I temi e gli interlocutori dell’incontro. Un percorso che deve continuare

Perché un incontro sul Sinodo
Siamo nati come forum esattamente 6 anni fa, qui a Limena. La località è stata scelta per ragioni logistiche, per la sua centralità rispetto al territorio del nordest, ma ha un nome, Limena, che ha una forza evocativa. Il confine delimita, separa, ma anche collega, consente di comunicare tra realtà diverse. Per questo abbiamo assunto questo nome.
Eravamo allora ad un passaggio che abbiamo definito nell’appello istitutivo: dalla diffusa speranza in un miglioramento del “Mondo” alla diffidenza e alla paura.
Tra i vari fenomeni che ci preoccupavano c’era l’insorgenza di identità chiuse, che rievocavano prospettive nazionalistiche, quelle stesse che hanno funestato la nostra Europa nella prima metà del secolo scorso.
Di fronte a queste derive ci colpiva il silenzio nelle nostre comunità cristiane, inteso come unica possibilità per evitare conflitti interni. Scrivevamo allora: “È difficile accettare che le nostre chiese si dividano in modo silenzioso su questioni evangelicamente, eticamente e civilmente rilevanti, (era calda allora come ora la questione dei migranti) senza un dibattito e una riflessione. Le nostre comunità sono ancora ferme all’idea che la pluralità delle opinioni sia un limite; invece è ricchezza nella vita della chiesa”.
Siamo diventati di fatto quella che si potrebbe definire una realtà sinodale: un gruppo di credenti, laiche, laici, religiose, religiosi e preti, di varia estrazione professionale e con diversi ruoli ecclesiali, ma uniti dalla stessa passione nel cercare di capire i processi, dialogando insistentemente tra di noi e con chi avesse voglia di confrontarsi.
Ci siamo occupati di quello che accadeva intorno a noi, fenomeni di dimensione globale e di portata enorme.
Ci siamo occupati anche della nostra chiesa, in particolare ci siamo sentiti stimolati dal percorso sinodale iniziato da Papa Francesco ed è per questo che abbiamo immaginato l’incontro di questa mattina.
Qualcuno potrebbe dirci che altre sono le emergenze di cui dovremmo discutere in questi giorni particolarmente convulsi. Non c’è dubbio che continueremo ad interessarci delle questioni della pace e della convivenza, della sicurezza e della giustizia, della sicurezza e della solidarietà, ma anche dell’urgente ricostruzione di una cultura, o almeno di un dialogo che tenti di ricreare qualche brandello di visione universalmente condivisa, da cui ripartire. Siamo infatti in una stagione di radicale cambio di paradigmi, di esaurimento dei minimi denominatori culturali condivisi.
Anche la Chiesa è dentro questo processo. Per questo ne parliamo. Essa è provocata a verificare e aggiornare le forme del suo annuncio, dentro questa fase complicata, per portare la bella parola del Vangelo alle persone del nostro tempo particolarmente disorientate, una parola che aiuti a tenere aperti i cuori e le menti al faticoso esercizio del dialogo.
La Chiesa si trova anch’essa dunque dentro al crogiuolo, non potrebbe essere che così, d’altronde, ed essa può dare un contributo alla ricerca di nuove strade per la convivenza umana. Va dato atto a Papa Francesco del coraggio di averla convocata a sinodo, proprio in questo momento, in cui le logiche della divaricazione sembrano prevalere su quelle della convergenza, ma persuaso che lo Spirito suggerirà le vie da percorrere, per tenere insieme creativamente diversità che sembrano esplodere. Un processo, quello sinodale, che ha lo spessore di un concilio, anche se non chiamato con questo nome, come rileva il teologo francese Cristof Thèobald. Un processo aperto, come abbiamo scritto nel titolo del nostro incontro. Che vedrà tra pochi giorni l’assemblea sinodale italiana e che prevede una lunga fase di recezione che si concluderà con un’assemblea ecclesiale nell’autunno del 2028.
L’incontro di oggi.
Siamo partiti dalla lettura del documento conclusivo del Sinodo e dalle nostre riflessioni, anche critiche, che abbiamo proposto in una newsletter, nelle quali rilevavamo le novità e gli interrogativi aperti e lasciati aperti dal documento, insieme con la sensazione di tiepidezza, se non di resistenza, delle nostre comunità ad affrontare le une e gli altri.
Riflessioni e sensazioni che abbiamo condensato in una scheda*, che abbiamo condiviso con gli interlocutori e che saranno oggetto di questo confronto pubblico.
Gli interlocutori che abbiamo coinvolto sono particolarmente competenti, li ringraziamo per aver accettato di essere presenti con il loro contributo.
Il vescovo Giampaolo Dianin, che prima di arrivare alla sede di Chioggia ha coordinato il percorso sinodale di Padova e ora vive l’esperienza dell’accompagnamento di una delle nostre chiese diocesane e ci racconterà l’esperienza sul campo di un pastore in questo delicato passaggio sinodale.
La teologa liturgista Giuliva di Berardino, che vive e insegna a Verona, si occupa in particolare di formazione per i ministeri nella liturgia ed è stata interlocutrice del Papa, con il suo Consiglio dei Cardinali, sul tema delle donne e dei ministeri nella chiesa sinodale. Il suo sarà un contributo particolarmente significativo a questo proposito.
Il teologo don Riccardo Battocchio, che ha insegnato a lungo teologia anche qui a Padova ed è stato Segretario Speciale dell’Assemblea Generale del Sinodo, conosce quindi direttamente tutto il lavoro e i vari passaggi avvenuti.  Testimonianza davvero preziosa la sua. Quando l’abbiamo contattato per questo incontro non immaginavamo minimamente che sarebbe stato di lì a poco nominato vescovo di Vittorio Veneto, una delle nostre diocesi. Ci felicitiamo con lui e gli facciamo i migliori auguri, contando che il rapporto così felicemente iniziato veda altre occasioni di confronto e di lavoro comune. Cominciamo da lui.

* Scheda sui temi focalizzati nel seminario:
Sinodalità: La Parola e il Popolo di Dio al centro della vita della Chiesa, nell’orizzonte del Regno.
Nel documento conclusivo del Sinodo la sinodalità viene presentata come ricentratura della vita della chiesa sull’insieme dei battezzati, nutriti dalla Parola e titolari pienamente e attivamente delle tre funzioni: regale, sacerdotale e profetica. In questa prospettiva tutti i ministeri dovrebbero svolgere un ruolo di tipo “sussidiario”. L’impressione è che si sia di fronte ad un rilancio e ad un impegnativo sviluppo dell’ecclesiologia del Vaticano II, che dovrà tradursi in nuove prassi ecclesiali. È un abbaglio o siamo davvero a una svolta?
La partecipazione di tutti i battezzati: enfasi e cautela.
C’è molta enfasi sulla partecipazione di tutti i battezzati e le battezzate, che nel documento finale è declinata in molti modi. Ma c’è anche molta cautela nell’attuazione che viene proposta, ad esempio circa il carattere elettivo e deliberativo degli organismi di partecipazione, che pur vengono resi obbligatori. La preoccupazione di non scimmiottare le forme della democrazia politica rischia di tenere in vita approcci che appaiono retaggio di modelli di tipo monarchico-assolutistico nella gestione delle decisioni.
Il rilancio dell’autonomia e del protagonismo delle Chiese locali: contesti da valorizzare e ritmi diversi da rispettare.
Il testo parla di ritmi differenziati delle diverse chiese, di contesti diversi di cui tener conto, di materie la cui applicazione concreta è demandata alle chiese locali, di discipline e perfino dottrine diverse possibili. Si tratterebbe di una rivoluzione copernicana rispetto alla cattolicità uniforme e centralizzata che conosciamo. La Chiesa in Italia sembra titubante su questa prospettiva. Il testo dello strumento di lavoro per l’assemblea sinodale italiana apre ad alcune interessanti sperimentazioni, individuando nuovi ministeri esercitabili anche dai laici e prevedendo la creazione di un organismo nazionale di partecipazione. In questo quadro appare contraddittoria la previsione di tornare nell’assemblea dei vescovi, dopo quella sinodale, per validarne le conclusioni, mentre alla fine del sinodo universale il Papa le ha fatte proprie in quanto tali.
La questione delle donne nella Chiesa: valorizzazione, aperture ed esclusioni.
Viene ribadita con forza la pari dignità della donna rispetto all’uomo e vengono confessati e denunciati i permanenti ostacoli al suo riconoscimento. Tuttavia, mentre si apre sull’accesso delle donne a ruoli importanti di responsabilità nella chiesa, permane la chiusura sul ministero ordinato, fatta salva la parziale concessione sul diaconato, sul quale si dice che la questione rimane aperta, vale a dire, rinviata. Su questo punto, tra l’altro, si sono riscontrate significativamente le maggiori resistenze, tradotte in un numero rilevante di voti contrari.
Il nodo cruciale e sottaciuto del ministero ordinato: il necessario ripensamento.
Nel documento finale si parla di istituzione e diffusione di ministeri laicali, per uomini e donne, senza mettere in discussione la configurazione di quello ordinato. Non si affronta l’evidente crisi del modello attuale e del ruolo di questo ministero (ipertrofico e fagocitante) rispetto agli altri ministeri, carismi e funzioni. Una crisi che si riflette anche nella faticosa gestione delle vecchie strutture ecclesiali clericocentriche, insieme con lo sforzo di ricorrere ai necessari cambiamenti e adattamenti per la riduzione del numero dei preti. A nostro avviso sarebbe necessario piuttosto riprendere una riflessione storico-teologica, fondata sui “tria munera” (le tre funzioni) battesimali, che sostenga la pratica di una nuova fioritura ministeriale.
La questione della teologia e del catechismo.
Il Sinodo parla di diritto canonico da modificare su alcuni punti, ma non si pone il problema di ripensare il catechismo, anzi lo cita come riferimento inequivocabile per la catechesi, salvo poi parlare di autonomia dottrinale delle conferenze episcopali. Il nodo sembra essere principalmente quello di immaginare un diverso sostegno e alimento della fede dei battezzati, promuovendo anzitutto una loro maggiore famigliarità con le Scritture. Contemporaneamente andrebbero create le condizioni per una ricerca teologica dotata della necessaria autonomia e riconosciuta per l’importanza che riveste nella vita della Chiesa. Nell’attuale contesto di pluralismo culturale e religioso servirebbe un lavoro dei teologi e delle teologhe a supporto della sinodalità e delle sue implicazioni. Si veda, tra le altre questioni poste, lo stretto importante legame, richiamato nel testo finale del Sinodo, tra sinodo e “sinassi” (assemblea) eucaristica, che andrebbe ulteriormente approfondito, con tutte le implicazioni che ne potrebbero derivare nella prassi ecclesiale e in quella liturgica.