Grazie per l’invito. La nota preparatoria per questo incontro contiene delle domande e delle affermazioni impegnative: «Il sinodo è una svolta o un abbaglio? Cos’è il sinodo? È calato il silenzio, nessuno più ne parla».
In questi anni abbiamo assistito a un cammino graduale ma preciso. Il primo passo è stato il sinodo che papa Francesco ha indetto, poco dopo la sua elezione, sulla famiglia. Si è partiti da un tema concreto, la famiglia, con un sinodo “tradizionale”, composto di soli vescovi, anche se con la presenza di osservatori. Poi c’è stato il sinodo sulla sinodalità, di cui ha parlato anche Mons. Riccardo Battocchio nel suo intervento. Nel frattempo, è iniziato il cammino sinodale della chiesa italiana, che fra poco vivrà la sua seconda assemblea. Nel mio piccolo ho vissuto anche l’esperienza, almeno iniziale, del sinodo di Padova e ora l’impegno di provare a calare la sinodalità in una diocesi concreta, a Chioggia, dove ho da poco iniziato il quarto anno della mia presenza come vescovo.
Ho richiamato queste tappe sia per ricordare la gradualità e ricchezza di un percorso, ma anche perché mi sembra siano importanti per mostrare alcuni rischi oltre che le risorse che la sinodalità comporta.
Il Sinodo sulla Famiglia ha messo al centro un tema concreto. Io, seppur non direttamente coinvolto come don Riccardo nel Sinodo sulla Sinodalità, vi ho collaborato, in quanto coinvolto nei gruppi di lavoro organizzati dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, per dare un contributo teologico al sinodo. Avevamo messo a fuoco tre questioni: il rapporto tra matrimonio, sacramento e la fede, coordinato dal teologo Andrea Bozzolo; la sessualità, coordinato da un altro teologo, Maurizio Chiodi; i legami spezzati, i divorziati e risposati, che coordinavo io.
Abbiamo lavorato, organizzato convegni internazionali, è stato dato un contributo e delle indicazioni al sinodo. Non è stato semplice, le questioni erano grosse e anche la conflittualità non è mancata. Faccio solo un esempio: nel primo questionario mandato a tutte le diocesi c’erano pagine sul tema dell’omosessualità che poi sono sparite, perché consapevoli che si entrava in un problema particolarmente difficile.
Però quel sinodo ha portato dei frutti, è arrivato a delle decisioni sulla questione dei legami spezzati e delle coppie in seconda unione. Sulle altre tematiche molto attuali – la sessualità e il rapporto tra fede e patto matrimoniale – non ha portato nessuna novità, il che mi porta ad evidenziare un aspetto importante: l’efficacia di un percorso sinodale funziona quanto più si delimita il tema. Troppi temi portano a un’inevitabile genericità delle conclusioni.
Il sinodo sulla famiglia secondo me è stato una buona sperimentazione che ha probabilmente offerto al Papa alcune indicazioni e suggerito alcune correzioni che andavano attuate nell’impostazione di un Sinodo.
Poi è iniziato il percorso, ugualmente in due tappe, sulla Sinodalità e ce ne ha parlato in maniera prolungata don Riccardo.
Il sinodo di Padova, l’altro passaggio che ho vissuto direttamente, anche se solo per un anno e mezzo, è stato un percorso importante e difficile. Ci siamo confrontati a lungo nella segreteria; ci siamo rivolti anche ad altre diocesi che avevano già celebrato il sinodo, per tener conto della loro esperienza; abbiamo coinvolto persone competenti a livello metodologico, per predisporre al meglio il cammino. Abbiamo scritto il regolamento del sinodo.
Non sono in grado di esprimere nessun giudizio sul cammino che c’è stato dopo la mia partenza, anche perché non so molto, mi limito a ricordare un aspetto che per me è stato centrale dopo i gruppi sinodali che dovevano partorire i temi del sinodo: «Quale chiesa sogni?» era la domanda di partenza e da tante parti la risposta che è arrivata è stata questa: «Quello che stiamo vivendo in questi gruppi sinodali: cristiani che si ritrovano attorno alla Parola, condividendo le domande della vita, ascoltandoci senza l’ansia delle cose da fare». Ecco la sinodalità come stile e modo di essere della Chiesa.
Un limite che ritrovo in tutte queste esperienze sinodali che ho ricordato riguarda l’esperienza dell’ascolto e della valorizzazione di tutto quanto ascoltato. Ho avuto sempre l’impressione che tutta quella ricchezza di ascolto si sia un po’ persa per strada. Mi faccio la stessa domanda per quel che riguarda il sinodo della Chiesa universale e italiana. Prima ci sono stati i questionari, con il lavoro delle diocesi, poi la sintesi a livello nazionale, poi quella a livello continentale e poi tutto che arriva a Roma per il sinodo. Ecco il problema: come far sì che quell’ascolto sia reale e fruttuoso, che non si disperda?
Per quanto riguarda il cammino sinodale della Chiesa italiana, sappiamo che non è partito troppo bene. Apparso fin dall’inizio come un percorso se non imposto, quantomeno fortemente suggerito da Papa Francesco, soprattutto nel convegno di Firenze, quando ha richiamato la chiesa italiana a rimettersi un po’ in moto. È stato un cammino lungo e graduale. C’è stata una prima assemblea e c’è ora questa seconda che vedremo come andrà.
I temi sul tappeto sono tanti, ci sono delle schede e tutte le diocesi hanno dato il loro contributo. Il mio timore è che le conclusioni non vadano oltre alcuni auspici che vengono affidati alle chiese locali ma senza nessuna scelta precisa.
Faccio un esempio molto semplice, ma che interessa molti: la questione dell’iniziazione cristiana. Tantissimi gruppi, nella prima assemblea di novembre, hanno scelto questo tema.
Tante diocesi stanno provando, sperimentando, verificando. Non è che ci si aspetti le soluzioni da Roma o dalla Conferenza Episcopale Italiana, ma che ci siano alcune indicazioni, questo sì. Per stare su uno dei problemi aperti, quello dei padrini, tante diocesi li hanno eliminati momentaneamente. Nelle schede per ora ci sono degli auspici: è bene che in ogni chiesa ci si incontri per fare una verifica sull’iniziazione cristiana. Tutte cose che noi stiamo facendo, ma abbiamo bisogno che qualcuno ci dia almeno alcuni punti fermi, per camminare insieme.
Ancora un esempio: nella diocesi di Brescia si sta facendo una sperimentazione per cui la cresima viene data in seconda elementare e poi in quarta la prima comunione. È vero che i sacramenti sono un dono, ma far fare la professione di fede (rinuncio, credo…), a dei bambini di seconda elementare qualche dubbio lo solleva. E poi come far stare insieme una diocesi che celebra la cresima in seconda elementare e una che la celebra a 15 anni?
Vengo all’ultima tappa: il cammino sinodale nella mia diocesi. Sono arrivato a Chioggia nella prima tappa del cammino sinodale, quella dell’ascolto e questo l’ho ritenuto un dono, una grazia. Avendo insegnato per anni ai preti che quando arrivano in una nuova parrocchia si mettano anzitutto in ascolto, per un anno l’ho fatto anch’io, ho ascoltato molto ed è stata per me un’opportunità.
Una delle prime cose che ho fatto arrivando in diocesi è stata chiedere del consiglio pastorale diocesano perché lo ritenevo il luogo dove pensare e progettare la pastorale. Ho trovato un Consiglio che si riuniva tre volte l’anno dalle 20.30 alle 22 di sera; un luogo abbastanza marginale per il cammino della diocesi.
In questi tre anni un ruolo importantissimo ce l’ha avuto il consiglio presbiterale, ma sentivo che c’era qualcosa di monco, perché non c’era l’insieme del popolo di Dio. Poi conoscendo meglio la diocesi ho capito che anche i consigli pastorali parrocchiali lasciavano a desiderare, a parte qualche caso.
Il cammino sinodale che ho trovato in diocesi esigeva che, come vescovo, prendessi in mano la situazione. Venivo da un’esperienza quella di Padova, dove le iniziative nascevano nel consiglio pastorale diocesano; a Chioggia, ho scritto tre lettere pastorali che sono il frutto del mio cammino, non di un cammino sinodale se non per l’ascolto e qualche confronto, e questo lo sento come un limite.
Adesso però, dopo aver fatto un certo lavoro nelle comunità, l’anno prossimo vivremo le elezioni dei consigli pastorali e poi da questi arriveremo a quello diocesano.
Essendo una diocesi con pochi preti trasformeremo il Consiglio Presbiterale in assemblea dei preti, in modo che ci siano tutti, perché c’è bisogno di coinvolgerli tutti.
Oltre all’obbligatorietà degli organismi di comunione, prevista dal documento finale del Sinodo, un dato non scontato, come ho potuto sperimentare concretamente, è la questione del loro funzionamento, la questione metodologica.
Don Riccardo si chiedeva cosa sarà l’Assemblea Ecclesiale che recepirà il lavoro del cammino sinodale nella fase di attuazione, cosa comporterà concretamente questa recezione per il futuro. Non lo si può prevedere, perché siamo dentro un cammino aperto.
Immagino che i prossimi sinodi dovrebbero affrontare qualche tema concreto. Sarà la prova del fuoco, perché non sarà più il Sinodo dei Vescovi, ma il Sinodo della Chiesa. E dunque quello diventerà il primo evento dove si metterà alla prova la fruttuosità di quello che è stato fatto. La mia speranza è che non sia un sinodo su un tema troppo vasto.
Come dicevo, quanto più è puntuale un tema, tanto meno rischiamo di perdere il valore del momento dell’ascolto e poi si potrà essere capaci, alla fine, di arrivare a delle conclusioni condivise. Preparando il sinodo di Padova abbiamo ascoltato anche la chiesa valdese che ha una competenza e una storia di sinodalità e abbiamo verificato che la scelta di temi concreti aiuta il lavoro.
Dico qualcosa anche sul tema del rapporto tra i preti e i laici. Nella mia diocesi sto insistendo perché i preti facciano un passo indietro, nel senso che non si sentano padri e “padroni”, ma diano spazio e fiducia ai laici, chiamati, a loro volta, a fare un passo in avanti nell’assumersi delle responsabilità. I preti fanno fatica a fare un passo indietro, ma c’è anche la difficoltà dei laici ad assumersi degli impegni.
Sul tema della corresponsabilità nella chiesa dobbiamo tutti interrogarci, così come credo che non ci sia solo un problema che riguarda la ministerialità dei laici, ma che riguarda la vita stessa dei cristiani chiamati a vivere la loro vocazione prima di tutto dentro le realtà terrene.
Penso infine che sul tema del sinodo e della sinodalità non sia calato il silenzio, ma che stia diventando sempre più importante nella vita delle comunità, coinvolgendo tante persone.
Ci sarebbero anche altri punti che mi piacerebbe approfondire, ad esempio la questione del ruolo deliberativo degli organismi. Noi rischiamo di riportare nella chiesa le logiche della democrazia, che tra l’altro attraversa una forte crisi.
Molte domande ci stiamo ponendo su questo tema. In un consiglio pastorale è più importante che si discuta e poi si voti o che ci si metta in ascolto della Parola, che ci liberiamo dai nostri pregiudizi sul tema che viene affrontato, ci mettiamo in ascolto l’uno dell’altro, riconoscendo il dono dello Spirito che è in tutti e facendo un discernimento che provi a comporre le diversità, per arrivare a decidere insieme, senza che ci sia bisogno di votare? Cos’è più importante? La democrazia come strumento, che vede maggioranze e minoranze o la democrazia come sostanza del lavorare e decidere insieme?
Su questo credo che dovremo continuare a ragionare, per non pensare che la chiesa sia brava solo se applica certi meccanismi desunti dalla vita politica, ma anche per aiutare le nostre democrazie; ma su questo credo che il forum di Limena potrà dire qualcosa.