Papa Leone difronte alla crisi del liberalismo economico e del suprematismo nazionalista

Leone XIV si trova ad affrontare la crisi del modello liberale che nasce nella sua America. Ecco la sfida di un pontefice che come Francesco non crede che l’alternativa sia lo Stato etico 

Alla guida della Chiesa cattolica la complessità freudiana e immaginifica di Buenos Aires ha ceduto il testimone a una lente a doppia focale: Chicago e Chiclayo. Leone XIV è una figura complessa, ancora tutta da scoprire perché egli stesso non si è ancora scoperto nella forma del suo governo pontificio. Certamente la sua biografia — dall’esperienza nell’ordine agostiniano alla missione in Perù, fino agli incarichi nella curia romana — lo ha reso profondo conoscitore delle tensioni ecclesiali globali. Ma il suo primo passaporto è statunitense. E proprio dalla sua terra oggi provengono alcune delle questioni più pressanti sul ruolo pubblico del cristianesimo. Dopo decenni in cui il liberalismo sembrava offrire garanzie di libertà, prosperità e rispetto reciproco, oggi molti intellettuali e credenti ne denunciano i limiti. In particolare, si sottolinea come il liberalismo, nel suo sviluppo recente, abbia prodotto solitudine, disgregazione sociale, indebolimento dei legami comunitari e, soprattutto, una crescente marginalizzazione della religione nello spazio pubblico.
Di fronte a questo scenario in terra americana si fa strada il cosiddetto “postliberalismo cristiano” che propone un’alternativa: un ripensamento del ruolo della religione come fondamento dell’unità politica. In questa visione, lo Stato dovrebbe riconoscere – in qualche forma – la verità religiosa, e orientarsi verso un bene comune oggettivo, che non può prescindere dalla legge morale e dalla tradizione cristiana.
Adrian Vermeule, docente di diritto alla Harvard Law School propone che lo Stato debba superare la neutralità liberale e orientarsi deliberatamente verso una visione del bene radicata nella dottrina cattolica. Secondo questa prospettiva, la democrazia rappresentativa non è più considerata una necessità. Lo Stato dovrebbe avere la facoltà di indirizzare la vita pubblica verso valori oggettivi, anche se ciò comporta una riduzione della libertà individuale. È una proposta che rompe con la tradizione moderna e si rifà, in parte, a quella medievale e controrivoluzionaria.
Questo tipo di pensiero non resta confinato agli ambienti accademici. Nella vita pubblica americana ha trovato espressione, tra gli altri, nella figura di J.D. Vance, oggi vicepresidente degli Stati Uniti. E prosegue nel trovarla puntando a un regime change tutto a stelle e a strisce come argomenta Patrick Deneen nel suo Regime Change: Toward a Postliberal Future.
Francesco e Leone hanno svelato una contraddizione profonda di questo pensiero: mentre proclamano il primato della religione sulla politica, molti postliberali finiscono per subordinare la Chiesa all’interesse nazionale. È la vecchia tentazione già vista in Europa negli anni Trenta, quando parte del cattolicesimo europeo si lasciò attrarre da regimi autoritari che esaltavano la religione come collante identitario: «Dio, patria e famiglia». Oggi il rischio si ripresenta nella forma di un cattolicesimo funzionale a un progetto politico e nazionale, piuttosto che fedele alla sua vocazione universale e profetica.
Il Papa americano, sebbene il suo sguardo sia universale, si trova già di fatto tirato in ballo nel dibattito per il fatto stesso di essere americano, dunque. Si è trovato sulla scrivania alcune domande cruciali, ancor prima di esservisi seduto per la prima volta: qual è il ruolo della religione nello spazio pubblico? Come si costruisce il bene comune in un mondo pluralista? Erano già su quella di Bergoglio, il quale ha risposto circumnavigando le periferie dell’Europa e del mondo – dall’Amazzonia alla Mongolia – alla ricerca di una risposta, e poi portando quei confini a Roma con i suoi sinodi e i suoi concistori. Prevost quelle domande se le porta dentro, persino nel suo modo di vestirsi.
Sa che questo è un nodo del suo pontificato. E ha un nome: Dignitatis humanae, la dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa. Per molti postliberali essa rappresenta un cedimento al relativismo.
Difendere oggi quella dichiarazione significa riconoscere che la libertà è la condizione della fede autentica. Nel suo discorso del 17 maggio alla Fondazione Centesimus Annus, Prevost ha dunque dichiarato che la Chiesa «non vuole alzare la bandiera del possesso della verità, né in merito all’analisi dei problemi, né nella loro risoluzione». E ha aggiunto: «L’indottrinamento è immorale, impedisce il giudizio critico, attenta alla sacra libertà della propria coscienza – anche se erronea – e si chiude a nuove riflessioni perché rifiuta il movimento,il cambiamento o l’evoluzione delle idee di fronte a nuovi problemi ». Queste parole rappresentano una risposta netta a chi, nel nome della verità, invoca forme di coercizione o di egemonia.
Lo scenario globale non è estraneo a questo dibattito ecclesiale. Su Foreign Affairs è stato pubblicato di recente un saggio dal titolo emblematico di America in a Post- American World. L’autrice, Kori Schake, nota che gli Stati Uniti, nel tentativo di riaffermare la loro grandezza, stanno spingendo il mondo a costruire alternative all’ordine un tempo guidato da Washington. In questo contesto geopolitico, il cristianesimo rischia di seguire lo stesso destino: il rifugio nell’identità, il sospetto verso il pluralismo, l’uso della religione come strumento di coesione nazionale più che come proposta di libertà. Ed è per questo che Leone, nell’omelia per le ordinazioni presbiterali del 31 maggio scorso aveva proposto una immagine luminosa e alternativa: quella della “Chiesa estroversa”. Francesco la definiva “in uscita”, ribadendo: «Il sacro non sia puntello del potere e il potere non si puntelli di sacralità».
Leone, con saggia prudenza e passo felpato, sta cercando strade per trovare le quali la sua esperienza passata è una base solida, anche se ovviamente non sufficiente: da Papa le proporzioni cambiano, esplodono. La vera alternativa al liberalismo esausto – perché tale è davvero – non sarà il ritorno all’ordine, ma una nuova stagione di creatività ecclesiale.