Esperienze di rinnovamento in atto e interrogativi aperti sul futuro della Chiesa. Radici ed energia da recuperare

Dopo le relazioni, si è aperto un dibattito breve ma intenso, che ha sollecitato ulteriormente il confronto con testimonianze e domande ai relatori. Ne riportiamo i contenuti.

Andrea – Bassano del Grappa
Domande stringate. La prima: quando si parla di riforma delle strutture, Quando si parla di strutture non ho chiaro cosa si intenda, perché mi pare che si vada dagli edifici fisici, quelli di mattoni, all’apparato burocratico amministrativo.
La seconda, connessa alla prima: tutti questi discorsi fatti in rapporto al diritto canonico. Perché ho percepito una certa fatica a far quadrare certe istanze sui ministeri con le norme contenute nel canone.

Italo De Sandre – Padova
Sono tra i primi ad intervenire, forse perché prima dell’incontro avevo chiesto con insistenza che le persone nella discussione, parlassero – mi si passi la metafora – non solo del ‘mezzo bicchiere pieno’ delle situazioni, ma anche del ‘mezzo bicchiere vuoto’, perché come Forum sappiamo che dobbiamo lavorare molto sul ‘vuoto’ nel senso costruttivo del termine, un lavoro di esplorazione delle questioni critiche, già aperte e da aprire. Vorrei richiamare due cose.
-La prima: lo stile, sottolineato da don Giampaolo Dianin, per cui anche il vescovo deve sentirsi dentro il popolo di Dio e non sopra, in dinamiche relazionali inter-personali e non (sol)tanto di autorità-potere, legate ai ruoli e alle strutture ecclesiastiche.
Mi sembra che molti dei presbiteri che vengono eletti vescovi, anche relativamente giovani, continuino ad essere attratti da modelli di autorità ‘clericali’ (direbbe anche Papa Bergoglio) e si sentano troppo spesso ‘sopra’. Questa forse è ancora la vita ecclesiastica oggi prevalente: andranno tutti in paradiso (alla peggio in purgatorio), ma se oggi viviamo in questa realtà, quanti saranno di fatto i vescovi che avranno voglia davvero di vivere lo stile di esperienza sinodale nuova, di ricostruzione relazionale dei ruoli?
Questo mi pare uno scoglio veramente importante perché, se un vescovo continua a parlare di sinodalità, ma mettendosi sempre sopra, costruisce ideologia, fa una strumentalizzazione retorica, manomette il linguaggio e le relazioni che realizza, non costruendo realtà nuove, autentiche. Quando si vede, non soltanto nei riti religiosi ma anche nelle varie riunioni ed assemblee, il vescovo posto sempre in alto, magari da solo, non si può non pensare a Colui che ha detto che il primo tra di voi è quello che serve (Mt 10).
È noto da tempo negli studi sui processi di comunicazione che una cosa estremamente importante è la comunicazione-non-verbale, il meta-messaggio, per cui se chi dice che è umile si mette in alto e fa che chi vuole relazionarsi con lui debba sempre salire pochi o tanti gradini, che messaggio dà rispetto ai discorsi che fa? Questa era la prima questione, autorità-sinodalità, con un sincero apprezzamento verso don Giampaolo e magari una domanda a don Renato Marangoni, vescovo venuto fin qui da Belluno, se ritiene opportuno dire la sua esperienza in proposito.
-La seconda riguarda quanto detto da Giuliva Di Berardino, cioè l’idea che la Chiesa come comunione deve sentirsi viva, ma con espressioni diverse, non bloccata. Per questo anche la rilettura delle Scritture, dei Vangeli, dovrebbe essere fatta in ogni comunità cristiana, cercando come rigenerare i servizi-ministeri, ritornando al senso originario della diaconia, per cui anche il vescovo è in radice diakonos, anche i presbiteri sono ‘diaconi’.
Personalmente, da sociologo, ho metodologicamente considerato la chiesa come esperienza umana: solo così si comprende la realtà sociale al di sotto dell’ideologico, l’involuzione istituzionale autosacralizzata, buro-cratica, piramidale, che c’è stata soprattutto nel secondo millennio. Così ad es. si comprendono, con semplicità, anche certe cose meno gradevoli o più tradizionali che ogni tanto dice anche papa Bergoglio, anche lui in fin dei conti una persona umana. Se abbiamo l’idea che la chiesa è una comunità umana, con i suoi limiti, con diverse espressioni e diversi modi di essere a servizio, in società come la nostra non dovrebbe scandalizzare il ripensamento radicale della diaconia battesimale delle donne, si dovrebbe aprire normalmente l’accesso per loro a tutti i ministeri (come avviene nei migliori ambiti della vita sociale, economica, culturale) a partire dall’importante servizio della Parola.
Questa è una delle questioni e sfide paradossali che abbiamo davanti. Andare alle radici significa anzitutto cercare di capire quali sono le radici stesse, vere, generatrici: se ad es. si prende come radice il concilio di Trento è una cosa, se si prendono i Vangeli è un’altra. Allora bisogna andare alle radici, e, senza ‘odio teologico’, con gentilezza, senza certa abitudine, non solo cattolica, di dire che io ho la verità e tu no. Dalle radici reinterpretate consentire esperienze rinnovate, che poi si incontrino, rispettandosi anche umanamente, cercando di riflettere insieme.
Spero che l’esperienza di don Giampaolo e anche, se vorrà intervenire, di don Renato, facciano emergere queste questioni. Don Riccardo sta per iniziare il suo servizio a Vittorio Veneto e spero che lo si re-inviterà quando sarà nella sua comunità.
Punto decisivo è sentirsi un popolo con varie modalità di espressione, nel quale è fondamentale il continuo ripensamento del senso delle radici e del servire.

Suor Bruna Calgaro – Padova
Ritorno anch’io sul compito dei vescovi. Mi rivolgo al primo relatore. In un articolo uscito su Vatican News, in riferimento al Documento finale, ho trovato scritto: “D’ora in poi nella relazione prevista per la visita ad liminaciascun vescovo avrà cura di riferire quali scelte sono state fatte nella chiesa locale a lui affidata in rapporto a ciò che è indicato nel documento sinodale”. Qualche riga più sotto, riprendendo un principio operativo metodologico, un principio di verità, si ribadisce la necessità che “le parole condivise siano sempre accompagnate dai fatti”. Chiedo al Relatore: ci troviamo davanti ad un consiglio, quasi ad un ordine, quello di riportare nella relazione per la visita ad limina i frutti e i tentativi compiuti. Dentro questi temi, piuttosto impegnativi, quali modalità di raccolta seguiranno i vescovi, soprattutto tenendo conto del binomio parole condivise-fatti concreti che devono essere rappresentati?

Don Giorgio Scatto – monaco a Marango
Sono un prete della diocesi di Venezia. Più di quarant’anni fa, dopo una lunga ricerca sulle possibili vie da percorrere per annunciare il Vangelo in un mondo profondamente cambiato, con la benedizione dell’allora patriarca Marco Cè, ho dato inizio ad un’esperienza di vita monastica diocesana, nella quale sono presenti fratelli, sorelle e anche qualche persona segnata particolarmente dalla fragilità.  Allora ricevetti molte critiche, soprattutto da parte dei preti: «Cosa fai qui a far niente? E perché ti alzi così presto per pregare?». Ma la critica più ricorrente era però un’altra: «Ma come fai a vivere con le donne?». Devo dire che, dando chiari segni di una vita consacrata, il problema non sono mai state le donne. Credo invece che il problema di molti, anche di molti preti, sia l’anaffettività e l’insufficiente capacità di creare relazioni utili alla edificazione di una comunità. La relazione fraterna uomo-donna, nella Chiesa, come anche nelle comunità, è stata sempre problematica, vedi anche i dibattiti sinodali, dove le donne stentano ancora a trovare il loro giusto riconoscimento. Dopo quarant’anni di vita comunitaria l’anno scorso abbiamo fatto le elezioni per eleggere il nuovo responsabile. Erano le prime, perché siamo una comunità in formazione, ancora molto giovane, ed abbiamo eletto una donna come priora. In una comunità in cui ci sono preti e laici, uomini e donne, abbiamo eletto all’unanimità una donna, Mariacristina. Questa non è solo una nota di cronaca, ma mi pare l’affermazione di un percorso sinodale. Perché una donna? Non solo perché donna, affermando così una reale parità tra di noi, ma anche perché in lei abbiamo riconosciuto la capacità di condurre in unità l’intera comunità, nella mitezza, nella generosità e nell’ascolto di tutti.
È giunto il tempo che nella Chiesa non ci siano più disparità di genere e si riconoscano i carismi di ciascuno, anche delle donne.
La seconda cosa che volevo dire è la seguente. Da quindici anni abbiamo ricevuto in dono una piccola parrocchia, San Gaetano Thiene, attigua al territorio dove sorge il monastero: già noi viviamo in una parrocchia spopolata, che ormai ha solo 27 abitanti, noi compresi – e che è ancora giuridicamente parrocchia – e ne abbiamo ereditata una di 1200. In una situazione di grande abbandono dalla pratica religiosa, e dove anche tutti gli edifici erano stati lasciati andare in rovina, iniziando a restaurare muri, abbiamo dato inizio anche ad una nuova evangelizzazione, curando le relazioni, visitando i malati e ponendo al centro la celebrazione eucaristica. Ci siamo messi a “fare catechismo”, con metodi innovativi e abbiamo sempre avuto la presenza di 30-40 bambini e ragazzi, fino alla seconda media, quando c’è la cresima. Tutto bene, ma abbiamo ben presto aperto gli occhi su un fatto, che credo sia presente in tutte le parrocchie: catechismo sì, ma messa no. Nessuno veniva a messa, né tra i ragazzi né tra i genitori. Allora, approfittando del Covid, che ci aveva costretti a sospendere ogni tipo di incontro, compresa la messa, abbiamo pensato di abolire il catechismo e di celebrare l’Eucarestia il sabato sera. Siamo giunti ormai al quinto anno ed abbiamo la presenza di tutti i bambini e i ragazzi e, per ciascuno di loro, almeno un genitore. Vengono anche i fratellini più piccoli, se non si possono lasciare a casa. Direte: ma per l’iniziazione ai sacramenti come fate? Bisogna dire che la partecipazione settimanale all’Eucaristia è già una vera iniziazione, anzi la migliore, ma poi, in prossimità della prima Comunione e della Cresima, abbiamo degli incontri specifici, 6-7 incontri nei quali si spiegano i vari momenti dell’Eucarestia, che già loro vivono da anni e si spiega anche, al gruppo dei cresimandi, il sacramento della Confermazione: un vero percorso di accompagnamento e di approfondimento della fede. È la riproposta di una catechesi mistagogica, tradizionale nella Chiesa antica. Abbiamo così riconosciuto e sperimentato come il luogo dell’iniziazione cristiana sia fondamentalmente l’Eucarestia, dove non solo si parla del pane e del vino, senza mai averlo fatto vedere e mangiare, come avviene nella catechesi, ma si sperimenta e si celebra la fede della comunità. Certo, occorre che la celebrazione sia adeguata ai ragazzi, con dei segni appropriati e con il linguaggio comprensibile ai più giovani. Ad esempio, le letture sono prese dalla traduzione interconfessionale della Bibbia, l’omelia è un continuo dialogo con i ragazzi, le preghiere eucaristiche sono quelle previste per la messa con la partecipazione dei bambini. Le preghiere dei fedeli sono preparate appositamente e lette – come i brani biblici – dai ragazzi. Dopo il saluto iniziale, sempre molto gioioso, non si passa subito al “confesso a Dio”, ma chiediamo ai ragazzi se hanno qualche buona notizia da riferire. Questo perché la Bibbia non inizia con il peccato di Adamo ed Eva, ma con il racconto della creazione, dove si dice che «Dio vide che era una cosa buona»: il peccato viene dopo. E poi avevo scoperto, chiedendo ai ragazzi cosa significasse la parola vangelo, che nessuno dei ragazzi o dei genitori lo sapeva. Sarà un caso particolare, il nostro! Allora, se Vangelo vuol dire buona notizia, e questa buona notizia è Gesù, avevo domandato, prima ai bambini e poi ai genitori, se avevano qualche buona notizia da raccontare: silenzio totale! Ci siamo resi conto che le nostre prediche e la nostra catechesi non incidono per niente nella vita, passano lisce, come acqua sul marmo, sono solo parole, che non entrano nella vita. La gente ha il problema del lavoro, della salute, dei figli, della guerra, e tanto altro. Sono pensieri che ti rendono prigioniero, ti soffocano come il grano seminato tra i rovi. Bisogna far breccia. Se Gesù è la buona notizia, bisogna che questa buona notizia mi interpelli, sia tradotta nei fatti e nelle esperienze della vita. All’inizio le buone notizie erano la vittoria alla gara di nuoto, il bel voto riportato a scuola o cose simili, ma piano piano si è aperta una breccia, e le buone notizie sono diventate quelle del Vangelo: la pace fatta con i compagni di gioco, l’accoglienza festosa di una bambina straniera in classe, l’aiuto portato, assieme al papà, ad una famiglia in difficoltà. Davvero, siamo molto contenti e numerosi sono quelli che vengono anche dalle parrocchie vicine: da noi le chiese non si svuotano, ma si riempiono di nuove presenze.  C’è un esodo al contrario.
Tutto questo per dire che anche nella catechesi e nella liturgia occorre avere il coraggio di un intelligente e saggio cambiamento di stili e di linguaggi. Il “si è sempre fatto così” non regge più.
La terza cosa che vorrei dire è sulle collaborazioni pastorali, la grande novità degli ultimi quindici anni. Io ho aderito con entusiasmo al progetto delle collaborazioni pastorali, ma mi rendo conto che in una cultura ancora troppo clericale non funzionano. Ci sono vescovi, dal nord e dal sud dell’Italia, che mi mandano dei preti in crisi. Arrivano ad un punto che non ce la fanno più. Questo perché fondamentalmente nella pastorale non è cambiato nulla, è rimasto lo schema vecchio, tutto centrato sul prete. Io pensavo che la collaborazione pastorale fosse mettere al centro il consiglio pastorale come luogo di comunione, come ha detto il vescovo Dianin, come luogo di elaborazione di un progetto pastorale. Un ascoltarsi ed ascoltare lo Spirito, la Parola di Dio, ascoltare il mondo e le situazioni di sofferenza e di povertà, di dolore e di ingiustizia. Ma anche ascoltare i doni e i carismi della comunità, per la crescita di tutti. E chiedersi insieme, laici e preti, qual è la via per annunziare il Vangelo, quali sono le priorità, quali le scelte che sono da fare o da non fare. Insieme, giungendo a poco a poco al discernimento dello Spirito, dove il soggetto pensante non è più solo il prete, ma l’intera comunità. Dal costato aperto di Cristo non nasce il prete, il vescovo, ma la Chiesa. Il presbitero sarà quello che alla fine dirà: va bene proviamo questa strada, ma c’è tutto un percorso da fare prima. Dal nostro punto di osservazione, in questo “cambiamento d’epoca” vediamo preti – vengono anche da noi – che sono scoppiati e che sono tentati di andare via. Dicono che non sono diventati preti per girare in continuazione, per essere di tutti e di nessuno, per organizzare le sagre, per far tutto fuorché il prete, con 5 o 6 chiese da custodire e con il bilancio delle scuole parrocchiali da tenere sotto controllo. Non ce la fanno più, e con la progressiva e rapida diminuzione del clero, il problema diventerà sempre più grave.  E talvolta mi sembra che anche i vescovi siano inerti, in attesa del peggio.
Credo che si debba procedere con fiducia e speranza, affermando e consolidando maggiormente la forma comunionale, sinodale, della Chiesa: essa non è solo del prete, o del vescovo. Siamo edificati «sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore. In lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2, 20-22).
La Chiesa, o è sinodale o non è.

Alfiero Boschiero – Mirano
Sono Alfiero e abito a Mirano. Sono curioso della ricerca che fate, amico di molti di voi.
Tre cose vorrei dirvi, la prima è amara. Vengo invitato da Sergio, un amico, già prete operaio a Porto Marghera, al saluto finale, in chiesa a Zianigo, di un suo amico, don Piergiorgio Volpato. Mi dice che è stato una persona perbene, attenta agli ultimi e agli operai, generoso. Ci vado, curioso come sempre, la chiesa è piena, la gratitudine verso Piergiorgio esplicita. Cerco di tenere gli occhi e le orecchie aperti, attento anche ai silenzi, alle forme, ai corpi. In chiesa sono schierati 20-25 preti, qualcuno oggi è qui, con il vescovo di Treviso che presiede. Non ho sentito senso del mistero, né traccia di fede. Mi definisco agnostico, un termine sin troppo comodo, agnostico ma curioso dei credenti nel Cristo che risorge e vince la morte, per questo attento anche alla postura e alle parole del vescovo. Anche lui mi è apparso indifferente, formale, celebrativo. Lo dico con molto rispetto. Morire è il passaggio più difficile per il singolo, solenne per definizione, come il nascere, salvo che ne saremo protagonisti, è ineludibile. Vuoi vedere, mi dicevo, che tra i cristiani c’è ancora tensione, energia, al momento di salutare un compagno, un credente e rinnovare la fede paolina nella resurrezione!? Io non ho sentito inquietudine.
La seconda cosa. Collaboro con una rivista di storia, Venetica, ho condotto con altri una ricerca storico-sociale sui vent’anni (1965-’84) tra la fine del Concilio e il rinnovo del concordato. Vent’anni tosti, quelli della nostra maturità, ognuno di noi li ha vissuti cercando libertà e protagonismo, qualcuno anche una fede incarnata nella storia. Il “dissenso”, le comunità di base, la scelta socialista delle Acli, i preti operai, le donne che riprendevano la loro libertà… la Chiesa ufficiale non li riconosce, li emargina, li zittisce, convinta di attraversare indenne una delle tante, periodiche turbolenze; sbagliato!, erano i prodromi di un rivolgimento epocale. Un intero sistema socio-culturale, e politico, prima si sfrangia, poi deflagra. Non avendo il coraggio di ascoltare le nuove domande di spiritualità e di fede, la Chiesa non solo si espone a un ridimensionamento quantitativo (meno frequenza, meno sacramenti, meno preti), ma consumava il nucleo che le assicura vitalità: l’ascolto esigente del Vangelo, la ricerca di senso del vivere. Ho ascoltato don Giorgio che avevo conosciuto a Marango e il vescovo Giampaolo Dianin: la situazione della Chiesa è “di-sperata”, servirebbe rifondare ma non ci sono energie. Il cattolicesimo in Veneto era una cosa strutturata, pervasiva. Da bambino vivevo a Gardigiano, la Chiesa aveva un controllo morale sul paese, su bambini, adolescenti e adulti, su mio padre e mia mamma, fino all’eccesso. In pochi decenni abbiamo assistito a quello che ho sotto gli occhi e che voi mi confermate.
Ciò non mi toglie la convinzione che questo consorzio di persone, questa cultura, era anche una scuola socio-politica di massa. E questo è il grande problema. Noi oggi abbiamo (lo dico da laico socialista, ho lavorato per molti anni in Cgil) le due radici culturali che in Italia hanno formato le cittadine e i cittadini, entrambe incerte, tiepide, esangui. Mentre il mondo è rovescio, vincono i prepotenti, le guerre si moltiplicano. Ci si chiede: dove sono i laico-socialisti davanti a Gaza? e dove sono i cristiani? Dovremmo trovare il coraggio, ciascuno di noi, nelle reti in cui siamo inseriti, perché l’esercizio dell’essere cristiano, come quello di essere socialista, di costruire uguaglianza, non vengano espunti dalle dinamiche sociali. Altrimenti, la vittoria del capitalismo, l’individuo competitivo e consumatore, sarà totale. Senza cittadini consapevoli, forti nell’ispirazione e pronti ad assumere responsabilità politico-culturale, siamo condannati a subire quanto avviene nel mondo e nelle nostre comunità.