioli Massimo, I nazionalismi religiosi: un ostacolo alla pace? Intervento al Festival biblico, Vicenza, 25 maggio 2024, https://www.youtube.com/watch?v=lYACwV43weQ

Pace Enzo, Religioni in guerra?, in Castegnaro A. (a cura di), Il contributo delle religioni alla terza guerra mondiale”, Messaggero, Padova, 2025

Whitehead Andrew L. and Perry Samuel L., Taking America Back For God: Christian Nationalism in The United States, Oxford University Press, 2020

AC 16/12/2025

[1] QAnon è una teoria cospirazionista diffusa negli Stati Uniti a partire dall’ottobre 2017 sul sito web 4chan dall’utente anonimo Q (da cui deriva la denominazione), sulla base della quale esisterebbe un deep state globalizzato, organizzato in una rete mondiale composta da celebrità di Hollywood, miliardari e politici democratici dediti alla pedofilia e al satanismo, contro cui il presidente D. Trump condurrebbe una strenua lotta per smascherarne le trame occulte e stabilire un Nuovo ordine mondiale. La Greene a questo proposito ha dichiarato: “C’è un’opportunità unica nella vita di portare fuori questa cabala globale di pedofili adoratori di Satana, e penso che abbiamo il presidente per farlo”

[2] Il secondo emendamento protegge il diritto dei cittadini di detenere e portare armi: “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”.