Buongiorno, mi dispiace di dover parlare da lontano, ma non si poteva fare diversamente. Conoscendo però l’ambiente e riconoscendo qualche volto amico mi sento ugualmente vicino a voi.
Come mi è stato chiesto parlerò della vicenda della XVI Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, nelle sessioni di ottobre 2023 e 2024, nelle quali sono stato, senza averlo previsto prima, molto coinvolto.
Parlerò di quello che si è fatto, di quello che è avvenuto. Uno sguardo al passato, anche se recente. Parlerò di questo più che di ciò che si andrà a fare, si dovrà fare, o è necessario fare per proseguire il percorso.
Parlerò del bicchiere mezzo pieno più che dell’eventuale bicchiere mezzo vuoto. Il mio sarà un discorso “di parte”: non ho ancora del tutto maturato quel distacco che è necessario per interpretare un’esperienza personale e di chiesa così complessa come può essere un’assemblea del Sinodo dei Vescovi.
In particolare questa assemblea, la XVI Assemblea Generale Ordinaria, da molti punti di vista rappresenta una novità rispetto alle precedenti.
La costituzione apostolica Episcopalis communio (2018) ha ripensato l’istituto del Sinodo dei Vescovi voluto da Papa Paolo VI nel 1965, ridisegnando il modo in cui viene realizzata l’assemblea, all’interno dell’istituto canonico del Sinodo, che di per sé ha una natura permanente. Cioè esiste il Sinodo dei Vescovi, come struttura permanente, che vede, a intervalli più o meno regolari, la riunione dell’Assemblea Generale. A servizio di questa c’è la Segreteria Generale del Sinodo: da quando è stata pubblicata la costituzione “Predicate Evangelium”, che riforma la Curia Romana, viene chiamata Segreteria del Sinodo, una novità su cui si sta ancora riflettendo.
Il Sinodo dei Vescovi è uno dei tre organismi direttamente collegati al servizio particolare del Vescovo di Roma. Gli altri due sono: la Curia Romana (sulla quale papa Francesco è intervenuto con la costituzione apostolica Praedicate Evangelium) e il Vicariato di Roma (la struttura che corrisponde alla curia diocesana), al quale è riferita la costituzione apostolica In ecclesiarum communione. È importante tener presente che il Sinodo dei Vescovi si colloca in questo contesto, come strumento a servizio del ministero del Vescovo di Roma, e a sua volta a servizio della comunione tra le Chiese e tra i Vescovi.
In questo quadro si colloca la XVI assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi, nella quale ripeto sono stato coinvolto in modo per me inaspettato. Da più di vent’anni mi ero occupato di sinodalità come teologo, prima all’interno dell’Associazione Teologica Italiana, poi nell’attività della Facoltà Teologica del Triveneto e delle altre facoltà teologiche italiane, quando ancora non era così di moda il tema. Ricordo che qui vicino, a Camposampiero, si è svolto un congresso nazionale dell’ATI, nel 2003, dedicato proprio a questo tema: Chiesa e Sinodalità. A quel tempo era presidente dell’associazione Piero Coda e aveva avuto, confrontandosi con altri, l’intuizione di affrontare questo tema, che sarebbe stato decisivo per il futuro. Questa intuizione credo si sia rivelata profetica. Non siamo stati i primi a parlare di questo, o meglio non siamo stati i primi teologi a farlo, perché già in Francia e in Canada se ne parlava, ma in Italia credo che questa sia stata la prima esperienza che ha messo a tema, in maniera chiara, l’ecclesiologia in chiave sinodale. Eravamo nel 2003, in tempi non sospetti. Poi il lavoro è stato ripreso anche dalle facoltà teologiche italiane, in un progetto di ricerca che le ha viste coinvolte, tra il 2016 e il 2019 e io mi sono trovato a coordinare questo progetto.
Arrivato a Roma, mi è stato chiesto di far parte della commissione teologica che stava preparando l’assemblea sinodale, quella che avrebbe dovuto essere l’unica assemblea del sinodo dei vescovi dedicata al tema: “per una Chiesa Sinodale, cammino, partecipazione e missione”. Nel 2023 il cardinale Grech mi ha detto che il Papa aveva pensato a due segretari speciali per l’assemblea: a padre Giacomo Costa, che aveva curato anche tutta l’organizzazione, e a me, per la specifica competenza teologica. Si trattava di un servizio per l’assemblea, che prevedeva una partecipazione nell’ascolto attento, nella raccolta degli interventi (quelli dei circoli minori e quelli dei singoli membri) e nell’aiuto alla redazione dei testi: la relazione di sintesi nella prima sessione e il documento finale nella seconda.
Quindi un servizio soprattutto all’ascolto, nelle varie fasi. Mi sono trovato a raccogliere i frutti della fase preparatoria, segnata dall’ascolto delle chiese locali e dei raggruppamenti di chiese, nazionali e poi continentali, con le sette assemblee continentali: una delle esperienze che pare abbiano meglio funzionato nel percorso di preparazione. A questo è seguita la redazione dell’Instrumentum Laboris della prima sessione, alla cui preparazione non ho lavorato direttamente, ma sono stato coinvolto, dopo la sua pubblicazione, nella fase dello svolgimento della prima sessione assembleare. Un’esperienza per me particolarmente faticosa, perché non avevo mai partecipato a un evento del genere. Infatti non avevo mai partecipato nemmeno ad un consiglio pastorale parrocchiale, né tantomeno a quello presbiterale diocesano, salvo forse in qualche occasione, per sostituire qualche mio compagno, negli anni ’92-’93. Quindi non avevo un’esperienza diretta di dinamiche sinodali. Certamente avevo qualche esperienza di lavoro condiviso o di organizzazione di processi collettivi, ma non di consigli o sinodi, tantomeno di sinodo diocesano.
Quindi mi sono trovato in questa realtà ampia e complessa, con delle importanti novità. Il vantaggio era che queste non lo erano solo per me, ma per tutti i membri dell’assemblea, anche per la stessa segreteria.
Era un’assemblea che si collocava dentro un processo, non solo pensata come un momento, con membri diversi da quelli delle assemblee precedenti. Infatti su 365 membri della prima sessione e 368 nella seconda, 290 circa erano vescovi, mentre gli altri, tra cui il sottoscritto, non erano vescovi, ma presbiteri, diaconi, religiosi e religiose, laici e laiche. Quest’ultima presenza è stata una novità, che ha provocato discussione e su cui si è parlato molto: in merito è intervenuto anche il Papa, in particolare nel discorso di inizio della seconda sessione, nel quale ha chiarito il motivo per cui egli aveva pensato che come membri a pieno titolo, cioè votanti, ci fosse un gruppo di non vescovi. Eventualmente posso dirvi quali sono queste ragioni, se non le avete già lette.
Mi sono trovato a fare anche un ulteriore lavoro più complicato del previsto, cioè il “sovraintendente” (se si può usare questo termine) del lavoro dei teologi e delle teologhe al sinodo. Questa è stata un’impresa piuttosto complessa, perché all’inizio si sapeva che c’era una commissione di teologi e che c’era anche un gruppo di teologi convocati come esperti all’assemblea del sinodo, però non era chiaro quale fosse la loro funzione e il servizio a cui erano chiamati…. nemmeno tra i teologi stessi. Sto parlando di teologi veramente autorevoli, i più esperti nel campo dell’ecclesiologia cattolica contemporanea, giunti da varie parti del mondo: il Canada, l’Australia, l’Oceania, e da vari paesi europei, tra cui l’Italia. Bisogna dire che tra i teologi c’erano degli italiani piuttosto rappresentativi, che hanno dato un loro contributo.
È stato però un lavoro difficile, con qualche tensione, anche nell’individuare fisicamente gli spazi nei quali i teologi avrebbero dovuto lavorare, in rapporto con l’assemblea e il contributo che essi erano chiamati a dare. Non è stato facile: si è appreso un po’ alla volta; si è capito progressivamente che il contributo dei teologi e teologhe non era quello dell’insegnante che si mette a precisare e nemmeno quello di chi vuole imporre la propria visione ecclesiologica, la propria idea di chiesa all’assemblea, ma piuttosto di chi ascolta ed è chiamato, questa era l’intenzione, a dare un aiuto nel far emergere quanto era implicitamente contenuto negli interventi dei circoli minores e delle singole persone.
Qualcosa di più si è fatto nella seconda sessione, anche grazie all’esperienza e ai disguidi della prima, anche nell’ambito logistico. Avete presente com’era l’aula Paolo VI durante l’assemblea del sinodo: i tavoli con una dozzina di persone e un facilitatore o una facilitatrice e quello della presidenza con il Papa. Nella prima sessione non era previsto uno spazio all’interno dell’aula per i teologi e le teologhe e questo aveva provocato un po’ di disagio. Per fortuna c’erano due tavoli liberi e si è cercato di sistemarli. Nella seconda sessione si è fatto in modo che ci fossero dei posti fissi per i teologi, all’interno dell’aula, in modo da poter interagire più facilmente.
In realtà il lavoro dei teologi è stato molto importante, più di quanto essi stessi forse non avessero compreso. A tutti i teologi è stato chiesto, per gruppi linguistici di competenza, di rileggere con alcuni criteri gli interventi in assemblea, preparando delle schede che servissero a noi della segreteria speciale, sotto la direzione del cardinale Hollerich, il relatore dell’assemblea, per redigere la relazione di sintesi della prima e il documento finale nella seconda sessione.
Il documento finale è finale “iuxta modum”– fino ad un certo punto. Esso rappresenta il frutto del processo avviato nel 2021, con i diversi passaggi: locali, nazionali e continentali, più il frutto delle due Assemblee, dell’ottobre ’23 e ’24. Esso si inserisce anche in un processo che prevede, dopo la fase preparatoria e quella celebrativa, anche una fase attuativa, quella cui si riferiva l’introduzione, poco fa. Essa è stata elaborata dalla segreteria del sinodo, o meglio dal Consiglio Ordinario del sinodo, varato dall’assemblea alla fine della seconda sessione. Questo consiglio, con la segreteria generale e i consultori esperti della segreteria, ha elaborato un percorso per la fase attuativa, approvato dal Papa e pubblicato lo scorso 15 marzo con una lettera del cardinale Grech. Il documento finale dà le linee anche per questa fase attuativa.
Non è stato invece scelto un tema per la prossima assemblea. Durante la seconda assemblea era stato chiesto ai membri di indicare tre temi possibili per la prossima, come era prassi ordinaria e a ciascuno era stata consegnata una scheda su cui doveva indicare tre temi. Di fatto il consiglio ordinario ha scelto di non definire un ulteriore tema per l’assemblea del sinodo dei vescovi, ma di configurare un percorso che porterà, a Dio piacendo e con conferma della libertà umana di accogliere ciò che a lui piace, ad una Assemblea Ecclesiale, prevista per l’ottobre del 2028.
Cosa sia un’assemblea ecclesiale a tutt’oggi io non me la sento di dirlo. Ci sono delle idee e delle esperienze che circolano, ad esempio quella celebrata nell’America Latina nel 2023, indetta dal CELAM, la Conferenza Episcopale Sudamericana. Un’assemblea, un convenire, un radunarsi insieme, che prevede la presenza di chiese, quindi non solo di pastori responsabili, non solo di vescovi, ma anche di non vescovi.
Uno dei temi su cui si sta lavorando infatti è la distinzione tra momento sinodale, con la partecipazione di tutti, nell’orientamento e nella elaborazione delle scelte, che dovrebbe coinvolgere tutta la chiesa o la chiesa tutta, e il momento così detto collegiale, che vede l’esercizio della responsabilità propria dei vescovi, che nella chiesa cattolica, come in quella ortodossa, hanno i vescovi, in forza del sacramento dell’ordine e di ciò che sono chiamati ad essere. Questo è uno dei temi su cui ci si confronterà in futuro, cioè come articolare il momento sinodale, di tutti, con quello collegiale, di alcuni –i vescovi– in rapporto sempre con il segno e il servizio di comunione di tutta la chiesa che è il vescovo di Roma.
Questo sull’esperienza che ho fatto. Sulle domande, è difficile adesso rispondere a tutte le questioni sollevate.
Mi permetto tuttavia di segnalare una questione linguistica, su cui si potrebbe riflettere insieme.
Nei testi del Forum di Limena, che mi sono arrivati, più volte si fa ricorso al concetto di autonomia: “Si prospettano spazi di autonomia che potranno praticare le chiese locali…, il rilancio dell’autonomia e del protagonismo delle chiese locali…”. Sarebbe interessante, lo propongo come oggetto di discussione, riflettere sull’opportunità, la plausibilità, i vantaggi e i limiti del ricorso a questa categoria, che fa problema non solo in ambito ecclesiale ed ecclesiologico. Parlare di autonomia, siamo poi in Veneto, dove questo tema ha delle risonanze particolari, mi chiedo se abbia senso farlo in riferimento alle chiese locali.
In realtà, se noi leggiamo il documento finale del sinodo, il termine autonomia appare una sola volta, al numero 133, in un contesto molto preciso. Un contesto sul quale si è lavorato molto durante l’assemblea, con anche delle sorprese, rispetto a ciò che si poteva attendere. Una esperienza nuova, per certi aspetti, anche per me, ossia la rilevanza particolare delle chiese “sui iuris”, all’interno della comunione di chiese che è la Chiesa Cattolica. In concreto, le Chiese Orientali Cattoliche che hanno un proprio ordine, un proprio codice dei canoni, che non è il codice di diritto canonico. Autonomia in questo senso è il termine corretto e al numero 233 del documento si parla di assicurare la relazione tra i vescovi latini e quelli orientali, con riferimento ai territori esterni, in cui la presenza di fedeli delle chiese orientali è più alta che in quelli canonici di origine, il Medio Oriente e le zone limitrofe. In questi casi sono molti i rapporti con i vescovi delle chiese latine e qui si dice che occorre assicurare la migliore assistenza pastorale ai fedeli orientali, sprovvisti di presbiteri di diritto proprio, per garantire la giusta autonomia, con il coinvolgimento dei vescovi orientali nelle conferenze episcopali. Questo è l’unico punto in cui appare il termine autonomia. Un termine che ha molti significati e sembrerebbe fare riferimento a soggetti che sono “legge a se stessi”, quindi non facilmente configurabili nelle relazioni tra di loro.
In realtà fa problema anche parlare di protagonismo delle chiese locali. Non si tratta di essere protagonisti o deuteragonisti, il linguaggio del documento finale è quello della teologia sinodale, che vede altri termini, come partecipazione e competenza. Si parla di competenze delle conferenze episcopali, nazionali e regionali e come articolarle con le competenze proprie di ciascun vescovo nella sua diocesi e con quelle del vescovo di Roma. Questo è il linguaggio che viene usato e su questo si dovrà lavorare.
Capisco che nei termini autonomia e protagonismo evochino un’esigenza che sentiamo (quasi) tutti, l’esigenza di attuare la comprensione di quelle pratiche di chiesa che ci ha consegnato il Concilio Vaticano II. Il processo sinodale è realmente una nuova fase di recezione del Vaticano II, una fase che coincide in fondo con il ministero petrino, il pontificato di Papa Francesco. Non è legata però solo ad una intuizione di Papa Francesco, ma è un cammino di chiesa, di recezione del concilio, che vede alcune accentuazioni, una ripresa piuttosto insistente e consapevole della chiesa come Popolo di Dio.
In fondo tutto il processo sinodale, per chi conosce la Lumen Gentium, è volto ad articolare in maniera un po’ più adeguata ciò che pensiamo sia stata l’intenzione del Vaticano II, al capitolo 2° e 3° di LG e anche al 1°. Il 1°, la visione della Chiesa; il 2°, il Popolo di Dio; il 3°, la costituzione gerarchica della Chiesa e in particolare i Vescovi. Nonostante questa non fosse l’intenzione del Vaticano II, permaneva ancora l’idea che ci fosse da una parte il Popolo di Dio e da qualche altra i Pastori e il linguaggio talvolta ne è la riprova. Si parla infatti di Popolo di Dio e i Pastori, di Popolo di Dio e i Vescovi, dando l’idea che il Popolo di Dio sia altro dai Vescovi e viceversa. Questa non è assolutamente l’idea del Vaticano II. Popolo di Dio è l’insieme dei soggetti che costituiscono la chiesa e non è solo la somma dei soggetti: la somma dei battezzati è un soggetto storico concreto, un popolo articolato. Come dice anche il documento finale del sinodo, è un popolo articolato, il soggetto della sinodalità.
Quindi quelli di cui si parla nel capitolo terzo della Lumen Gentium non sono soggetti diversi da quelli di cui si parla nel secondo ed entrambi i capitoli hanno senso in rapporto al primo, la Chiesa come Mistero.
Il documento finale nella sezione intitolata: Le radici sacramentali del Popolo di Dio, dice che il popolo è di Dio in quanto riceve il suo essere da una iniziativa che non è di coloro che costituiscono questo popolo, ma è di Dio. Ecco la sacramentalità.
Se si guarda con attenzione il documento, proprio all’interno della recezione del Vaticano II, c’è stata la capacità dell’assemblea sinodale di articolare e tenere in unità degli aspetti che nel Concilio potevano essere pensati come non ben collegati tra di loro. Chiesa Popolo di Dio, le sue radici sacramentali, quindi la sacramentalità della Chiesa, essere segno e strumento, non essere l’origine, ma riceverla. Il mistero della luna, che riflette una luce che non è sua. E poi la forma di questo popolo, che è quella del Corpo di Cristo.
Quindi Chiesa Sacramento, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito, in relazione ad un soggetto storico. Un soggetto variamente articolato, dove anche per definire l’insieme del popolo viene privilegiato il termine Chiesa Tutta, rispetto a Chiesa Universale, privilegiando il termine Chiesa Locale, rispetto a Chiesa Particolare. Andando avanti anche rispetto ad un dibattito che aveva animato la teologia negli anni ’86-’90, sul primato della chiesa universale su quella locale. La Chiesa Tutta è Corpo di Chiese, in concorso tra di loro. Chiese che fanno riferimento ad un luogo, anche se, come risulta dalla quarta parte del documento, il termine luogo non è semplicemente identificabile con uno spazio.
Questi mi sembrano segnali su cui si può tornare, che chiedono di essere sviluppati, per riempire il bicchiere che sembra essere ancora mezzo vuoto.