Relazioni da riparare e atteggiamenti da ripensare, per andare avanti insieme

Non è che debba aggiungere molto. Intanto saluto i due amici, don Riccardo e don Giampaolo. Potrei dire una piccola cosa, stimolato da quanto hanno detto loro e Giuliva Di Berardino qui stamattina. Essa si situa tra le due parole, utopia e realtà, richiamate nel titolo di questo incontro. Vi dico quello che anch’io ho sperimentato in questo intreccio di cammini sinodali con le storie delle nostre diocesi, perché non è semplice questo intreccio. Ne avevamo parlato anche con don Riccardo lo scorso anno. Questo sguardo di tutta la chiesa che è anche lo sguardo locale. Il locale non può non avere presente il tutto.
Ho l’impressione che ci sia un’esigenza che esprimo così. C’è un problema di riconoscimento vicendevole nella chiesa: riconoscere chi sei tu e chi è l’altro. La sento fortemente questa cosa, che è stata espressa qui anche in termini di poteri. Mi pare che a riguardo si dovrebbe applicare una sorta di “giustizia riparativa”. C’è da fare della giustizia riparativa nella chiesa nel senso che occorre uscire da forme di assolutizzazione della legge, dall’ossessiva necessità di obbedire, di non trasgredire, di stare alle regole, mentre necessita ricollocare al primo posto le persone con le loro storie e, dunque, le relazioni, il diventare comunità, il vicendevole salvarsi. La chiesa è anzitutto fatta di tutto questo. Il riferimento alla Trinità è contenuto nel documento finale. Si tratta di una prospettiva relazionale che intriga.
Lo dico perché nella prima assemblea sinodale del Cammino sinodale delle chiese in Italia, la cosa che più mi ha colpito, nella basilica di san Palo, sono stati gli interventi liberi della domenica mattina. Lì sono rimasto davvero impressionato. Sono intervenute persone che portavano con sé la loro esperienza ecclesiale. È intervenuto solo un vescovo, alla fine, per ringraziare. Due persone – una donna anziana e un giovane – mi hanno particolarmente colpito e commosso. Il primo di una signora anziana, che aveva fatto l’esperienza della comunità di base di san Paolo fuori le mura, quella di don Giovanni Franzoni, è stato un intervento ascoltatissimo. C’è bisogno di riparare tante cose, di sciogliere dei nodi dentro la nostra chiesa, guardandoci in volto. Lei ha ringraziato l’assemblea dicendo che da sessant’anni erano stati messi fuori dalla chiesa ufficiale per le medesime ragioni per cui nella circostanza sinodale si era lì radunati. Chiedeva che ci fosse questa reciproca riparazione e un vicendevole riconoscimento nell’essere chiesa insieme. È stata una confessione molto bella e mi pare che anche altri che erano presenti si siano sentiti incoraggiati e liberati da questo.
Contemporaneamente la maggior parte degli interventi di quella mattina stavano dicendo qualcosa di nuovo: sì alla ministerialità, ma senza istituzionalizzarla troppo. Vediamo se è possibile sperimentarla, non appiccicandola formalmente alle persone, ma suscitando quello che chiamiamo il dono dello Spirito, che è la ricchezza della persona. A me è sembrato una indicazione di come muoverci, anche per me vescovo.
Il problema, come è stato detto anche qui, è di camminare insieme, di mettersi sul cammino. Se non cammini non entri in questa prospettiva della sinodalità. Questo è quel che mi ha particolarmente colpito.
Lo chiamerei bisogno di sciogliere qualche nodo, serve questo coraggio se no la novità non arriva, mentre è invece necessaria, non so in che termini, però a tutti i livelli della chiesa. Faccio un piccolo riferimento a quel che avete combinato voi, parlo a Giuliva, un gruppo di donne che è andato a parlare dal Papa, ne ho discusso anche con Lucia Vantini, un’altra di questo gruppo. Rileggendo quel che è apparso nei volumetti che parlano di questa esperienza che è stata fatta, sul ministero, è vero che è una questione che va ulteriormente approfondita e capita, ma io mi sono reso conto che bisogna anzitutto ascoltare le donne, che bisogna vederla dalla loro prospettiva, perché siamo dentro dei luoghi comuni, una precomprensione che resiste da mille anni, come diceva prima Italo de Sandre. Quando ho letto quello che queste teologhe hanno sul rapporto di Gesù con questi che chiamiamo i discepoli, le discepole e poi gli Apostoli, mi sono reso conto di quanta precomprensione maschilista c’è nel nostro leggere il Vangelo. Quando ho letto quei contributi mi sono accorto che è il modo per rivedere quel che davo per scontato. Io sono al posto degli apostoli, i preti sono insieme con me…, ma dove abbiamo messo Maria di Magdala, come l’abbiamo letta e interpretata?
È una provocazione che in qualche modo sta aprendo una presa di coscienza nella chiesa, sia pur a piccoli passi. Ecco anche questo è giustizia riparativa e un‘opera di riconoscimento reciproco, vicendevole, da portare avanti.
Mi sento molto provocato in questo senso, da tutte queste cose che sono state dette e fatte con il sinodo e il cammino sinodale. Grazie anche degli importanti contributi di questa mattina.