Sinodalità: le relazioni al centro e le diversità da valorizzare

Riportiamo le repliche dei relatori, che hanno avuto un filo conduttore comune. Si sono aperte delle piste, si sono gettati dei semi, le une e gli altri porteranno a dei positivi sviluppi. La sinodalità, come consapevolezza e riconoscimento del ruolo e della responsabilità di tutte e di tutti, è senza alternative per la chiesa del futuro.

Riccardo Battocchio
Grazie di tutto. Sono temi che veramente fanno bene a uno che deve cominciare un servizio nuovo, perché non ho mai fatto il vescovo prima. Avendo scritto molte cose su quello che devono fare i vescovi, è più facile dire quello che gli altri devono fare, come devono comportarsi, che esserne coinvolti. Quindi è utile anche avere questi stimoli.
Parto dall’ultimo importante intervento, collegandolo a quello di De Sandre. È vero che c’è un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, ma è un mezzo pieno generativo, capace di dare vita a qualcosa che sta nascendo. Non pensiamo che la chiesa sia solo quella del Veneto, dell’Italia o dell’Europa. Se c’è un tesoro che porto in me dopo l’esperienza del Sinodo è la comprensione di una realtà grande, bella, in movimento. Se si attiverà, come spero, lo scambio di doni tra chiese, qualcosa capiterà anche alla nostra povera Europa e al nostro povero Veneto, basta essere aperti. Quindi un mezzo pieno generativo.
Ricordo un articolo, importante, di Italo De Sandre, mi pare su Credere Oggi, sulla valorizzazione delle differenze, una prospettiva sinodale. Quell’articolo penso sia valido anche oggi, per certi aspetti rasserenante, dice che la realtà è complessa, che non vuol dire complicata. Andrebbe riletto quell’articolo.
Circa il ruolo delle strutture, sollevato da Andrea, rimando al capitolo terzo e quarto del documento finale. Strutture vuol dire processi e legami, relazioni che hanno una loro configurazione nello spazio e nel tempo. Anche le strutture istituzionali non sono il contrario della vita e del dinamismo. È un dinamismo che è in relazione e quindi quando parliamo di strutture, intendiamo le relazioni, i legami, i processi. La terza e quarta parte del documento finale del Sinodo affrontano anche questioni molto specifiche, dando anche indicazioni di metodo: ad esempio, quando si fa una riunione, un consiglio o un organismo, bisogna aver chiaro di cosa si vuol discutere, un ordine del giorno serio, informazioni preventive adeguate a tutti coloro che devono partecipare.
Sulla questione del diritto canonico, inviterei anzitutto a distinguere tra diritto e codice. Il codice è uno strumento, che appartiene tra l’altro ad una fase specifica della storia della chiesa, quella post-napoleonica. Il codice del 1917 e quello del 1983 riprendono la forma dalla tradizione civile e politica. Il diritto è a servizio delle relazioni, dei più deboli, di chi non ha potere. Dovrebbe essere questo il senso del diritto anche nella chiesa. A servizio della vita, perché prima c’è la vita e poi il diritto, a suo servizio. In concreto c’è una commissione che sta lavorando su questi aspetti, anche alla ricerca di definire norme, indicazioni, non solo auspici, perché il diritto non è fato di auspici. Il diritto è peraltro in movimento, già il codice attuale è frutto di movimenti successivi al 1984, quando è stato promulgato.
Sul tema “vescovo nel popolo di Dio”, credo sia necessario, l’ho detto anche al sinodo e in qualche modo è stato recepito, non insistere troppo sulla bella espressione di S. Agostino: “con voi sono cristiano, per voi sono vescovo”. Può andar bene, ma forse sarebbe preferibile dire: con voi sono vescovo, con voi sono impegnato nel servizio della chiesa, con voi sono cristiano. In cui l’essere con è condizione del vivere la vita cristiana, come vita in Cristo, nella chiesa e mai senza l’altro, come direbbe Michel de Certeau. I numeri 69-71 rappresentano di fatto la rilettura del Vaticano II, facendo una scelta rispetto a due linee presenti nel Concilio: mi riferisco in particolare al rapporto vescovo-presbiterio, ma che vale per tutti. Non il vescovo e il presbiterio, che è pure una linea possibile, ma vescovo nel e con il presbiterio. Leggendo i numeri 69-71, si vede che, in rapporto con alcune affermazioni di LG e di Cristus Dominus, ci sono dei passaggi per certi aspetti innovativi.
Sull’intervento di suor Bruna, rinvio al discorso sul mezzo pieno, un mezzo pieno generativo, lievitante. Ci sono delle piccole decisioni che possono costituire come del lievito, che fa fermentare e crescere la pasta, se lo si lascia un po’ libero. C’è una immagine, cara ad un prete che forse alcun di voi hanno conosciuto, don Giuseppe Zanon, che riguarda il lievito: se lo si mette nel cellofan, anche se ne metti un chilogrammo, non succede nulla, ma se si apre anche solo un pochino il cellofan, il lievito è efficace, anche se di quantità modesta.
Il fatto di chiedere ai vescovi che nelle relazioni per le visite ad limina indichino le scelte, le difficoltà e i frutti del percorso sinodale può costituire questo lievito. Devono dire nient’altro che quel che ha detto qui don Giampaolo Dianin: ho trovato una certa situazione di partenza, ho fatto determinate scelte, ho incontrato certe fatiche, mi attendo certi risultati. Dire e mettere per iscritto queste cose può generare qualcosa di nuovo, per passare dalle parole ai fatti.
Questo riferimento ai temi lievitanti può valere anche per gli organismi di partecipazione, anche per i sinodi. Se posso fare su questo una piccola osservazione, da esterno, su quel che è stato il sinodo diocesano di Padova, che vale anche per tanti altri sinodi in giro per l’Italia, mi sembra che si sia voluto affrontare uno spettro di questioni e di tematiche molto ampio. Tutti temi utili, perché è vero che tutto si tiene, ma tocca anche fare delle scelte. È vero che se in un consiglio pastorale parrocchiale si deve parlare della festa patronale, si deve tener conto anche dei cammini di iniziazione cristiana, perché tutto è collegato, ma è bene anche decidere di parlare di una cosa per volta. Quando si parla ci sarà sempre chi dice che c’è anche dell’altro, ma così non si riesce a far bene le cose.
Bella la testimonianza di don Giorgio, della Piccola Famiglia della Risurrezione, che conosco. Interessanti le scelte che sono state fatte, che vanno sempre verificate, chiedendosi ad esempio se la Messa, sorgente e culmine dell’esperienza cristiana, può essere anche uno strumento per la catechesi. Ho presente certe messe che diventano più occasioni di catechesi, per insegnare, che per celebrare il mistero di Cristo. È importante fare delle scelte, senza improvvisare, consapevolmente, dandosi del tempo. Questo vale anche per altri temi, il che non significa procrastinare le scelte, ma prendere atto della complessità della realtà della chiesa.
Nel documento finale del sinodo è importante il rapporto tra rendiconto delle scelte e verifica dei frutti o dei problemi che emergono, con trasparenza. La trasparenza, se ne parla molto, un tema non facile, cosa significa applicarlo nel nostro contesto. Si pensi a quel che sta succedendo in Nicaragua. Le associazioni ecclesiali che operano in quel contesto e in contesti simili sostengono che una certa trasparenza può mettere a rischio la vita stessa della chiesa.
Il documento finale dà voce ad esperienze di Chiesa molto varie, con situazioni politiche, sociali e culturali molto diverse tra di loro, per cui alcune questioni, ad esempio la relazione donna-uomo nella chiesa deve tener conto dei passaggi che in alcuni contesti culturali si stanno ancora facendo. Dove il problema non è solo ecclesiale, come si è registrato con certe reazioni a “Fiducia Supplicans”.

Giuliva Di Berardino
Sono stata magistralmente preceduta e non saprei che dire di più. Sulla questione del diritto canonico e del codice, so che esiste un gruppo di studio che sta lavorando e su tutte le altre questioni sollevate ha già risposto il vescovo che mi ha preceduta, per cui tutti i dubbi secondo me sono stati ben affrontati.
L’unica cosa su cui vorrei rapidamente soffermarmi è sull’esperienza monastica, di vita fraterna di monaci e monache, che ci è stata raccontata. Sono stata un po’ sorpresa che si parli dell’elezione di una donna a capo di una comunità come se si trattasse di una cosa straordinaria, mentre dovrebbe essere nella normalità. Esercitare o non il governo di una comunità dipende dal carisma delle persone: chi ha il carisma di governo può essere uomo o donna, indifferentemente. Dovremmo uscire dagli stereotipi che abbiamo, del tipo che la donna è più gentile e dolce: questo è vero, ma ci sono anche uomini che sono particolarmente paterni e gentili e sanno amministrare molto bene, con tenerezza e Papa Francesco ci dà un esempio di una bella paternità per la chiesa. Quindi è importante uscire da schemi culturali che sono entrati nel nostro modo di fare discernimento: non è detto che la tenerezza sia legata al genere. Le donne sono un universo variegato, come gli uomini. Ci sono donne più materne, donne meno, donne più capaci di gestire, altre meno, quelle più portate alla riflessione o ad altre attività. Dipende dai doni dello Spirito e bisogna mettersi in ascolto dello Spirito Santo e delle comunità, delle persone che ci sono affidate. Noi parliamo di vescovi, ma ci sono persone che sono affidate anche ad altri. Ascoltare l’umanità che ci viene incontro, perché è lo Spirito Santo che agisce, dando i doni indipendentemente dal fatto che uno è uomo o donna. Usciamo da questa idea così fissa. Lo dico perché è stata costruita tutta una teologia su questo: la donna può fare delle cose e altre no. Altrimenti ci chiudiamo: la donna è tanto gentile ma alcune cose non le può fare, perché sono più puntuali, più adatte agli uomini. Non è questo il modo di agire dello Spirito Santo. Nella scrittura ci sono diverse figure sia maschili che femminili che hanno avuto un’incidenza spirituale e di governo importante nel popolo di Israele, dobbiamo riconoscerlo, altrimenti rischiamo di rinchiudere lo Spirito nei nostri schemi.
Per il resto mi pare si sia risposto, per cui non mi dilungo ulteriormente, vista anche l’ora.

Giampaolo Dianin
Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Rispondo così. Sono vescovo in una diocesi dove da dodici anni non c’è l’ordinazione di un prete e ci sono parroci che hanno superato gli ottant’anni. Per noi la sinodalità non è un lusso, ma una necessità, se la realtà del Popolo di Dio non cresce, non andiamo da nessuna parte.
Qualcuno suggerisce di chiamare preti dall’Africa e ci sono vescovi disposti a mandarli. Io preferisco non farlo, per ora. Se facciamo arrivare preti da fuori, manteniamo ancora la chiesa secondo lo schema vecchio. Costringiamoci a prendere in mano tutti la responsabilità della vita della chiesa nella diocesi. Questa la prima cosa che volevo dire.
La seconda riguarda il fatto che alcune scelte le abbiamo già fatte. Dopo un anno di ascolto e uno di discernimento, non abbiamo atteso le conclusioni del cammino sinodale della chiesa italiana, e da 60 parrocchie abbiamo istituito 17 entità, che abbiamo chiamato “comunità cristiane sinodali”, con il proposito di far fare un passo in avanti alle classiche unità pastorali.
Questo partendo da un pensiero e da un progetto preciso, perché le parole dicono qualcosa. Le abbiamo chiamate comunità perché avevamo molte parrocchie ma poche comunità; in secondo luogo comunità cristiane perché tante parrocchie si confondono con i vari comitati o “pro loco” per capirci. Comitati che in nome della parrocchia fanno di tutto, senza che risulti rilevante che la fede ci sia o meno. Infine, “sinodali” perché ci deve essere una corresponsabilità da parte di tutti. In questo progetto c’è il tentativo di salvaguardare le piccole parrocchie, secondo un principio di sussidiarietà, per non perdere la caratterizzazione territoriale.
Abbiamo messo a fuoco una meta, regalandoci, come ha detto don Riccardo Battocchio, tutto il tempo che serve, per camminare insieme pian piano, con pazienza. Vedo però che la gente comincia a entrare nella logica e si intravvede qualche speranza. Magari non tutto è chiaro, ma questo è il cammino, anche perché la realtà è che facendo un po’ di calcoli, tra qualche anno ci sarà un prete solo per ogni comunità cristiana sinodale, quindi se non cresce anche il popolo di Dio, le cose non possono funzionare.
La terza questione riguarda lo stile sinodale. Io lo sento mio, forse perché congeniale al mio carattere, non essendo per natura un decisionista. Uno dei primi problemi che mi sono trovato ad affrontare è stato quello delle esequie. Quando in una parrocchia ci sono 140 funerali all’anno, mettetevi nei panni di un parroco che, tra l’andare a prendere la salma all’obitorio e, dopo il funerale, accompagnarla al cimitero, si trova ad impegnare una mezza giornata. Come rendere la vita di un prete sostenibile e come dare un senso alla celebrazione di un funerale nel quale la celebrazione dell’eucarestia non interessa a nessuno? Probabilmente si potrebbero celebrare le esequie con una semplice, si fa per dire, liturgia della Parola. Anche su questo serve un lavoro attento, che parta dall’ascolto, dalle esperienze che si conoscono, poi il confronto, il dialogo e il discernimento, con il vescovo che prova a far sintesi e a rilanciare fino ad arrivare a delle decisioni. Sono consapevole che dovremo arrivare a quello che si fa altrove, dove non si va più a prendere il defunto all’obitorio o non lo si accompagna al cimitero, ma so che da noi non è ancora possibile fare così. Per ora facciamo i passi che sono possibili, senza impedire quel che nei piccoli paesi si riesce ancora a fare.
Lo stesso sull’iniziazione cristiana e su altri temi; serve la corresponsabilizzazione di tutti, senza attendere che tocchi sempre al vescovo decidere. Certamente dovrò tirare io le somme, ma dobbiamo arrivarci insieme.
A proposito di piccoli passi di sinodalità, ho trovato il consiglio pastorale diocesano che aveva un vicepresidente che non parlava mai. Gli ho proposto di aprire ogni riunione con una sua riflessione e pian piano ha cominciato a esprimere un pensiero, dicendo cose molto belle, che gli sono costate un certo impegno, ma serviva un segno di corresponsabilità.
Gradualmente abbiamo fatto dei progressi nel consiglio diocesano, che speriamo possa diventare un modello di funzionamento per gli altri organismi di partecipazione, mandando prima il materiale, perché le persone arrivino preparate, prese come sono da molti altri impegni professionali e domestici. Un servizio e un’attenzione per far crescere la sinodalità.
Infine sul potere. È vero che i preti ne hanno ancora tanto, ma ci sono anche dei feudi gestiti da laici che sono inscalfibili.
Termino ricordando quello che il cardinale Parolin ha detto all’ordinazione del vescovo di Vicenza, Brugnotto. Citando Siri, secondo quanto riportato in un libro del cardinale Martini, dava quattro consigli: primo, avere pazienza; secondo, avere pazienza; terzo avere pazienza; quarto, avere pazienza con chi ti dice di avere pazienza.