L’origine di questo libro è particolare, come i suoi contenuti. In un certo senso esso nasce da un convegno con lo stesso titolo svoltosi a Padova il 20 aprile del 2024. Dire che nasce da un convegno corrisponde perciò a una cosa vera, ma nello stesso tempo parziale, perché una parte rilevante dei materiali e delle idee qui pubblicati risalgono a prima o sono stati redatti dopo.
Il suo oggetto è chiaro – il ruolo delle religioni nei conflitti attuali – ma di per sé non dice molto sull’approccio con cui il tema è stato affrontato, che è composito: innanzitutto storico sociologico, perché si tratta di ricostruire un nesso, quello tra religioni e guerra, attorno a cui si manifesta una deriva non prevista; in secondo luogo teologico, dovendo fare i conti con un silenzio su questi temi da parte della riflessione teologica recente che contrasta con la loro attualità e urgenza; e infine etico, perché i nuovi eventi che scuotono il mondo richiedono che ci si domandi seriamente: quello che pensavamo prima è ancora valido? Basta a orientare i nostri atteggiamenti? Che cosa sarebbe giusto fare oggi?
Il libro e il convegno che gli ha dato origine si collocano dentro un percorso – quello del Forum di Limena – e riflettono alcune intuizioni che sono maturate al suo interno.
Come sappiamo questi sono stati anni particolarmente ricchi di eventi insoliti e di trasformazioni notevoli, non facili da comprendere e valutare. Il Forum ha accettato la sfida di collocare al centro delle proprie riflessioni i temi e le vicende che di volta in volta sono sembrati decisivi nella fase che si stava attraversando. È così che lo sguardo si è inevitabilmente ampliato al quadro internazionale, di gran lunga il più importante nel determinare le prospettive delle nostre vite oggi e ci si è imbattuti nel tema della guerra e dell’atteggiamento delle religioni nei confronti dei conflitti in corso.
Le intuizioni che stanno all’origine di questo libro sono state quattro.
La prima è che l’invasione dell’Ucraina e gli eventi che le sono succeduti, alcuni direttamente conseguenti, altri sviluppatisi indipendentemente, delineassero un quadro che interrogava nel profondo i tradizionali atteggiamenti maturati nei confronti della guerra e della pace in un’epoca che non esiste più. Questa necessità era del resto resa impellente dalle evidenti e profonde fratture che intorno a ciò si andavano manifestando tra cristiani, oltre che in altri ambienti.
La seconda è la scoperta che le religioni, nonostante tutto quello che si è scritto sulla secolarizzazione e forse come effetto paradossale di essa, stanno svolgendo un ruolo non certo trascurabile nei conflitti in corso.
La terza intuizione è che questo ritorno del religioso, contrariamente a tutte le attese, non fosse una buona notizia; che esso fosse solo in parte orientato a promuovere la pace e che molto più attive e a loro modo efficaci si stessero rivelando quelle componenti delle religioni che sostengono e legittimano i conflitti in corso, rendendone difficile la soluzione.
La quarta è che vi fosse un vuoto nella riflessione teologica sulla guerra e la pace, in parte dovuto a carenze di tipo teorico e metodologico, in parte derivante dalla speranza, poi rivelatasi illusoria, che, dopo quanto successo in Europa nel ‘900 e dopo gli ottimismi generati dalla caduta del Muro nel 1989, non sarebbe stato più necessario confrontarsi con il tema della guerra e con i rischi di guerre su vasta scala. Ciò aveva finito per far ritenere che della guerra l’unica cosa che si poteva dire è che, essendo essa sempre male, semplicemente non doveva più esserci. E se invece c’era ancora? Come collocarsi di fronte a questo fatto? Basta continuare a auspicare che essa non ci sia più?
Da ciò un convegno in cui, prendendo le mosse da queste intuizioni (riprese qui nel capitolo dal titolo “Le religioni e la guerra. questioni aperte e interrogativi”) si è cercato di ricostruire le ragioni che possono indurre le religioni a entrare in guerra (Enzo Pace) e di condurre una sorta di bilancio, mettendo sul piatto da un lato l’azione delle religioni per la pace, con particolare attenzione a quelle di ceppo abramitico e dall’altra il peso assunto dalle componenti religiose che con le loro parole e concezioni teologiche di fatto contribuiscono alle guerre.
Si è chiesto poi a due teologi (Stella Morra e Andrea Grillo) di reagire alle sollecitazioni derivanti da queste analisi. Come si pone la teologia di fronte a questo sfondo pericoloso, come valutare la deriva di parti non trascurabili delle religioni e delle chiese? Quali le ragioni della debolezza delle istanze religiose che viceversa si sforzano di costruire la pace? Perché, con questa debolezza è davvero necessario fare i conti oggi, andando oltre le lamentele contro i guerrafondai che governano il mondo, per capire che cosa potrebbero fare di utile i molti “costruttori di pace” che si sentono parte di una religione. Quali margini ci sono allora perché vi possa essere un contributo delle religioni, efficace, non ingenuo, non verboso, alla costruzione della pace mondiale? E in questo quadro la nostra religione, cristiano-cattolica, in che modo ha fatto i conti con il nuovo contesto caratterizzato dal permanere della guerra; come sta reagendo, con quale forza, convinzione, chiarezza teologica, efficacia?
Si tratta con ogni evidenza di temi non di facile soluzione, anzi di gravissima complessità, cui si è ben lontani dal trovare risposte compiute. Non ringrazieremo mai abbastanza i teologi intervenuti al convegno e le cui relazioni, da loro opportunamente riviste, si possono leggere in questo libro. Perché in fondo si è chiesto loro di riprendere un cammino riflessivo che a un certo punto si è interrotto e di farlo fuggendo le semplificazioni di chi spera ancora di poter evitare i nodi che la storia sta riproponendo in tutta la loro durezza.
Successivamente al convegno ci si è resi conto che, tra le molte e stimolanti prospettive che in esso si erano dipanate, quella che appariva meno sviluppata era quella di carattere etico-normativo, quel tipo di riflessione cioè che si propone di assistere nella formulazione del giudizio pratico. Perché alla fine quello che ci si chiede, tanto più nelle situazioni che ci appaiono nuove, è: cosa sarebbe giusto fare?
Abbiamo quindi chiesto a due teologi, appartenenti a due diverse generazioni, Giuseppe Trentin e Pietro Cognato, di stendere due postfazioni ai testi derivanti dal convegno in cui tentare la via etico normativa di cui sono esperti. I loro saggi risentono anch’essi della situazione di blocco della riflessione teologica sui temi del libro. Rivestono perciò un carattere preliminare e introduttivo. Ma costituiscono un appello forte, rivolto in primo luogo ai teologi, a riprendere quella riflessione andando oltre le assertive proposizioni di carattere esortativo, di cui abbondano gli ambienti di chiesa, per entrare nel merito delle situazioni storiche concrete, dove i valori appaiono in competizione e vanno intelligentemente soppesati al fine di arrivare a compromessi accettabili. Ciò, come in tutti i casi in cui la vita ci pone di fronte alla necessità non di realizzare il bene assoluto – cosa che non sta nelle nostre possibilità – ma di accettare il male minore e di scegliere il bene possibile.